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Augusto, lo statista: ecco il nuovo numero della collana “I Grandi Italiani”




Roma, 2 ago – Da oggi è disponibile il dodicesimo numero della collana «I Grandi Italiani», inaugurata dal Primato Nazionale lo scorso settembre. Il volume, scritto da Stefano Bianchi, è dedicato ad Augusto, il grande architetto dell’impero romano. In cento agili pagine, l’autore ripercorre la vita dell’erede di Cesare, ricostruendone la biografia a 360 gradi. Il quaderno, come di consueto, è arricchito da numerosi extra e contenuti inediti che aiutano a inquadrare il personaggio del mese. Di seguito riportiamo la presentazione al volume scritta da Adriano Scianca. [IPN]

Augusto, lo statista

Lo storico Yan Thomas ha definito Roma la «città dei padri». Il seme primigenio di Roma era attecchito nel Lazio per il tramite di un eroe che era giunto su quelle sponde portando sulle spalle l’anziano padre. E attorno al pater familias si strutturava tutta l’articolazione sociale romana. La rivoluzione augustea si situa esattamente nel solco di questa tradizione. La sua presa del potere ha come perno una vendetta, tanto personale quanto collettiva: quella nei confronti degli uccisori di Cesare, suo prozio di sangue e suo padre adottivo, nonché padre della patria. Una vera e propria restaurazione del padre, che poi era anche un farsi pater patriae del figlio, un salto di livello, l’acquisizione di una nuova consapevolezza e di un nuovo ruolo.

Il gesto aveva anche una dimensione religiosa: prima della battaglia di Filippi, Ottaviano pronunciò un voto a Marte Ultore, promettendo al dio della guerra un tempio grandioso se gli avesse concesso di concretizzare la sua vendetta. Inaugurato nel 2 a.C., il Tempio andava a completare la scenografia monumentale dell’intero Foro di Augusto. Sulla sua facciata, troneggiavano al centro un Marte barbuto, alla sua destra sedeva Venere (da cui la gens Iulia vantava discendenza) e alla sua sinistra era riconoscibile la Dea Fortuna. Accanto a Venere era presente Romolo, mentre agli estremi del frontone spiccavano le personificazioni del Palatino, della Dea Roma e del fiume Tevere. C’era tutto: la terra sacra, il nume della città, la Dea genitrice della sua casata gentilizia più nobile e il Dio della vendetta, già progenitore del fondatore.

Il culto della Vittoria

Colonna vertebrale spirituale di questo nuovo ordine fu il culto della Vittoria, che era, secondo Julius Evola, «l’anima segreta della grandezza e della fides romana». Jean Gagé ha parlato di una vera «teologia della vittoria imperiale». Sotto Augusto, la mistica della vittoria divenne facilmente supporto ideologico del principato: le vittorie dell’imperatore dimostravano la sua adeguatezza al comando.

Giova tuttavia ricordare che la Vittoria aveva a Roma un culto antichissimo, precedente alla fondazione stessa della città. Secondo la tradizione, Vittoria fu la prima divinità ad avere sede sulla cima del Palatino. Secondo Dionigi di Alicarnasso, il greco Evandro, colono giunto dall’Arcadia, aveva fondato in tempi antichissimi su quel sito un culto alla Nike greca (Le antichità romane, 1,32,5). Con Augusto gli onori tributati a tale divinità trovano espressione e compimento.

È possibile acquistare il volume in edicola in abbinamento al mensile del Primato Nazionale. In alternativa, lo si può ordinare sul nostro sito in versione cartacea, oppure leggerlo in versione digitale (clicca QUI).

Da notare che fra le cosiddette «divinità auguste», ovvero gli Dèi che nelle iscrizioni di questo periodo assumono l’epiteto, sostanzialmente mai portato prima, di «Augustus» o «Augusta», Victoria Aug. è attestata 23 volte in tutta Italia (10 se ne trovano anche in Spagna) ed è una delle poche che compare in tutte e 11 le regiones. Al culto era anche dedicato l’altare che il 28 agosto del 29 a.C. il principe aveva fatto erigere in pieno Senato (che da allora si sarebbe chiamato Curia Iulia), lo stesso attorno al quale, tempo dopo, sarebbe sorta una famosa disputa teologica, quella tra il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco e il vescovo di Milano Ambrogio. Una disputa che, sotto altre forme, in qualche modo dura fino a oggi.

Adriano Scianca

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