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Anche i Romani ebbero problemi col clima, ma anziché monopattini costruirono acquedotti




Roma, 29 lug – Negli ultimi anni l’Europa sta attraversando le estati più calde dall’Impero Romano a tutt’oggi. Così almeno ci dicono gli esperti e così ci assillano i catastrofisti del clima. A confermarlo, ultimamente, è anche uno studio apparso nel 2016 su Environmental Reaserach Letters Journal. Lo studio rivela che, dal 1986, le temperature medie estive sono superiori di 1,3°C rispetto a quelle di 2.000 anni fa. Lo studio coordinato da Jurg Leterbacher, coinvolgeva 40 ricercatori e venne compiuto 6 anni fa su anelli delle piante, dipinti, annotazioni e documenti storici redatti da medici, sacerdoti e monaci. Ma non temete perchè, ancora una volta, è emerso anche che i problemi col clima che stiamo vivendo sono ciclici nel corso della storia europea.

Lo studio sugli anelli dei pini

Per indagare sulla variabilità climatica precedente all’ottavo secolo d.C., è stato fatto un grande lavoro sugli anelli degli alberi. In particolare sono stati esaminati i pini della Finlandia, della Svezia e dell’Austria. Piante che crescono soprattutto in estate. Ciò permette di conoscere dunque la temperatura dei mesi estivi. Ancora, però, non sembrano essere state esaminate le piante del territorio italiano. Entro il confine del Brennero, infatti, è risaputo che il clima propriamente mediterraneo, è assai diverso dalle più rigide temperature di centro e nord Europa.

La piccola era glaciale romana

Se calcoliamo, ad esempio, le origini stesse dell’Urbe, scopriamo che negli anni della sua fondazione il clima era assai più duro. Fondata nel 753 a.C., infatti, Roma inizialmente affrontò quella che gli studiosi definiscono una piccola era glaciale. Il periodo freddo era durato circa dal 900 al 300 a.C. ma non fu mai paragonabile ad una vera e propria glaciazione.

Dal freddo al clima ottimale

Stando alle fonti di Columella e Giovenale, all’inizio del IV secolo a.C. gli inverni erano talmente rigidi che il ghiaccio invadeva il fiume Tevere. Successivamente il clima tornò a mitigarsi e le temperature ripresero a salire. Si giunse allora al cosiddetto Optimum Climatico Romano, un periodo che durò circa dal 250 a.C. al 400 d.C. e nel quale le temperature si rivelarono ottimali per agricoltura e lunghe campagne militari.

Optimum Climatico Romano

Il periodo denominato Optimum Climatico Romano, corrisponde infatti all’espansione di Roma nel Mediterraneo, e alla grandezza di altre culture italiche, prima che venissero assorbite dal dominio delle legioni. Come per le campagne militari, in antichità si navigava quasi unicamente da primavera all’autunno e, in quel periodo, le imbarcazioni poterono prendere il largo anche in stagioni solitamente proibitive. Lo stesso vale anche per il vino. Oltre alla protezione di Bacco, dunque, i viticoltori italici poterono contare su di un ottimo clima che permise l’espansione delle vigne anche in zone fino ad allora non favorevoli, allargando così l’esportazione del vino.

La ciclicità del clima

Dopo l’ottavo secolo la diffusione dei pini si allargò anche alla Svizzera, alla Francia e alla Spagna. Questo ha permesso ai ricercatori una ricostruzione dell’andamento climatico di pressoché tutta l’Europa. Le oscillazioni di temperatura in passato erano di fatto più ampie di quel che si pensa. Come scrivevamo poc’anzi, fino al terzo secolo le estati furono più calde rispetto agli anni successivi, fino al settimo secolo. Si verificò poi un intermezzo climatico più caldo durante il medioevo, ma tornò nuovamente il freddo con una nuova piccola era glaciale dal 14° al 19° secolo. Arrivando fino al secolo scorso, dove la temperatura è ricominciata a salire portandoci a boccheggiare in questa estate, nemmeno troppo diversa da quelle successive, e mediaticamente dettata dai problemi di clima..

Ingegno e risorse

Oggi, indubbiamente, la colonnina di mercurio in questa estate 2022 è salita non poco. Ciò sta provocando gravi problemi di siccità ed emergenza idrica, certo. Eredi del sangue romano, però, anche noi dobbiamo necessariamente far fronte a questi problemi edificando i nostri nuovi “acquedotti”. I Romani si conquistarono la fiducia e la gratitudine dei popoli portando loro l’acqua attraverso montagne, pianure e deserti. Soprattutto laddove vi erano problemi con clima ostile e siccità. Sfruttavano falde, fonti e pendenze e inventavano le stesse ingegnosamente laddove la natura non le volle. Adesso, negli anni Duemila, sistemi e tecnologie per correre ai ripari ne abbiamo moltissimi, ma solo a pochi sembra “convenire” impiegarli veramente. In questi giorni la Regione Veneto sta studiando addirittura una specie di “muse” per evitare il continuo afflusso di acqua marina all’interno dei fiumi in secca. Opere grandiose ne furono costruite moltissime anche nel corso dell’ultimo secolo, partendo dal Ventennio fascista.

Meno monopattini, più acquedotti

Oggi, però, il problema rimane sempre quello legato alle cattive amministrazioni, ai bandi truccati e agli interessi privati su quelli pubblici. Certo è che, fino a quando ci si continuerà a lamentare dell’emergenza climatica, con noiosi programmi televisivi e infinite discussioni politiche, non si andrà da nessuna parte. Le amministrazioni e lo Stato dovrebbero concentrare i propri sforzi soprattutto sull’emergenza idrica, lasciando perdere costosissime cavolate modello “smart” e investendo al meglio i fondi europei a disposizione di queste tematiche. Altro che monopattini elettrici e impermeabili gialli, per risolvere i problemi di clima ridateci gli antichi acquedotti romani e quella geniale volontà che costruì un intero impero.

Andrea Bonazza

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