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Astenersi? Votare? Idee a confronto – Aldo Maria Valli

Ancora due interventi sul voto del 25 settembre. Uno per l’astensione, l’altro per il voto. Idee a confronto. Fa sempre bene, se sono idee motivate ed esposte in modo garbato.

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Caro Valli,

bisognerebbe analizzare gli ultimi sessant’anni della nostra storia per fare un discorso compiuto. Mi limito a ricordare che dopo l’omicidio Moro l’Italia perse del tutto la possibilità di scelte autonome dai poteri anglo-americani, nel 1992 sul Britannia (presenti Amato, Prodi, Draghi & C.) venne svenduta la parte migliore dell’Italia. I governi che si sono succeduti mai hanno fatto gli interessi dell’Italia sia quelli di centro, di sinistra o di centro destra.

Sento invocare il voto responsabile, un voto argine contro il pericolo del Pd. Ma di cosa stiamo parlando? Il Pd ha governato sott’acqua ai tempi della Dc e ora governa dopo la caduta di Berlusconi senza avere avuto nessuna maggioranza. Più che governare, ha garantito ai poteri massonici, con Monti, Letta, Renzi, Draghi, di tenere sotto tutela L’Italia. Ora si sta delineando una possibile vittoria della Meloni, la quale ha già fatto atto di sottomissione ai poteri forti.

E Mattarrella ha già detto che i ministri che contano li decide lui e tutti sono d’accordo nel continuare l’agenda Draghi.

Poi ci sono i cosiddetti antisistema, ma guardate i loro programmi: sono fiere dei sogni, e a mio avviso hanno l’unico scopo di accalappiare le diverse frange antisistema, altrimenti perché non fare un partito unico se il pericolo è così grande?

Per tutto ciò per la prima volta non voterò. Siamo a un punto di non ritorno e io non legittimo questo Stato col mio voto. Le motivazioni fondamentali sono le stesse del 1868 come ben spiega Stefano Fontana nel suo articolo Stato-Chiesa ripensare i rapporti col “grande animale” dal quale traggo uno stralcio: “Agli inizi della storia moderna del movimento cattolico il rapporto con lo Stato era di resistenza e contrasto. Il non éxpedit, ossia l’indicazione di non partecipare alle elezioni e di prendere le distanze dal nuovo Stato anticlericale, fu applicato per la prima volta nel 1868. Fu ulteriormente formalizzato da Pio IX, mantenuto da Leone XIII, poi allentato e infine tolto nel 1919 da Benedetto XV. Da allora, attraverso vicende complesse, i cattolici accettarono lo Stato moderno, collaborandovi. Da un lato il magistero cercò di teorizzare dottrinalmente la questione ribadendo le linee fondamentali della concezione corretta dello Stato, come per esempio Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, dall’altro si cercò di correggerne l’esistenza dall’interno ma senza più mettere in questione i suoi presupposti”.

“Ai giorni nostri, però, il volto dello Stato (italiano prima di tutto, ma non solo) si mostra tragicamente truce e non solo per motivi contingenti, bensì proprio perché sta mettendo in luce i suoi presupposti sbagliati. La questione è talmente evidente che i cattolici dovranno riprendere in mano il tema del loro rapporto con lo Stato, andandosi a rivedere i motivi dell’ottocentesco non éxpedit”. […]

“Si tratta di uno Stato democratico, ma democraticamente è impossibile incidere su di esso. Soprattutto perché alla sua base c’è una visione puramente quantitativa della democrazia: contano i numeri indipendentemente da contenuti, verità, valori, giustizia. Ma nella democrazia di oggi diventa impossibile ottenere anche i numeri, perché le elezioni sono condizionate da mille interferenze, condizionamenti, pressioni … e soprattutto c’è una ‘cultura di Stato’ che condiziona tutti, sicché cambiano le maggioranze ma con esse non cambia nulla. La democrazia è oggi estremamente oligarchica. Singoli candidati affidabili vengono poi assorbiti nel partito, un partito potenzialmente affidabile viene poi assorbito nelle convenienze tattiche e nei condizionamenti elettorali”.

Grazie per l’attenzione

Giorgio

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Caro Valli,

nell’attuale campagna elettorale latitano proposte serie e, forse come mai prima, è difficile se non impossibile trovare una prospettiva politica convincente e quindi condivisibile. I limiti dell’offerta politica sono sostanzialmente due: il primo è dato dal fatto che ci si rivolge ai potenziali elettori come fossero clienti del discount, con una penosa asta al rialzo su chi offre di più in termini di sconti e regalie. Tutti vogliono abbassare le tasse (e il debito pubblico che aumenta?), mettere tetti alle materie prime (e il libero mercato?), concedere sconti e agevolazioni, bonus, aumenti dei salari… manca il set di pentole in omaggio e il campionario è completo: desolante davvero! Un libro dei sogni fatto tutt’al più di quattro spiccioli di mancia, senza visione, senza respiro. Ovviamente il tutto è enunciato per slogan e affermazioni apodittiche sui social, senza nessun approfondimento sul come fare tutte queste magie su cui non si può non essere d’accordo e che ci renderanno tutti più felici.

