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Bolsonaro, Lula e un paese diviso: le cose da sapere sulle elezioni in Brasile

Gli analisti esperti in politica brasiliana definiscono atipica la campagna in atto per il rinnovo di presidente, governatori e membri del parlamento. Innanzitutto, l’idea di organizzare una terza via non si è mai concretata. Il candidato di centro, Ciro Goes, è al 7%, e non è presente una coalizione alternativa che possa fungere da ago della bilancia. Benché siano in corsa 11 contendenti, questa si è ristretta intorno al presidente di destra, Jair Bolsonaro (67 anni), e all’ex presidente di sinistra, Luis Inácio Lula da Silva (76 anni). Inoltre, la durezza dei toni e dei metodi, la belligeranza dei votanti, e i timori generalizzati su una possibile reazione scomposta di Bolsonaro in caso di sconfitta, soverchiano la normale combattività dell’alternanza di potere che, in forma ciclica, coinvolge gli schieramenti.

Cosa dicono i sondaggi delle presidenziali brasiliane

Sondaggi diversi indicano Lula davanti a Bolsonaro fra gli 8 e i 16 punti, per il primo turno del 2 ottobre, e lo danno trionfante a un eventuale ballottaggio. Se la differenza si assesta con Lula al 44% e Bolsonaro al 35, come segnalano le società di inchiesta più accreditate (Fsb Pesquisa), ci sarà un secondo turno il 30 ottobre, considerato che il candidato vincente al primo deve superare il 50% delle preferenze. Lula potrebbe assicurarsi una rivalsa politica e personale con una previsione di stacco a suo beneficio del 52% contro il 39 di Bolsonaro.

A differenza di altre elezioni, la polarizzazione è arrivata a sostituire la nozione di avversario con quella di nemico. E il cambio non è semantico: se per l’avversario c’è rispetto, con il nemico nemmeno si dialoga, si combatte. Bolsonaro, riferendosi a un’alleanza tra i suoi oppositori, nel mese di maggio, aveva affermato che in quel modo si sarebbero “ammazzati tutti con un unico sparo o una granata”; in comizi recenti, ha parlato di “una lotta del bene contro il male” e, senza mezzi termini, ha dato del “ladro” a Lula. Le accuse di incitamento alla violenza sono state rispedite al mittente in maniera spiccia, tuttavia, in un’area rurale del Mato Grosso, un militante del Partito dei lavoratori (Pt), formazione di Lula, è stato pugnalato da un sostenitore di Bolsonaro, nel corso di un’accesa discussione politica tra colleghi di lavoro; l’omicida ha addirittura cercato di decapitare la vittima con un’ascia. A luglio, un esponente del Pt è stato assassinato a colpi di pistola, con l’irruzione in una festa di partito e le parole “ci manda Bolsonaro”. Lula, dal canto suo, ha qualificato Bolsonaro alla stregua di un “genocida”, per la deliberata mancata risposta alla pandemia, costata al Brasile 685 mila morti, e ha proclamato che è in gioco la democrazia contro il fascismo. Per evitare il prolungamento di un tale clima di esasperazione, in molti sperano che le sorti del paese vengano decise in un’unica tornata.

Lula durante un comizio (Fonte: EPA/Joedson Alves)

Un Brasile in preda a violenza politica e disuguaglianze

Con un dibattito lontano da concrete proposte economiche, e concentrato sulla denigrazione e l’annientamento della controparte, la cittadinanza vive in uno stato di angoscia e privazione. Tre su quattro aventi diritto, ovvero il 67,5%, teme di essere oggetto di aggressioni per motivi politici (Datafolha). La violenza di questa natura è cresciuta del 335% da gennaio del 2019, secondo uno studio dell’Università di Río de Janeiro. La cifra corrisponde a 1.209 delitti all’indirizzo di membri del mondo politico, incluso 45 uccisioni di dirigenti, solo nel 2022. Sul piano economico e sociale non va meglio nonostante le previsioni positive per il 2023.

Oggi il tasso di disoccupazione è al 9,1%, il 15% dei brasiliani soffre la fame, e circa 125 milioni sono sottoposti ad alcuna forma di insicurezza alimentare, un aumento stimato del 73%, in pochi anni, dalla rete di ricerca sulla sovranità e la sicurezza alimentare (Penssan). Se alcuni ricordano con apprezzamento l’amministrazione Lula, dal 2003 al 2010, quando l’esecuzione di programmi di protezione sociale permise l’uscita di 30 milioni di persone dalla povertà estrema e l’ampliamento della classe media, altri puntano il dito contro gli scandali della corruzione che sorsero nel governo del Pt di Dilma Rousseff, per i quali lo stesso Lula venne processato e scagionato, dopo 19 mesi di carcere. Bolsonaro, che non è stato esente da accuse di corruzione, in agosto ha tentato la mossa dell’incremento del sussidio ai poveri e qualche taglio alle tasse, ma ciò che manca sono iniziative di lungo termine per affrontare la crisi.

