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✍ Totò, l’ex scugnizzo e principe della risata era per legge “altezza imperiale” di Bisanzio

Truffa dello stato inesistente tra i vertici ex generale Gdf e consorte

di Elio Clero Bertoldi

PERUGIA – “Principe della risata”, così venne definito dalla critica il grande Totò, la maschera comica più famosa d’Italia. Ma lui il titolo nobiliare poteva esibirlo davvero, per “jus sanguinis” (amava ripetere: “Signori si nasce ed io, modestamente, lo nacqui”) e combatté anche negli uffici giudiziari – assistito dall’avvocato Eugenio De Simone – per vederselo riconosciuto formalmente: tribunale e corte d’appello di Napoli e infine Corte Suprema di Cassazione (nel 1951). Quest’ultima, sulla scorta di documenti e atti raccolti nel Grande archivio storico di Napoli, nella Consulta Araldica o provenienti da altre fonti, pubbliche e private, stabilì in via definitiva che Antonio De Curtis dei Griffo Focas Gagliardi fosse l’erede dell’impero bizantino, che avesse piena facoltà di fregiarsi del titolo di “altezza imperiale” e che potesse a buon diritto aggiungere al proprio cognome anche quelli di Angelo Flavio Ducas Porfirogenito Comneno di Bisanzio, in quanto figlio riconosciuto del marchese Francesco.

Già nel 1787, davanti alla Gran Corte Vicaria, un avo paterno di Totò, aveva dimostrato di discendere, in linea maschile diretta, da Giovan Tommaso Curzio (o De Curtis), cavaliere di Malta nel 1584, figlio di Angelo Curzio De Griffo della Terra dei Vibonati. Casato nobile che annoverava tra i propri ascendenti Teodoro Fabio cognato di Costantino imperatore, Flavio Focas, Niceforo II Focas, Niceforo III detto Botoniate, Leone Focas. Siamo prima dell’anno Mille (per l’esattezza nel 964) e il Focas venne soprannominato Grifo, in quanto, dopo aver sbaragliato l’esercito bulgaro, aveva aggiunto al proprio stemma, sullo scudo, un grifo nero in campo d’oro, fino ad allora issato ad insegna del condottiero nemico annientato.

La vita del grande attore comico, comunque, resta un vero e proprio romanzo, ricco di avventure e colpi di scena. Totò (1898-1967) era venuto alla luce in via Santa Maria Antesaecula, nel rione Sanità, a Napoli. Una ragazza madre, Anna Clemente, analfabeta, ne denunciò la nascita nella parrocchia di Santa Maria dei Vergini (sono stati ritrovati i documenti originali: il nostro fu iscritto nei registri parrocchiali come Antonio Vincenzo Stefano Clemente, nato il 15 febbraio 1898). La nonna ed uno zio materno, furono le figure familiari a lui più vicine, insieme al cugino Eduardo Clemente, suo “factotum” vita natural durante.

Quella del piccolo Antonio (Totò, come lo chiamavano i familiari) fu una infanzia (ed una giovinezza) trascorsa nella povertà, se non nell’indigenza più nera.

Fino a quando il marchese Francesco di Tertiveri, morto il padre Giuseppe (che aveva ostinatamente e fieramente avversato la relazione extraconiugale del figlio), lo riconobbe e sposò (correva il 1922) anche Anna, trasferendosi con la famigliola da Napoli a Roma.

In precedenza a scuola, lo scugnizzo non andava bene e vanamente era stato mandato in collegio (dove, tra l’altro, aveva ricevuto un pugno tale da vedersi deformato, per sempre, il naso). Poi il servizio militare in fanteria in Piemonte (lui raccontava: “Sono un uomo di mondo: ho fatto il militare a Cuneo”), in Abruzzo, in Toscana. Quindi la strada del teatro, dell’avanspettacolo, della rivista, infine del cinema, che gli regalarono fama imperitura ed anche agiatezza e ricchezza economica.

Non era alto e non poteva dirsi bello, Totò. Ma non inganni la sua figura esteriore: possedeva modi distinti ed ebbe molte donne e tutte decisamente belle. Una, la sciantosa Liliana Castagnola, si tolse la vita per lui, che l’aveva abbandonata. Un’altra, la prima moglie, Diana Rogliani, gli partorì – anche se in seguito divorziarono – la figlia Liliana. L’ultima, Franca Faldini di oltre 35 anni più giovane, gli regalò un maschietto – Massenzio – morto pochi giorni dopo la nascita.

Subì, L’attore, anche malattie invalidanti: il distacco della retina di un occhio prima (nel 1938) e, negli ultimi anni, una cecità quasi assoluta, affrontata con dignità e forza d’animo. Fumava come un turco (le fonti parlano di 90 sigarette al giorno) e si era iscritto alla massoneria di Piazza del Gesù (loggia “Fulgor”).

Da attore girò un centinaio di film (97, per l’esattezza) con 42 diversi registi, alcuni di primo piano quali Pasolini, Mattoli, Monicelli, Corbucci, Steno, Comencini, Zampa, De Sica, Risi, Loy.

I titoli araldici ai quali aveva diritto, per sentenza passata in giudicato, li fece riportare anche sulla propria tomba. Ma in vita ci scherzava sopra come fossero “bazzecole, quisquilie, pinzillacchere”.

Assicurava: “Il mio più bel titolo resta Totò. Con “altezza imperiale” io non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”.

E d’altro canto, ammesso che soffrisse davvero di una sorta di ossessione nobiliare, basta la poesia “La livella” (sì, é stato anche apprezzato poeta, oltre che paroliere di canzoni di successo) per rimettere tutto al posto giusto. Totò, nei versi, racconta il dialogo tra un nobile (‘o marchese: c’o’ tubbo, ‘a caramella e c’o’ pastrano”) e un popolano, un netturbino (“un brutto arnese, tutto fetente e ci ‘na scopa mano”), casualmente vicini di tomba al cimitero, concluso dallo spazzino con una verità incontrovertibile e tranciante: la morte rende tutti uguali, ricchi e poveri, nobili e plebei.

Se qualcuno, insomma, si fosse presentato al cittadino Totò sciorinando il proprio blasone (lui, riservatissimo – sebbene tenesse molto in privato ai suoi quarti di nobiltà – una cosa del genere non l’ha mai fatta) gli avrebbe risposto, con la sua battuta sferzante, sorta di marchio di fabbrica: “Ma mi faccia il piacere!”.

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