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Abolire la famiglia? Partiamo dalla cucina di casa. L’ultima follia della femminista-marxista – Aldo Maria Valli

di Aldo Maria Valli

L’istinto suicida che percorre la nostra società e la nostra cultura non conosce freni.

Un libro pubblicato da poco, recensito sul New Statesman, chiede l’abolizione della famiglia, quella tradizionale, a favore dell’assistenza all’infanzia da parte dello Stato.

Il libro, scritto dalla femminista Sophie Lewis, è intitolato Abolish the Family: A Manifesto for Care and Liberation e sostiene che le famiglie tradizionali sono un fattore negativo per la società, poiché “privatizzano la cura” e “trasformano l’amore e l’intimità in abusi e proprietà”.

La famiglia, secondo questa tesi, è un male per i figli e anche per le donne. I figli hanno bisogno di essere “liberati” dalla “famiglia patriarcale, dalla proprietà legale, dalla dipendenza economica”. L’alternativa? L’assistenza da parte dell’autorità pubblica.

La parola Stato, in realtà, non viene usata, ma è di questo che si sta parlando: unità statali collettiviste che impediscano ai genitori di “privatizzare” i propri figli.

Sophie Lewis, già autrice nel 2019 di Full Surrogacy Now: Feminism Against Family (nel quale propone l’abolizione del concetto stesso di famiglia naturale e il ripensamento della gravidanza tradizionale a favore di una “piena maternità surrogata”), fa parte del Brooklyn Institute for Social Research, dove tiene corsi di “politica e filosofia femministe, trans e queer” sostenendo “l’abolizionismo familiare”. La sua tesi di dottorato, Cyborg Labour: Exploring Surrogacy as Gestational Work, “ha cercato di riformulare l’economia politica della gravidanza contrattuale ai fini di un utopismo polimaternalista contro il lavoro”.

In uno dei suoi corsi, What Is Family Abolition?, Sophie Lewis spiega che “l’abolizione della famiglia è stata a lungo un’esigenza dell’agitazione marxista e socialista”. Già Marx ed Engels chiesero l’abolizione della famiglia nel Manifesto comunista. E gli utopisti francesi avevano fatto lo stesso alcuni decenni prima. “Ma cosa significa oggi il concetto di abolizione della famiglia? E come si colloca all’interno di una logica più ampia di emancipazione dallo sfruttamento del lavoro, dal razzismo, dal sessismo e dall’oppressione sessuale?”.

Queste le domande attorno alle quali si arrovella Sophie Lewis, che collabora anche con OpenDemocracy, progetto finanziato, fra gli altri, dalla Ford Foundation,  il Rockefeller Brothers Fund e le Open Society Foundations di George Soros.

Dopo il Covid, la genitorialità, spiega l’autrice nel suo nuovo libro, è più che mai in crisi. Di qui la necessità di “riconfigurare” il modo in cui ci prendiamo cura dei figli. Un’opportunità unica, da cogliere al volto.

Sull’esempio del filosofo Charles Fourier, l’idea della femminista-marxista è di incominciare abolendo la cucina di casa. Uomini e donne vivranno collettivamente, preparando i pasti in cucine comuni e mense pubbliche gratuite.

Comunità di questo tipo, del resto, sono già esistite in America a metà del XIX secolo. In esse la vita in comune sollevava le madri dalla “fatica ingrata” dovuta a “un sistema inconcepibilmente stupido e inefficiente” di confisca della donna (parola di Alice Constance Austin, utopista e femminista radicale). Ricominciamo dunque con la cucina per “costruire una società completamente nuova”.

La famiglia, sostiene Lewis, privatizza la cura. La struttura legale ed economica della famiglia nucleare “deforma” l’amore. I bambini, proprietà privata, sono legalmente posseduti e completamente dipendenti economicamente dai genitori. Il duro lavoro di cura – accudire i bambini, cucinare e pulire – è nascosto e svalutato, svolto gratuitamente dalle donne o con una paga scandalosamente bassa dalle lavoratrici domestiche. Anche le famiglie più felici sono costruite su “un’intera sottostruttura di sacrifici e repressioni”. Se aboliamo la famiglia, “aboliamo l’unità fondamentale della privatizzazione nella nostra società”. Come risultato “avremo più cure e più amore per tutti”.

Lewis ammette che l’abolizione della famiglia, come altre richieste dei movimenti abolizionisti, presenta dei “disagi”. Dopo tutto, può darsi che qualcuno ami la sua famiglia. E magari ci sono donne alle quali piace cucinare nella propria cucina di casa. Bisogna allora fare uno sforzo e andare al di là. La famiglia, assicura l’autrice, in realtà non è brava a creare intimità. Quella che crea è una carenza di cure, nascosta dietro la porta chiusa a chiave della proprietà privata.