Lo spettro del golpe in Brasile

Come se non bastasse, nel Paese aleggia niente di meno che lo spettro del golpe. Bolsonaro ha disseminato sospetti sull’affidabilità e la sicurezza dei processi che regolano i suffragi con attacchi diretti al presidente del tribunale supremo federale, senza offrire prove specifiche. In più ha reiterato che accetterà lo spoglio finale se lo riterrà valido, ipotizzando denunce di frode ai suoi danni per cercare di restare in sella, fatto inedito nella storia recente del Brasile. La preoccupazione indotta nella collettività è confluita nella raccolta di oltre un milione di firme, fra cui di ex presidenti, intellettuali, artisti e sportivi, in appoggio a un manifesto in difesa della democrazia e il sistema elettorale. Malgrado la scorsa settimana Bolsonaro abbia notificato che, se perdente, si ritirerà dalla politica, ci si chiede se si tratti di un mero espediente per convincere gli indecisi e se i suoi sostenitori potrebbero tentare manovre analoghe a quelle avvenute a Capitol Hill nel gennaio del 2021.

Il presidente Bolsonaro durante un comizio (Fonte: EPA/Guilherme Dionísio)

Negli eventi pubblici di Bolsonaro è comune vedere cartelli che richiedono un “intervento militare” e, durante l’estate, la polizia ha perquisito le abitazioni private di imprenditori che lo fiancheggiano per aver gestito discussioni in WhatsApp sulla possibilità di un colpo di stato. L’esercito ha guadagnato protagonismo, con un ritorno imprevisto nell’arena politica, lo stesso Bolsonaro ha espresso nostalgia per il regime militare, instaurato in Brasile fra il 1964 e il 1985, arrivando a elogiare uno degli aguzzini di quel periodo. Sebbene è improbabile che le forze armate abbiano ambizioni golpiste, le dichiarazioni del presidente creano instabilità e potrebbero dar adito ad azioni extra costituzionali o illegali, per invalidare i risultati.

Una difficile riappacificazione

Il parlamento e i governi regionali e municipali hanno mantenuto la loro integrità ed esercitato un ruolo energico nel contrastare le peggiori minacce, la democrazia, però, si trova sempre indebolita dalla presenza di forze autoritarie. Per questa stessa ragione, il paese non si pacificherebbe neppure all’indomani della vittoria di Lula e il contesto complessivo resterebbe marcato da un alto grado di disordine e radicalizzazione. Persino la democrazia statunitense è emersa meno stabile dopo la sconfitta di Donald Trump.

Il bolsonarismo è più debole del trumpismo, perché al contrario di Trump che conta con un partito in un quadro bipolare, Bolsonaro, privo di una simile compagine, non detiene la stessa capacità distruttiva. Comunque, quando i leader adottano una retorica aggressiva è probabile che i loro accoliti abbiano comportamenti facinorosi, per questo è fondamentale che assumano sempre un’etica inequivocabile. In Brasile, il problema della violenza è endemico, ingente la circolazione di armi. Il traffico della droga è gestito da bande criminali che hanno cellule in ogni città, quartiere, favela e carcere, alle quali si aggiungono gruppi paramilitari di estrema destra. Un reportage della rivista Piauí mostra che in alcuni quartieri di Río, come in Bangú, il tasso di omicidi supera il doppio di quello dell’intera città.

La polizia militare brasiliana in una favela (EPA/Andre Coelho)

Il peso del voto religioso

La tappa finale verte intorno alla conquista del voto evangelico. A determinare le sorti dei contendenti sarà, quindi, in certa misura, l’influenza delle confessioni religiose. Gli evangelici, duplicati in vent’anni, compongono un terzo degli abitanti (i cattolici sono il 50 per cento) e dei deputati. In questo elettorato, Bolsonaro ha dalla sua il 49% delle intenzioni contro il 32 di Lula. Questa distanza è transitata da 10 a 17 punti percentuali negli ultimi mesi. Nel 2018, Bolsonaro si impose con il patrocinio degli evangelici – attori dell’industria agroalimentare e del mercato finanziario, anti abortisti e contrari a differenze nell’orientamento sessuale -, e continua a essere il candidato che dà loro voce.

