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Cosa c’è dietro il successo dell’economia polacca

La sua economia è cresciuta ininterrottamente per trent’anni, superando indenne la tremenda crisi finanziaria del 2007-08 e frenando soltanto a causa della pandemia di Covid-19. La sua capitale è il principale centro economico e finanziario dell’ex patto di Varsavia. Il suo porto più importante è divenuto un punto di transito fondamentale nel quadro dei traffici commerciali tra Stati Uniti ed Unione europea e tra quest’ultima e la Cina. Dalla metà degli anni Dieci del Duemila ha cessato di essere una terra di emigrazione per divenire un potente magnete per l’immigrazione internazionale, attraendo circa due milioni di lavoratori ucraini. Lo stipendio medio mensile nelle aree urbane, sia per i lavoratori pubblici sia per quelli privati, ha oramai raggiunto i livelli nostrani, ma il basso costo della vita la rende una meta molto più economica dell’Italia. E nel 2017 ha tagliato un traguardo storico: venendo investita dello status di mercato sviluppato nell’indice Russell, è diventata la prima (e unica) nazione dell’Est Europa postcomunista ad entrare nel club delle economie avanzate.

Il Paese dei record fino a qui elencati non è la Romania, che, tradendo ogni pronostico, ha mancato l’obiettivo di trasformarsi nella “tigre dell’Est”, ma è la Polonia, un’economia in perenne espansione che, per via dell’alto tasso di resistenza dimostrato durante la pandemia, ha cominciato ad attrarre l’attenzione e la curiosità persino tra gli strateghi della locomotiva d’Europa per antonomasia, la Germania.

La locomotiva dell’Est

Il Deutsche Welle, uno dei megafoni del mondo politico tedesco, il 23 maggio ha pubblicato un’analisi dal titolo eloquente ed autoesplicativo: “La Germania sta adocchiando il miracolo economico della Polonia per la crescita post-Covid” (Germany eyes Poland’s economic miracle for post-Covid growth). Da quando Diritto e Giustizia (PiS, Prawo i Sprawiedliwość) è salito al potere nel 2015, tuona DW, l’attenzione mediatica è stata rivolta primariamente alla presunta de-democratizzazione in corso nella nazione, comportando che venissero conseguentemente ignorati i risultati dell’agenda economica del partito.

Dal 2015 ad oggi, spiega DW ai propri lettori, “la resilienza dell’economia polacca è stata stupefacente”. I numeri, del resto, parlano da sé: saldamente in terza posizione nella classifica delle economie comunitarie per crescita della produzione industriale, quest’anno, con una probabile crescita del Pil del 3% (stima della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), Varsavia diventerà l’unico membro dell’Unione europea a concludere l’anno con un’economia nazionale ai livelli precrisi.

Il segreto del modello polacco? La sfida esistenziale rappresentata dalla pandemia è stata trasformata in un’opportunità unica ed irripetibile per impinguare l’economia reale di liquidità – oggetto di un’iniezione straordinaria e vivificante di cento miliardi di zloty (l’equivalente di ventidue miliardi di euro), pari al 4,5% del pil –, per riorganizzare le catene produttive in direzione dell’ottimizzazione dei costi e della flessibilità, per dare impeto alla diversificazione e per velocizzare i processi di digitizzazione nel pubblico e nel privato. Un pacchetto salvavita da 47 miliardi di euro, quello varato da PiS durante la pandemia, che, tra iniezioni di liquidità, supporto all’imprenditoria, aiuti alle famiglie e contenimento della disoccupazione, ha salvaguardato la tenuta dell’economia nazionale e garantito l’integrità del tessuto sociale, formando uno scudo anticrisi impermeabile ed impenetrabile.

E, oggi, nonostante le critiche lanciate dai partiti dell’opposizione ai tempi dell’introduzione del pacchetto salvavita – ritenuto insostenibile e, quindi, controproducente nel medio periodo –, i risultati dell’agenda economica di PiS vengono riconosciuti sia in patria sia all’estero: il 2020 è terminato con la minore riduzione di pil tra i Paesi OECD – una contrazione del 3,5% – e il 2021 terminerà con il ritorno ai livelli precrisi, un record unico all’interno dell’Ue.