Abolire la famiglia richiede allora di prendere sul serio l’idea che “i bambini sono responsabilità di tutti, non solo dei loro genitori”. Si tratta di un’idea dalla lunga genealogia, che l’autrice ripercorre con storie degli attivisti che hanno cercato di vivere secondo una politica familiare più “emancipata”. Incontriamo così la pensatrice e attivista rivoluzionaria russa Alexandra Kollontai, secondo la quale “la società nutrirà, crescerà e educherà il bambino”, perché “l’affetto limitato ed esclusivo della madre per i propri figli deve espandersi fino a estendersi a tutti i figli della grande famiglia proletaria”. Amore rosso, amore rivoluzionario, amore sociale, contro l’amore strettamente borghese della genitorialità biologica.

Incontriamo anche la femminista radicale Shulamith Firestone, che negli anni Sessanta sostenne che la liberazione delle donne e dei bambini era indissolubilmente legata e poteva essere raggiunta solo attraverso “la diffusione del ruolo della gravidanza e dell’educazione dei bambini nella società nel suo insieme”. Ed ecco il movimento di liberazione gay, che alla Convenzione nazionale democratica del 1972 chiese che i diritti legali dei genitori sui propri figli fossero aboliti e venissero organizzati appositi “centri di assistenza all’infanzia gratuiti ventiquattro ore su ventiquattro” dove anche i gay potessero “condividere la responsabilità dell’educazione dei figli”.

Da citare anche la National Welfare Rights Organization, composta principalmente da attiviste nere della classe operaia, che dalla metà degli anni Sessanta per un decennio si impegnò a “rimodellare” i programmi di welfare “al di fuori della struttura della famiglia dei capifamiglia maschi”.

L’autrice del libro prende spunto in particolare dall’attivista e teorica dell’abolizione delle prigioni Ruth Wilson Gilmore, la quale sostiene che con l’abolizione del carcere nasce la nuova giustizia. E poiché la famiglia, come il carcere, è parte del sistema repressivo borghese, abolire anche la famiglia è la soluzione.

Idem per la polizia, o la monarchia. Ciò che diamo per scontato come naturale “può essere eliminato per avere qualcosa di meglio”. L’abolizione porta alla nascita di un “nuovo mondo” che non poteva essere immaginato prima della lotta liberatrice. L’abolizione, secondo Gilmore, ci impone di “cambiare una cosa: tutto”.

L’autrice del libro, bontà sua, a questo punto si fa qualche domanda. Abolendo la famiglia vogliamo solo rimodellare o riproporre quegli ideali di parentela e cura che, dopo tutto, “indubbiamente sono fonte di piacere e forniscono rifugio?”. C’è qualcosa da salvare nella vecchia famiglia?

La risposta è no. Scrittrici femministe nere hanno da tempo riconosciuto che quell’ambiguo luogo di cura che è la famiglia è legato alla violenza storica della schiavitù e del capitalismo razziale.

Nel suo saggio del 2016 The Belly of the World la studiosa americana Saidiya Hartman scrive che il lavoro di cura delle donne “è stato prodotto attraverso strutture violente di schiavitù, razzismo anti-nero, sessismo virulento”. Sicché Lewis conclude che sì, la famiglia è uno “scudo che gli esseri umani si sono dati per sopravvivere a una guerra”, ma la guerra non deve continuare per sempre.

Lewis scrive che dopo le visioni degli anni Sessanta e Settanta ci fu un periodo di trent’anni, tra il 1985 e il 2015, in cui l’abolizione della famiglia fu colpevolmente ignorata come obiettivo politico, e i giovani d’oggi potrebbero giustamente chiedersi perché la generazione dei loro genitori si sia comportata così.

Quando le richieste radicali degli anni Sessanta fallirono, le femministe si ritirarono nella nostalgia e nella riaffermazione della famiglia (la defunta attivista Barbara Ehrenreich disse: “Pensavamo solo che la famiglia fosse una buona idea e che anche gli uomini potessero voler essere coinvolti in essa”). Un ruolo l’ebbe anche “la campagna di propaganda reazionaria che durante l’era Reagan associò la vita gay alla pedofilia ed estinse la politica di cura collettiva dell’infanzia del movimento di liberazione gay sostituendola con un’agenda strettamente basata sui diritti”. “Certamente – continua Ehrenreich – nella mia infanzia borghese la gestione della famiglia come popolazione di piccoli imprenditori di successo e con investimenti elevati era antitetica a qualsiasi tipo di politica collettiva o a una rivisitazione emancipatrice dell’infanzia”.

Lewis riconosce che c’è qualcosa di “psichicamente impegnativo” nell’abolizione della famiglia. Come in tutte le politiche abolizioniste, l’abolizione della famiglia mette in discussione alcune delle nostre nozioni più profonde su noi stessi: parentela, appartenenza, identità. In ogni caso, la richiesta di un modo rivoluzionario di “riconfigurare come ci prendiamo cura l’uno dell’altro” è più essenziale che mai.

C’è molto da fare. Basti pensare che il Partito laburista sta attualmente conducendo una campagna su una piattaforma per “un futuro in cui le famiglie vengono prima di tutto”: la cucina di nuovo ipotecata per “degradarti”.

Femminismo e politica abolizionista chiedono invece di “immaginare l’inimmaginabile”. Si tratta di “trasformare il mondo”.

Certi incubi non finiscono mai.

Fonte: newstatesman.com


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