Lula in questo campo è in difficoltà, per via della sua base progressista, che vuole vedere progressi nei diritti civili, fra cui la legislazione di genere e la legalizzazione dell’aborto, arenati in Brasile, in confronto ai suoi vicini regionali. In aggiunta, Lula è vincolato agli ambientalisti e le autorità indigene, che si oppongono al progetto di apertura commerciale dell’Amazzonia. Questa constituency non guarda di buon occhio la vicinanza a una fazione che, con la sua presenza missionaria, ha facilitato la cancellazione delle tradizioni ancestrali e la deforestazione. Lula pensava di condurli dal proprio lato con un discorso forte contro la povertà e l’accesso a opportunità di impiego che, finora, non si è rivelato sufficiente.

La first lady, di fede evangelica, è scesa in campo con un’offensiva dallo sfondo biblico, in cui si descrive un Lula “consacrato al demonio”, per il suo impegno verso le religioni afrobrasiliane, da secoli discriminate. Lula ha risposto dicendo che il suo intento è di tutelare la libertà religiosa e lo stato laico, a favore della pace e quanti sono esclusi dallo sviluppo. Intanto, i bolsonaristi si riferiscono al proprio candidato con l’espressione “scelto da Dio”, giocando con il suo secondo nome, Messias.

Uno scambio tra Lula e Bolsonaro durante il dibattito tv (Fonte: EPA/Fernando Bizerra)

Sfide social e fake news

Il fronte di Bolsonaro, “Per il bene del Brasile”, ha un numero maggiore di simpatizzanti maschi, raccoglie adesioni nella fascia d’età tra i 40 e i 50 anni, cresce con il grado di educazione formale ed è radicato negli evangelici. Quello di Lula, “Fronte della speranza”, registra livelli più alti di affiliati fra i giovani di 16-24 anni, coloro che si sono fermati agli studi di scuola elementare, e quelli che si identificano senza religione, pur se i cattolici lo spalleggiano in prevalenza. I caldeggiatori di Bolsonaro ignorano i sondaggi, a cui non danno credito, e preferiscono guidarsi con l’informazione diffusa attraverso le reti sociali, dove il presidente ha 43 milioni di followers, il triplo di Lula.

I video di Bolsonaro, detti “bolsoflix”, hanno un successo comparabile a quello delle serie della piattaforma di intrattenimento Netflix. La modalità di votazione digitale in Brasile è ben disegnata e ha provato la sua attendibilità, ma la rete trabocca di storie inventate su presunti brogli del passato. Mentre il 60% dei partitari di Lula asseriscono di fidarsi dell’apparato statale, il dato crolla al 25% per quelli di Bolsonaro, il 31% lo rigetta in assoluto. E fioccano le false notizie. Flavio Bolsonaro, figlio del presidente, ne ha lanciata una secondo la quale Lula chiuderebbe le chiese se venisse scelto; un’altra ha come preda il contrasto all’omofobia nelle scuole che renderebbe gay in massa gli studenti.

Il ritorno della sinistra in Sud America

A dispetto di tutto, compresi gli sforzi di Bolsonaro di avvicinarsi ai centristi e l’uso di un linguaggio conciliatorio, il vantaggio di Lula sembra aumentare, grazie agli stati conservatori del sud, dove si si sta erodendo il seguito degli agricoltori per il presidente in carica. Il ritorno di Lula significherebbe la punta di diamante nella recente linea di trionfi della sinistra non chavista, con l’insediamento di Boric in Chile e Petro in Colombia, e l’avanzamento di un’America Latina progressista, promossa da Argentina e Messico. La permanenza di Bolsonaro tranquillizzerebbe gli investitori stranieri e l’oligarchia locale, essendo più prevedibile e allineata.

Lula non dovrebbe cambiare di molto la veste in cui è stato conosciuto nei suoi due precedenti mandati, ma potrebbe presentare elementi di disturbo, ad esempio per lo sfruttamento indiscriminato delle risorse. In qualsivoglia scenario, gli esiti delle elezioni determineranno non solo il futuro del Brasile, ma in buona parte quello degli altri paesi del subcontinente e dell’integrazione latinoamericana. Per il peso specifico del Brasile, dalla forma in cui eserciterà il suo ruolo strategico, o dall’abdicazione temporanea allo stesso, si produrranno effetti a catena. Un ritorno di Lula può rappresentare non solo una conferma de nuovo vento sudamericano, ma anche la conferma di un addio alla stagione di quello che Bolsonaro rappresentava.

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