Il secondo limite, forse pure peggiore, è che, al di là della modestia di questo tipo di proposte, c’è un assoluto appiattimento delle posizioni. Per ottenere il consenso a ogni costo si tende a banalizzare, a non pronunciarsi su temi “divisivi” (si dice così oggi con un orrendo neologismo), a evitare affermazioni che possano scontentare qualcuno. Così si dice tutto e non si dice nulla, tutti per la pace, per l’ambiente, per il lavoro, per i giovani, per la crescita… e ovviamente per le magnifiche sorti e progressive! In periodi nemmeno così lontani da oggi, all’interno dell’arco parlamentare c’era sempre qualcuno, fosse anche all’estrema destra o all’estrema sinistra, che la pensava diversamente, che rispetto alle tesi della maggioranza aveva proposte alternative, fossero ideologiche e preconcette, talvolta persino bizzarre, ma – santo cielo! – c’era un confronto tra tesi diverse, che era fondamentale per il dibattito democratico e paradossalmente offriva un contributo essenziale anche per la credibilità e la dimostrazione della bontà delle tesi di maggioranza.

In campagna elettorale ci si aspetterebbe di sentire proposte diverse e alternative soprattutto sui grandi temi, non sulle quisquilie e sulle banalità, in cui ogni schieramento evidenzi le proprie peculiarità e quindi le differenze rispetto agli altri, invece su certi temi – a parte qualche voce isolata fuori dal coro e che non ha alcuna possibilità di tribuna – tutti allineati. Non mi piacciono le tesi preconfezionate, anche se mi sono propinate come le più belle del mondo, offerte dagli uomini migliori, e ovviamente per il mio bene. Preferisco arrivare a sintesi, utilizzando la poca materia grigia che ho (“la prima Provvidenza è l’intelligenza”, diceva san Giovanni Calabria!), partendo però da un confronto tra tesi e antitesi: di modo da poter scegliere – eventualmente anche sbagliando – quale sia il mio bene.

Il voto è certamente una delle più alte e personali espressioni di scelta: in questo contesto diventa quindi davvero difficile, perché vengono a mancarne le condizioni. Tanto più che questa legge elettorale – da tutti vituperata a parole ma che fa comodo a tutti i partiti che si sono ben guardati dal modificarla – è congegnata in maniera tale da non consentire proprio una scelta. Per quanto riguarda il proporzionale, si può votare, ma senza scegliere i candidati, blindati dalle segreterie dei partiti in listini bloccati in cui si viene eletti sulla base dell’ordine di lista e, per il complesso meccanismo dei resti, per i voti conteggiati magari a migliaia di chilometri di distanza dal proprio collegio. Per il maggioritario, nemmeno si può votare univocamente un partito, in quanto le logiche di coalizione potrebbero magari aver imposto in quel singolo collegio un candidato diverso da quello del partito che vorrei indicare. Ovviamente l’elettore comune nulla sa di questi tecnicismi e, ahimè, nemmeno può effettivamente sapere chi va in concreto a eleggere, ma tant’è.

Per andare al cinema, devo essere allettato da un film che mi piaccia, se no resto a casa o faccio altro: per compiere una qualsiasi azione positiva, ci vuole una causa efficiente, mentre non ha bisogno di giustificazione un’astensione.

Per il voto tuttavia la questione non può porsi in questi termini. Senza cadere nella vuota retorica del dovere civico e del concorso alla vita pubblica di ogni cittadino, che lasciano davvero il tempo che trovano, vanno fatte due considerazioni. La prima è che il non-voto come presa di posizione cosciente e consapevole, come reazione a questo contesto disarmate, non produce effetto alcuno: un’astensione, per quanto in aumento (e questa volta sarà da record), non verrà mai considerata seriamente come dato politico, in quanto chiunque vinca sarà portato a considerare di avere – e avrà in termini formali – piena legittimazione, sostenuto da parte della maggioranza dei votanti. E qui sta il secondo punto: chi vince, anche senza il voto di chi non si è recato alle urne, arriverà comunque alla stanza dei bottoni e deciderà pure per chi si è astenuto. Non votare quindi equivale a delegare altri non in qualcosa che non ci interessa, ma in scelte che riguarderanno molto da vicino la nostra vita e la società in cui viviamo.

Allora, nonostante tutti i limiti che abbiamo visto, non si tratta di cercare oggi una inesistente proposta politica che ci soddisfi appieno, ma di dare un contributo personale, nemmeno così ininfluente, per allontanare il baratro verso cui una società senza più valori sta precipitando: se non troveremo un vestito tagliato esattamente su misura, è comunque necessario coprirci, anche con qualche indumento un po’ raffazzonato, per rendere meno fredda la notte.

Carthaginiensis


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