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Caos mascherine, un caso politico tutto italiano: un simbolo di sottomissione del cittadino

La perseveranza con cui il ministro Speranza impone agli italiani regole cervellotiche e astruse non dovrebbe sorprendere più. La famosa linea della prudenza sbandierata dal segretario di Articolo 1 non è altro che una posizione di retroguardia che rende l’Italia un caso politico da analizzare attentamente da qui ai prossimi anni. Peraltro, questa ridda di norme ha travolto i malcapitati cittadini rendendo assai confusa la lettura e l’interpretazione dei precetti sanitari. Per cui, non ci si deve neppure meravigliare se, caduto l’obbligo generalizzato di indossare le mascherine, molte persone non sappiano distinguere i luoghi dove la protezione è solo raccomandata da quelli in cui è ancora obbligatoria. Nell’incertezza del diritto, tanti continuano a indossarla perfino all’aperto o in beata solitudine mentre guidano l’auto. Si tratta di una sorta di effetto pavloviano, che si mescola a un’acuta forma di sindrome di Stoccolma, scaturito da mesi di tremendismo diffuso a reti e testate unificate.

Ancora qualche giorno fa, su Repubblica uno stuolo di esperti invitava a indossare la mascherina anche laddove sono cessati gli obblighi. Per tutti vale la pena citare il genetista Giovanni Maga il quale ha spiegato che lui continuerà a portarla pure all’aperto, anche perché “limita pochissimo la libertà”. Viene alla mente l’aforisma burioniano sul fatto che la scienza non può essere democratica. Nel nostro caso, ha schiacciato le libertà individuali e sospeso i diritti costituzionali. O li ha limitati quanto basta, almeno a parere del dottor Maga.

L’effetto tangibile di questa narrazione incalzante è la cieca obbedienza a prescrizioni che ormai vanno oltre la valenza etica e abbracciano in maniera plateale l’occultismo generando situazioni al limite del parossismo. Prendiamo, per esempio, la questione delle mascherine sugli aerei. Dal 16 maggio, non è più necessario indossarla durante i voli all’interno dello spazio aereo europeo. Tuttavia, l’Italia rappresenta ancora una volta un’eccezione nel panorama occidentale. Come immaginabile, le norme caotiche hanno provocato le solite difficoltà interpretative perché risulta davvero arduo barcamenarsi tra le contraddittorie indicazioni ministeriali e comprendere i casi in cui si può finalmente viaggiare a volto scoperto.

Per fortuna, è intervenuta l’Enac che ha messo ordine in questa babele di regole. Premesso che all’interno dei terminal e sugli shuttle l’ordinanza del ministro vale come semplice raccomandazione, l’autorità nazionale per l’aviazione civile ha chiarito che la regola da applicare è quella del Paese della compagnia che opera il volo. Insomma, prevale la nazionalità del vettore. Tanto per intenderci, se si viaggia da Roma a Londra con British Airways allora non vi è obbligo. Ma, se invece la stessa tratta è stata prenotata su Ita, la nostra compagnia di bandiera sorta sulle ceneri di Alitalia, allora l’equipaggio e i passeggeri saranno costretti a osservare le disposizioni di Speranza e a indossare per tutta la durata del volo la famosa Ffp2. Il ministro si scherma ancora dietro una delle sue proverbiali massime: “Non sono temi da affidare alla politica, decide la scienza”.

Certo, al di là del fatto che così la politica si limiterebbe a ratificare decisioni assunte da organi non eletti, compromettendo gli equilibri democratici, sul concetto di scienza bisognerebbe pure mettersi d’accordo. Qual è la comunità scientifica a cui fa sempre riferimento Speranza? I suoi consulenti? L’ormai sciolto Cts che spesso ha suggerito norme piuttosto illogiche se non addirittura bizzarre? Eppure su quest’uso generalizzato della mascherina gli esperti sono tutt’altro che concordi come dimostra l’eliminazione delle misure da parte di tutti gli altri Paesi europei.

Peraltro, anche in Italia qualche voce critica si fa breccia nel muro del pandemicamente corretto. Il professore Giovanni Frajese, tra gli altri, nel caso dell’obbligo imposto agli studenti e ai bambini, ha parlato esplicitamente in un’intervista alla Verità di una misura equiparabile a una forma di tortura “che non ha alcuna evidenza scientifica”. Inoltre, nei giorni scorsi, è stato diffuso un documento del Ministero della salute, a firma del direttore generale, il dottor Gianni Rezza, nel quale, in risposta alla richiesta di documentazione attestante studi e rischi/benefici sull’utilizzo giornaliero dei dispositivi di protezione imposti in classe ai minori dai sei anni in su, ha affermato testualmente che “questa amministrazione non è in possesso della documentazione richiesta”. Allora, qual è l’evidenza scientifica dietro cui si trincera il ministro per giustificare la sua ortodossia sanitaria? Per giustificare le residue restrizioni, sembra pure azzardato il riferimento a New York dove sarebbero sul punto di ripristinare lo stato d’allerta e reintrodurre l’obbligo di mascherine al chiuso. In effetti, sfogliando il New York Times, si apprende che si tratta di pure raccomandazioni tranne che sui mezzi di trasporto o nei teatri dove l’obbligo non è mai stato cancellato.

Resta, però, un dubbio sul motivo che spinge a prendere come modello sempre le politiche più restrittive (e verrebbe da dire pure più inutili se non dannose e psicologicamente devastanti) e non le più liberali, come quelle adottate dal Regno Unito, dove sono crollati decessi e infezioni anche in assenza di Green Pass, mascherine e ordinanze ministeriali. Forse, la vera ragione esula dalle “evidenze scientifiche” e riporta alla conveniente sottomissione del cittadino all’invadenza dello Stato. Probabilmente, è questa l’egemonia culturale teorizzata dal ministro nel suo libro mai arrivato sugli scaffali. Anzi, più semplicemente, è l’egemonia dello Stato sul cittadino, incoraggiato a mostrarsi sempre più dispotico dinanzi all’acquiescenza delle persone i cui diritti sono ancora sacrificati sull’altare della nuova religione sanitaria. Così è se vi pare, ma sfortunatamente anche se non vi pare.

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