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A Letta i disoccupati italiani non interessano, vuole più migranti

Le ultime dichiarazioni di Enrico Letta sul tema migranti non devono più meravigliare. Sulla stessa scia di Saviano, la retorica dal sapore “Servono i migranti perché in Italia manca manodopera” ha stancato anche chi era refrattario e indeciso. Non è vero che gli italiani non vogliono più fare certi tipi di lavori: gli italiani vogliono essere pagati dignitosamente. Inoltre, se c’è questo problema incentrato sul costo del lavoro con annessa la fiscalità importante, non è di certo che lo si risolve importando immigrati. Anzi, questo problema continuerà a persistere fintantoché si continuerà a importare l’Africa in Italia. Premesso che il fenomeno migratorio è sempre esistito sin dall’inizio dei tempi per i più svariati motivi ed è utopico pensare di fermarlo (si può pertanto pensare ad una regolamentazione della stessa immigrazione, come avviene anche in paesi non certo conservatori) il fenomeno migratorio mostra le più autentiche falle perché cela, grazie ad una retorica pelosa di certa sinistra, un business mostruoso, volto a sfruttare gli stessi migranti e a creare disuguaglianze e conflitti etnici.

Il fenomeno migratorio, tema centrale della politica nazionale e soprattutto europea, è regolato da patti e trattati sovranazionali che tendono a far trionfare le linee guida del modello turbo-capitalista, teso alla creazione coatta di un “esercito di schiavi di riserva” da sfruttare per mere logiche di profitto, decostruendo l’impianto sociale degli autoctoni e sradicando i riferimenti dei popoli, ospitati ed ospitanti. Il “mondo ad una dimensione”, un tempo denunciato dagli epigoni del marxismo culturale, è oggi realizzato con il sostegno incondizionato di questi ultimi, che ne rappresentano il soft-power culturale: l’imposizione del cosmopolitismo e il superamento dei confini, l’antirazzismo militante e la falsa retorica dell’accoglienza, l’affossamento delle identità etnico-razziali e la creazione di un’umanità ibridata e meticcia, oltre gli equilibri, le identità manifeste e le trazioni consolidate. Insomma, l’essenza stessa del “politicamente corretto”. L’immigrazione e l’emigrazione – naturalmente sono fenomeni antichi quanto l’uomo: per secoli, senza sosta, i popoli si sono spostati a causa di guerre, carestie, pestilenze e ambizione. E, allo stesso modo, è lecito e giusto garantire un diritto di asilo a chi realmente ne abbia bisogno: è un traguardo di civiltà che ci viene trasmesso fin dai tempi di Romolo. Tuttavia, l’attuale contesto presenta dei tratti del tutto nuovi, che mai nella storia si erano manifestati con questa intensità e con questa metodologia di pianificazione e di attuazione pratica. Del resto – aldilà del rodato meccanismo tecnico che spinge le famigerate Organizzazioni non Governative a traghettare i migranti sulle nostre coste, recuperandoli direttamente a poche miglia dalla costa libica – è stata pianificata una vera e propria offensiva culturale, capace di egemonizzare il dibattito, mutare i linguaggi e contaminare le coscienze. Una gran confusione di concetti male interpretati, di fatti distorti, di soluzioni parziali o faziose: un caos creato ad arte per distrarre e dividere, così da poter tranquillamente condurre il proprio gioco in assenza di critiche fondate e mobilitanti.

Ma l’immigrazione clandestina, dati alla mano, è un business di enormi proporzioni: frutta tra i sei e i sette miliardi annui, facendo arricchire tutte quelle onlus che lavorano con i richiedenti asilo. Uno dei boss di “Mafia capitale” – Salvatore Buzzi – ebbe a dire che “con i migranti si guadagna più della droga”. Seguono i mediatori culturali, i proprietari che riescono a far affittare immobili sfitti ai clandestini e i piccoli e medi fornitori. Il tutto, con il beneplacito della politica e in barba alle conseguenze politiche e sociali del fenomeno. Nel 2017, il Documento economia e finanza stanziò 4,2 miliardi di euro per gestire l’emergenza dell’immigrazione, una cifra pari allo 0,25% del Pil, che andata costantemente crescendo. Soldi italiani. Un problema anche previdenziale per il nostro paese: secondo i dati dell’INPS, gli immigrati che percepiscono la pensione sociale sono quasi 100mila. Fare richiesta, del resto, è molto semplice: basta arrivare in Italia con un’età minima di 65 anni e ritornare nel proprio Paese d’origine, creando un danno alle nostre casse che si aggira attorno alla somma di 10 milioni di euro annui. La cosa esilarante è che, in tutto questo, c’è ancora chi sostiene che i famigerati migranti salveranno il nostro sistema di previdenza sociale, pagandoci le pensioni. Anche questa, tra le tante, è una delle perle collezionate dai gendarmi del “politicamente corretto”.
Per questo, la sinistra, ancora una volta si mostra antinazionale in linea con le tendenze liberal globaliste. Bisogna farsi trovare pronti dinanzi a queste politiche scellerate che distruggono la nostra identità.

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