Il parere di un esperto

Scrivere del miracolo economico polacco è importante, in quanto utile a sfatare stereotipi e preconcetti duri a morire sul presunto sottosviluppo del Paese e a rendere edotta l’opinione pubblica nostrana degli accadimenti che hanno riscritto l’immagine della Polonia negli ultimi trent’anni. E, per comprendere nel dettaglio la natura ed il funzionamento di questo modello economico improntato all’efficienza, abbiamo raggiunto e intervistato Giuseppe Adamo, membro di un’organizzazione giovanile vicina a PiS e ambasciatore per la promozione del sistema universitario polacco nel mondo.

La Germania ha cominciato a guardare con interesse al modello economico polacco per via dell’alto livello di resistenza dimostrato durante la pandemia. La Banca Mondiale ha certificato una crescita economica ininterrotta lunga un trentennio, con il picco registrato durante l’era PiS. Qual è il segreto della Polonia?

Il segreto della Polonia? Una combinazione di fattori che si sono susseguiti dalla caduta del comunismo in poi, partendo dalla gestione eccezionale del bilancio pubblico da parte di più o meno di tutti i governi – un debito/pil di circa il 40% ed un deficit vicino allo zero nel pre-pandemia –, che ha consentito manovre espansive in tempi di crisi, fino alla gestione eccellente dei fondi europei – andati quasi esclusivamente in infrastrutture –, passando per il sistema universitario – moderno, innovativo, che ha puntato molto sull’internazionalizzazione negli ultimi anni –, e per la burocrazia e la fiscalità agevolate per chi vuole investire nel paese.

I detrattori della Polonia, molto spesso, dicono che la manodopera a basso costo e i fondi europei siano i soli motivi per cui il Paese cresce economicamente, dimenticandosi che ci sono altre nazioni, anche confinanti, che godono di circostanze simili ma che non sono riuscite ad ottenere gli stessi risultati. Inoltre, i fondi europei non possono essere conteggiati nell’attivo di bilancio per motivi legali. La verità è che sono state la gestione del capitale ed un’offerta eccellente a produrre il benessere e la crescita che vediamo oggi.

Di recente, sia Microsoft che Moderna hanno deciso di aprire degli hub a Varsavia per miliardi di euro. La stessa Moderna, spiegando la propria scelta, ha dichiarato che “Varsavia è un luogo interessante per questo tipo di servizi alle imprese in scala globale, dato il suo accesso ai talenti, i costi operativi, il clima per il business e la qualità delle infrastrutture” e la McKinsey ha predetto che, probabilmente, la Polonia supererà l’Italia nel pil pro capite in circa una decina d’anni. In Italia, spesso, si tende a vivere in una bolla: si pensa che chi è povero è destinato ad essere povero e chi è ricco è destinato a rimanere tale, quando invece bisogna capire che lo status quo è fluido ed in constante, seppur lento, cambiamento.

Quanti e quali sono i meriti di PiS nell’aver reso possibile l’ingresso della Polonia nel ristretto club delle economie avanzate? E quanto è stato ed è importante il ruolo giocato da Mateusz Morawiecki, primo ministro ed ex banchiere?

Il ruolo del PiS è stato quello di evitare che la crescita economica creasse troppe diseguaglianze tra la nuova classe medio-alta e la classe bassa, come si rischiò che accadesse con il precedente governo liberale che non aveva previsto nessuna forma di sostegno alle famiglie e alle classi basse. La visione di Morawiecki è quella di superare la fase della fiscalità agevolata per le classi alte e creare un sistema di welfare ispirato ai Paesi occidentali. Proprio qualche giorno fa è stato inaugurato il nuovo programma economico del PiS, che prevede una quota di esenzione da ogni tassa sugli introiti fino a 30mila zloty l’anno ed un sistema di tassazione più progressivo, in addizione all’esenzione da ogni forma di burocrazia per la costruzione di immobili a scopo abitativo fino a 70 mq.

