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Ciriaco De Mita ha portato alla morte la democrazia in Italia

È morto De Mita, Ciriaco De Mita, grande capo della Democrazia Cristiana (soprattutto nei primi anni ’80), grande personaggio della Prima Repubblica, ex ministro, capocorrente della sinistra democristiana. Si parlerà molto bene di lui. Io invece voglio parlarvene male.

Penso che De Mita sia l’uomo che ha trascinato alla morte la Prima Repubblica e quindi la democrazia italiana. La grande democrazia italiana, anche quella che c’è adesso, è ciò che ci è rimasto di quella costruzione gigantesca che fu la democrazia della Prima Repubblica; la democrazia e il conflitto, la democrazia e il conflitto sociale, la democrazia e la lotta politica, la democrazia e i suoi insuccessi, anche la democrazia e le stragi e la violenza. Lo Stato di Diritto e la democrazia sono stati trascinati in un fallimento alla fine degli anni ’80.

Io penso che uno, o forse il principale responsabile di quel fallimento fu Ciriaco De Mita. Perché? Perché De Mita non è mai stato uno statista. De Mita è stato un uomo politico di manovra, capace molto nella manovra politica e nella tattica e capace moltissimo nella gestione del potere. Però De Mita aveva un’idea molto semplice: che la politica fosse il potere, punto. Non che il potere fosse un aspetto della politica. In un’epoca in cui la politica, forse oggi è difficile spiegarlo, erano grandi idee. Era l’epoca di Fanfani, di Moro, di Craxi e di Berlinguer.

Fanfani è stato un grande riformista. Ha fatto le riforme del ’62: ha riformato la scuola media, ha fatto un grande piano casa dandola agli italiani, ha riformato il welfare. Passa per uomo di destra ma Fanfani lo è stato solo su alcune questioni di costume come il divorzio, non certo sul piano sociale dove è stato un riformista, ed era uno che aveva un’idea precisissima di società, un’idea di società molto cristiana e capace di essere più giusta. Era un uomo di sinistra Fanfani. Moro no.

Moro era un conservatore, ma un grande conservatore. Aveva l’idea che bisognava conservare la struttura della democrazia italiana, così com’era, senza modificarla, bisognava permettere a questa struttura di essere la chiave dello sviluppo economico e per fare ciò bisognava tenere a bada il conflitto sociale. Moro era bravissimo in questo. Questa tattica, questa tecnica politica, era la tecnica che gli serviva per arrivare al suo obiettivo che era quello di mantenere le cose. I conservatori non devono riformare. Moro non era un riformista, una balla. Era un conservatore dalle grandissime idee, dalle grandissime capacità politiche. L’hanno dovuto abbattere perché se non lo avessero fatto avrebbe vinto lui. Se non lo abbattevano vinceva Moro.

Craxi e Berlinguer erano due uomini di sinistra, due grandi riformisti con idee completamente diverse. Craxi pensava che la questione fondamentale fosse sviluppare moltissimo la libertà e quindi liberalizzare l’Italia sul piano dell’economia e quindi aprire le porte al liberismo, sul piano della cultura, sul piano della politica con il decisionismo, semplificazione, Repubblica Presidenziale. Berlinguer no. Non è che fosse anti liberale, ammetteva la libertà ma come lusso. La questione di Berlinguer era l’equità e la giustizia economica, e quindi livellare gli stipendi, aumentare il potere d’acquisto dei poveri e ridurre le grandi ricchezze. Fece delle grandi riforme: fra il ’78 e il ’79 fu il Pc a fare le grandi riforme della Casa, della Sanità, anche la riforma della Psichiatria, l’Equo canone, la Scala mobile.

Non è vero che Craxi e Berlinguer erano incompatibili perché si odiavano, erano incompatibili perché avevano due idee completamente diverse di sinistra su due giganteschi pilastri ideali: la libertà e l’uguaglianza. Non potevano mettersi d’accordo non perché ci fossero questioni tattiche perché c’erano due questioni di idealità. Erano due sinistre diverse. Berlinguer liquidò Lenin ma non liquidò Marx, Craxi liquidò Marx e scelse Proudhon.

