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Come (e dove) cambia il grande gioco del petrolio

Per capire cosa succederà all’industria petrolifera globale, e quali conseguenze dovrà affrontare l’Europa nell’imminente futuro, è necessario guardare a Oriente. È qui, infatti, che si deciderà il grande gioco del petrolio russo, al momento colpito dalle sanzioni Ue ma soltanto in maniera parziale, in attesa della stangata finale prevista per la fine del 2022.

La Russia, costretta ad individuare nell’Asia la sua nuova regione commerciale di riferimento dopo esser stata isolata dall’Europa, ha rafforzato i suoi rapporti con vecchi e nuovi partner locali. Se non stupiscono le sempre più stringenti relazioni economiche tra Mosca e Pechino, sorprendono eccome gli affari d’oro che scorrono sull’asse Mosca-Nuova Delhi e pure su altre, insospettabili direttive. Giappone e Corea del Sud, ad esempio, pur avendo condannato la Russia per la guerra in Ucraina, continuano ad acquistare petrolio dal Cremlino. Così come Taiwan, recentemente finita sotto i riflettori internazionali per la visita di Nancy Pelosi sull’isola e la conseguente reazione cinese.

Detto altrimenti, l’Occidente e i suoi partner, compresi quelli asiatici, sono sì concordi nell’accusare Mosca di aver attaccato Kiev scatenando un sanguinoso conflitto. Allo stesso tempo, tuttavia, lontano dall’Europa c’è chi non sembra avere alcuna intenzione di sacrificare i propri sistemi economici e produttivi, privandosi completamente dei legami con i russi. Tralasciando gli Stati Uniti, sui quali l’impatto dell’embargo sul petrolio russo avrà un effetto decisamente limitato rispetto a quanto accadrà nel Vecchio Continente, è interessante focalizzare l’attenzione sulle citate India, Corea del Sud, Giappone e Taiwan. Senza dimenticarsi della Cina che, pur non facendo parte dell’alleanza occidentale, sta attuando mosse commerciali che influiranno sul settore petrolifero mondiale.

Cina e India assetate di petrolio

Se recentemente il prezzo del petrolio sta scendendo è anche perché India e Cina hanno incrementato l’acquisto dell’olio nero dalla Russia, diminuendone al contempo l’acquisto da Paesi terzi. Questo ha spinto gli altri produttori, compresa l’Arabia Saudita, ad abbassare i prezzi.

Prendiamo adesso il caso indiano, dove Mosca ha letteralmente fatto breccia nel mercato petrolifero locale, arrivando a superare perfino il peso dei Paesi sauditi e OPEC in termini di approvvigionamento della preziosa risorsa. L’India, che è il più grande Paese importatore di petrolio al mondo (l’85% del petrolio totale del Paese viene importato dall’estero), ha trovato nella Russia un partner perfetto. Secondo quanto registrato da Bloomberg, nel primo trimestre di quest’anno, ovvero da aprile a giugno, il governo indiano ha acquistato petrolio russo ad un prezzo inferiore rispetto a quello dell’Arabia Saudita. Nel maggio 2022 è stato inoltre concesso a Nuova Delhi uno scontro fino a 19 dollari al barile sullo stesso petrolio proveniente dal Cremlino. Un mese più tardi, a giugno, Mosca ha superato l’Arabia Saudita diventando il secondo più grande fornitore di petrolio indiano dietro all’Iraq.

In sintesi, poiché la guerra in Ucraina ha costretto la Russia a trovare nuovi mercati entro i quali far confluire il suo petrolio, per giunta a prezzi stracciati, l’India ha approfittato della situazione accreditandosi come una tra le principali acquirenti di Mosca. Così facendo, l’Elefante indiano ha potuto usufruire di un effetto positivo sulla propria economia.



Il Cremlino, intanto, è diventato il principale fornitore di petrolio della Cina. A luglio, stando ai dati rilasciati dall’amministrazione generale cinese delle dogane, le rafffinerie indipendenti del Paese hanno intensificato gli acquisti di forniture scontate da Mosca, riducendo le spedizioni da fornitori rivali come Brasile e Angola. Più in generale, le importazioni della Cina di combustibili fossili dalla Russia continuano a correre. Pechino ha acquistato greggio e gas naturale liquefatto (Gnl) in aumento per il quarto mese consecutivo, segnando rialzi annui, rispettivamente, del 7,6% (a circa 7,14 milioni di tonnellate) e del 20,1%, superando le 400.000 tonnellate. Le importazioni cinesi di petrolio dall’inizio dell’anno dalla Russia sono state pari a 48,45 milioni di tonnellate, in aumento del 4,4% rispetto all’anno precedente, ma ancora in ritardo rispetto all’Arabia Saudita, che ha fornito 49,84 milioni di tonnellate, ovvero l’1% in meno rispetto al livello di un anno fa.