La tattica è chiara: rendere solida l’economia cambiando in modo graduale il modello economico, rendendo la Polonia non più semplicemente un Paese in cui si delocalizza ma un’economia avanzata, in tutto e per tutto, capace di offrire servizi estesi e di qualità ai propri cittadini, sfruttando la crescita economica per togliere del peso ai più piccoli. Il fatto che, di recente, la Polonia sia diventata un Paese d’immigrazione, con la presenza di più di mezzo milione di ucraini (e non solo), e che da tre anni sia il Paese europeo che rilascia più permessi di residenza agli stranieri in assoluto, dimostrano che le cose sono già cambiate.

È vero che PiS ha sviluppato la propria agenda economica rifacendosi agli insegnamenti in materia di economia della Chiesa cattolica? Quali sono state le misure economiche “più cattoliche” implementate da PiS?

Il PiS viene accusato di essere “di sinistra” in campo economico proprio per questa sua estesa politica sociale. Penso che il programma 500 plus – il  programma governativo che dona 500 zloty (circa 120 euro) al mese per ogni figlio –, il prossimo innalzamento del salario minimo a mille euro lordi e la creazione della tredicesima pensionistica sia da leggere come politiche di salvaguardia verso i cittadini delle fasce più basse e per combattere la denatalità. L’ispirazione cattolica ed un certo tentativo di applicare la dottrina sociale della Chiesa mi sembrano molto visibili.

Qual è stato l’approccio economico di PiS alla pandemia?

Il premier ha detto che si è cercato fin da subito un approccio bilanciato, ovvero che potesse evitare il conflitto tra il diritto alla salute e la protezione del tessuto economico. Non ci sono mai stati lockdown veri e propri, tranne che nei primi mesi della pandemia, nello specifico marzo e aprile 2020, e non sono mai stati introdotti coprifuochi o limiti alla circolazione delle persone all’interno del Paese. Sono state chiuse le attività commerciali e di ristorazione, le quali, però, hanno continuato ad operare in rete, d’asporto o con le consegne dove possibile, e sono state introdotte misure cautelative come il distanziamento e la mascherina. Il governo, poi, ha proceduto ad introdurre delle manovre espansive, in parte deprezzando lo zloty, seppur di poco, ed iniettando nell’economia, con il cosiddetto scudo anticrisi, circa 50 miliardi di euro, che sono stati donati alle aziende tramite sussidi, le quali hanno anche goduto di esenzioni da alcune tasse e contributi.

Credi che il modello polacco sia sostenibile nel lungo periodo e, soprattutto, replicabile altrove, magari in Italia?

Penso che sia sostenibile nel lungo periodo ma che, come il governo sta già facendo, ha bisogno di costanti correzioni e aggiornamenti per adattarsi ai cambiamenti e alle tendenze economiche. Non penso sia replicabile tout court in Italia per il semplice motivo che i due Paesi hanno una storia ed una situazione sia economica sia di partenza molto diversa. La Polonia è uscita dal comunismo in macerie, in una situazione in cui era possibile solo ricostruire, ha una fiscalità molto agevolata, permessa da un debito basso e non ha grosse differenze regionali. Inoltre, la Polonia non possiede una piccola-medio impresa forte come in Italia, quindi le grandi multinazionali che operano in Polonia non fanno grossa concorrenza alle imprese autoctone.

L’Italia, d’altro canto, parte da una posizione svantaggiata in fatto di fiscalità e debito pubblico, che le permette pochi margini di manovra, un costo del lavoro alto ed un mercato in parte saturo. Quindi, è ovvio che le stesse ricette non possono essere applicate in toto, però, sicuramente, molte cose possono essere prese ad esempio: il miglioramento dell’accesso ai e dell’utilizzo dei fondi europei, lo snellimento della burocrazia, l’innovazione delle imprese, la pubblica amministrazione che può essere agevolata, ma, soprattutto, la formulazione di politiche giovanili che agevolino non solo l’ingresso nel mondo del lavoro, ma anche le idee e la partecipazione attiva dei giovani altamente scolarizzati.

In Polonia il viceministro delle finanze aveva 28 anni al momento della nomina, in Italia questo è impensabile. E, per di più, in Italia si ha un approccio forzatamente paternalistico ed infantilizzante dove un politico di 40 anni è considerato “giovane” –; piccole cose che, a lungo andare, hanno effetti sull’economia.

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