Adesso noi siamo un po’ più impicciati perché la questione fondamentale che ci riguarda è quella di Giarrusso e Petrocelli, ma allora non si discuteva di Giarrusso e Petrocelli, può sembrare strano ma si discuteva di queste cose. Erano queste le questioni aperte. In questa politica fatta di strategie, di ipotesi e realizzazione di riforme per costruire un’Italia diversa, De Mita non c’entrava nulla.

Sfido chiunque a ricordarmi una grande idea politica di De Mita. Volete sapere di Craxi? Tagliò la Scala mobile per favorire le imprese (ero contrario e lo sono ancora adesso), però quella era la sua politica, la Repubblica presidenziale, la politica estera autonoma dagli Stati Uniti. Volete sapere cosa fece Berlinguer? Ve l’ho detto: la riforma sanitaria, la riforma della casa. Se si chiede anche a una persona che ha studiato quell’epoca: “De Mita che idea aveva?”. Nessuno sa rispondere. De Mita non aveva nessuna idea, aveva l’idea di governare, di prendere il potere e non gli riuscì perché Craxi lo spazzò via. Lo scontro fra Craxi e De Mita che avvenne negli anni ’80 è lo scontro fra un uomo fortissimo sul piano della gestione del potere e un uomo che invece nella gestione del potere non era tanto forte ma che aveva idee e carisma fortissimi.

De Mita ebbe la capacità di prendere in mano la stampa italiana, tutto il sistema dell’informazione, e di guidare il sistema delle correnti. L’uomo che gli realizzò tantissimi dei suoi progetti tattici, che gli fece vincere i congressi era Clemente Mastella. Uomo intelligentissimo, modernissimo, che sapeva governare le correnti. Fu inventata credo da Giampaolo Pansa la frase ‘per vincere un congresso ci vogliono le truppe mastellate’, e in effetti De Mita vinse parecchi congressi con le truppe mastellate non con le idee. Non usciva nessuna idea da quei congressi, uscivano maggioranze.

E poi controllava la stampa italiana. Ce l’aveva tutta. La Rai era tutta roba sua, allora aveva il monopolio. Poi il Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno, L’Unità, Paese Sera. Controllava tutti. Anche molti dei giornalisti di oggi, posso citare Mauro, Franco, Caprarica, Padellaro erano tutti in questa grande corte dei giornalisti ‘demitiani’. Lui controllava tutto per questo restò a galla tanto tempo eppure perse alla fine anche le battaglie di potere perché le vinse Craxi.

Quando nel 1984 morì Berlinguer per un ictus mentre era in corso una battaglia feroce sulla Scala mobile quindi sulla politica economica fra le due sinistre, fra Berlinguer e Craxi (la Dc non contava niente), poi qualche anno dopo nel ’92 la magistratura spazzò via Craxi e non rimase più nulla della grande politica, rimase il ‘demitismo’. Craxi non è l’uomo che ha portato la corruzione in Italia, io li ricordo bene, Craxi non si è mai venduto, io non so come funzionava il sistema delle tangenti, le prendevano tutti, però poi c’è un altro aspetto: cioè chi manteneva fermi i principi della sua politica e chi no.

Craxi ha sempre tenuto fermi i suoi principi, io li ho conosciuti quando ero ancora un giornalista politico molto giovane e sono sempre stato ferocemente anti-craxiano (perché ero comunista), ma Craxi lo riconoscevi. Il resto era robetta, manovretta, cose che non avevano nulla a che fare con la grande politica. Quando non c’è stata più la grande politica è rimasto solo il ‘demitismo’ e a quel punto è stato spazzato via tutto e quindi è stata spazzata via la Prima Repubblica e quindi, dico io, è stata spazzata via la democrazia italiana. E questo non è un merito.

Piero Sansonetti

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