E così, grazie all’appiglio cinese, la compagnia petrolifera russa Rosneft è diventata una delle più grandi aziende quotate al mondo, mentre la richiesta indiana ha consentito a Mosca di incrementare le export di greggio verso Nuova Delhi da circa zero a un milione di barili al giorno.

L’Europa e l’Estremo Oriente

Detto dei due giganti Cina e India, è arrivato il momento di sintetizzare la strategia che ha in mente di adottare l’Europa. L’embargo dell’Ue sulle importazioni di petrolio russo via mare scatterà tra dicembre e gennaio. Nel giugno 2022, il Consiglio ha adottato un sesto pacchetto di sanzioni che, tra l’altro, “vieta l’acquisto, l’importazione o il trasferimento di petrolio greggio e di alcuni prodotti petroliferi dalla Russia all’Ue”.

Le restrizioni si applicheranno però gradualmente: entro sei mesi per il petrolio greggio ed entro otto mesi per altri prodotti petroliferi raffinati. È inoltre prevista un’eccezione temporanea per le importazioni di petrolio greggio fornito mediante oleodotto negli Stati membri dell’Ue che, data la loro situazione geografica, soffrono di una dipendenza specifica dagli approvvigionamenti russi e non dispongono di opzioni alternative praticabili. Bulgaria e Croazia nello specifico beneficeranno di deroghe temporanee riguardanti, rispettivamente, l’importazione di petrolio greggio russo trasportato per via marittima e di gasolio sotto vuoto.

A detta di Bruxelles, entro la fine dell’anno tali restrizioni copriranno quasi il 90% delle importazioni di petrolio russo in Europa, riducendo notevolmente i profitti commerciali della Russia. Una volta archiviato il petrolio russo, l’Ue dovrà cercare nuovi acquirenti capaci di sostituire il Cremlino (dalla Nigeria all’Angola passando per il Camerun).



In Asia, nel frattempo, i principali partner occidentali continuano ad importare petrolio dalla Russia. Come ha sottolineato l’Asian Nikkei Review, nei cinque mesi successivi allo scoppio della guerra in Ucraina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno importato un totale di 5,5 miliardi di dollari di combustibili fossili da Mosca. Tutto ciò lascia intendere l’imprescindibile dipendenza di tali Paesi dalle materie prime russe, una dipendenza pressoché impossibile da recidere.

Il Center for Research on Energy and Clean Air ha stimato che il Giappone abbia importato 2,6 miliardi di dollari di carbone, petrolio e gas russi tra il 24 febbraio e il 31 luglio. La Corea del Sud si sarebbe fermata intorno agli 1,7 miliardi di dollari, mentre Taiwan a 1,2 miliardi. Seul, Tokyo e Taipei avrebbero così contribuito con circa 1 miliardo di dollari al bilancio federale della Russia, tenuta sotto scacco dalle sanzioni occidentali. “Quando i divieti dei paesi dell’Ue sul carbone e sul petrolio russi entreranno in vigore entro la fine dell’anno, i Paesi dell’Asia orientale rimarranno essenzialmente i principali acquirenti di combustibili fossili russi”, ha affermato Lauri Myllyvirta, ricercatore capo del think tank CREA.

La più grande compagnia elettrica del Giappone, Jera, la società pubblica del gas di proprietà statale sudcoreana Kogas e la Taipower di Taiwan, sono tra i principali importatori di combustibili fossili russi. Nello specifico, CREA ipotizza che Jera abbia importato circa 820 milioni di dollari di Gnl, carbone e petrolio negli ultimi cinque mesi, Kogas 186milioni di dollari di Gnl e che Taipower abbia acquistato 307milioni di dollari di carbone. Kogas avrebbe addirittura un contratto di prelievo di Gnl con il colosso energetico russo Gazprom che durerà fino al 2045. Ci troviamo insomma di fronte a trategie nazionali ed economiche completamente diverse rispetto a quelle seguite dall’Europa.

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