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Come si diventa criminali? Le parole di Antonio Mancini

Come si diventa criminali? È da questa domanda che siamo partiti nell’intervista che abbiamo fatto ad Antonio Mancini, ex appartenente di spicco della holding criminale nota come Banda della Magliana, dov’era noto con il soprannome di “Accattone”. Dopo un ennesimo arresto nel 1994, un anno dopo l’estradizione dal Venezuela di Maurizio Abbatino, altro boss della Banda, Mancini comincia a collaborare con la giustizia. Pagato il suo debito, oggi vive da uomo libero a Jesi, nelle Marche, dove – tra le altre cose – si dedica a un’intensa attività di divulgazione nelle scuole e collabora con la Caritas. Ospite nella giornata del 5 novembre del corso di giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy di InsideOver, quando (alla presenza anche dell’ex magistrato Otello Lupacchini e dell’ex ispettore di polizia Attilio Alessandri) si parlerà dell’Operazione Colosseo (il blitz che assestò un durissimo colpo alla Banda della Magliana a seguito della collaborazione di Abbatino, ndr), Mancini ci ha rilasciato un’interessante intervista in cui, appunto, ci ha spiegato come si diventa criminali. “Premetto una cosa, prima di trasferirci a Roma, quando ancora vivevamo in provincia di Pescara, ero uno studente modello. Le mie pagelle delle elementari lo dimostrano”.

E poi cos’è accaduto? Come sei diventato un criminale?

“Quando avevo 11 anni mio padre decise che la famiglia si sarebbe trasferita a Roma. Vivevamo in povertà e il trasferimento nella Capitale sembrava l’unica possibilità di riscatto. Peccato che, una volta arrivati a San Basilio, che ancora oggi è una delle periferie più complicate della città, la realtà che ci attendeva era molto diversa dalle aspettative”.

Anche lì c’era povertà?

“No, lì non c’era proprio niente. E quando dico niente, intendo niente. È stato in quel contesto che ha iniziato a maturare il mio istinto criminale. Mio padre la mattina usciva all’alba per andarsi a spaccare la schiena e rientrava quando già era buio. Alla sera mangiavamo sempre una minestra fatta con il dado. Sembrava una strada senza uscita. Poi, però, se mi affacciavo alla finestra, vedevo delle persone che giravano con la Ferrari, che non si alzavano all’alba e facevano quello che volevano. Ho pensato: voglio fare la vita di mio padre o quell’altra? Ho fatto la mia scelta”.


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Quand’è stata la prima volta in cui hai sfidato la legge?

“Avevo 13 anni, insieme a un paio di amici abbiamo rubato una Vespa. La prima volante della polizia che ci ha incrociati ci ha fermati e portati dai nostri genitori. Da lì è stata un’escalation”.

Hai avuto un cattivo maestro che ti ha “insegnato” il mestiere?

“Più di uno. A San Basilio, la sera, negli spazi tra i palazzoni, mentre noi ragazzini scorrazzavamo, gli adulti accendevano dei grandi fuochi. Lì intorno si radunavano dei veri e propri ladroni, che di fronte alle fiamme raccontavano le loro imprese e spiegavano come rubare una macchina, come infilarsi in un appartamento, insomma, trasmettevano a noi nuove leve la loro esperienza”.

Quando hai iniziato a fare sul serio?

“Il passo dal motorino alle gioiellerie è stato breve. I soldi mi piacevano, mi piaceva il brivido della rapina. Avevo una mia batteria (gruppo di criminali specializzato nelle rapine, ndr) con cui portavamo a termine i colpi. Ma la svolta c’è stata quando siamo stati notati da un pezzo da 90 nel settore delle rapine: Gianfranco Urbani, soprannominato “er pantera”. Lui apprezzava le mie capacità e in poco tempo entrai a far parte della sua batteria. Con lui facevamo le rapine ai furgoni portavalori, ai treni… insomma, roba forte”.

Da rapinatore, sei diventato un criminale di spessore – e temuto – con l’ingresso nella Banda della Magliana. Quando avviene questa “promozione sul campo”?

“I futuri appartenenti alla Banda della Magliana li ho conosciuti tutti in carcere. La stessa Banda si può dire che è nata lì, in carcere”.

Tornando alle ragioni che ti hanno spinto a intraprendere una carriera criminale, possiamo parlare di una volontà di riscatto indirizzata nel verso sbagliato?

“Indubbiamente si è trattata di volontà di riscatto. Ti racconto un aneddoto. Mio padre, un povero operario, un grande e onesto lavoratore, conosceva un senatore del Pci e, ogni tanto, nell’arco di molti anni, si recava con il cappello in mano nel suo ufficio, dove immancabilmente riceveva la promessa di ottenere, in un futuro prossimo, una casa popolare. Inutile dire che non l’ha mai vista. Io a volte lo accompagnavo, andavamo con la mia macchina, un Bmw, lui insisteva per farmi la benzina. Io gli dicevo “ma che ci andiamo a fare dal senatore, la casa te la posso comprare io”. Ma lui non voleva, lui credeva che un giorno quel senatore gliel’avrebbe data sul serio, la casa. Ecco, sin da bambino c’è una cosa che ho capito: il mondo è dei furbi, ma prima ancora dei forti. Io ho scelto di essere forte. In un mondo di sopraffazione, tra vittima e carnefice ho preferito essere il carnefice”.


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Oggi conduci una vita completamente diversa e a differenza di molti altri collaboratori non ti nascondi. Tanto per dirne una, sul citofono c’è il tuo nome e cognome. Cos’ha determinato questa inversione di rotta?

“Vedi, ho vissuto una vita estrema. C’era il sangue, c’era l’adrenalina, c’era la droga. Dopo un’ennesima scarcerazione, nel periodo in cui stava per nascere la mia seconda figlia, ho iniziato a vedere il mondo con occhi diversi. Ero stanco, ero nauseato. I miei amici, quelli che consideravo amici, gli altri della Banda, ancora parlavano di omicidi, di gente da ammazzare. Due di loro si erano scannati a vicenda, penso a Edoardo Toscano e a Enrico De Pedis… io ne avevo abbastanza, non volevo più vedere scorrere il sangue, volevo veder nascere e crescere mia figlia. Ecco, è stata lei a innescare la volontà di cambiare strada”.

E da qui la scelta di collaborare

“Si, ma vedi, il fatto che oggi non mi nasconda, che sul citofono ci sia il mio nome, è perché io non sono scappato da niente e da nessuno, se non da me stesso. La scelta di collaborare non è stata mossa da astio o da rancore, ma solo dalla necessità di scappare, sopravvivere a me stesso”.  

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