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Cosa non torna nel raid dell’Fbi nella residenza di Donald Trump

Il raid dell’Fbi nella residenza dell’ex Presidente Donald Trump a Mar-a-Lago continua a destare alcune perplessità, e non solo tra i media e gli esponenti del partito repubblicano. Troppi, al momento, i lati oscuri e gli interrogativi che non trovano risposta. Innanzitutto, secondo quanto riferito dalla stampa americana, a differenza di ciò che era emerso in un primo momento, il mandato di perquisizione utilizzato dall’Fbi per entrare nella sontuosa proprietà di Palm Beach si concentrava esclusivamente sui documenti presidenziali e sulle prove di informazioni riservate lì archiviate. Nulla a che fare, quindi, con l’indagine legata all’insurrezione di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Gli agenti dell’Fbi, secondo il New York Post, hanno perlustrato il guardaroba di Melania Trump e hanno passato diverse ore a setacciare l’ufficio privato di Donald Trump, rompendo la sua cassaforte e frugando nei cassetti quando lunedì mattina hanno fatto irruzione nell’abitazione di Mar-a-Lago, in Florida. Il raid ha visto la partecipazione di oltre 30 agenti in borghese del distretto meridionale della Florida e del Washington Field Office dell’Fbi, ed è durato una giornata intera, dalle 9 del mattino alle 18.30 di lunedì 8 agosto. Gli scatoloni sequestrati dai federali contengono documenti e ricordi della presidenza Trump, tra cui lettere di Barack Obama e Kim Jong Un e varie corrispondenze con i leader mondiali.

I dubbi di Dershowitz

Alan Dershowitz, giurista e per decenni docente presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Harvard, nonché avvocato di Donald Trump nel processo di impeachment, esprime su The Hill forti perplessità rispetto al modus operandi dell’Fbi e del Dipartimento di Giustizia. “La decisione del Dipartimento di Giustizia di condurre un raid mattutino su vasta scala nella casa di Mar-a-Lago dell’ex presidente Trump non sembra giustificata, sulla base di ciò che sappiamo al momento” afferma il noto accademico. “Se è vero che la base del raid è stata la presunta rimozione da parte dell’ex presidente di materiale riservato dalla Casa Bianca, ciò costituirebbe un doppio standard di giustizia. Non ci sono state incursioni, ad esempio, nelle case di Hillary Clinton o dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Clinton, Sandy Berger, per accuse simili di cattiva gestione dei documenti ufficiali nel recente passato” sottolinea.

“Le precedenti violazioni del Presidential Records Act in genere sono state punite con sanzioni amministrative, non con procedimenti penali. Forse ci sono ragioni legittime per applicare uno standard diverso alla condotta di Trump, ma non sono evidenti in questa fase”. L’azione più appropriata, osserva, avrebbe visto un gran giurì “emettere un mandato di comparizione per tutti gli scatoloni sequestrati e per la cassaforte privata di Trump che era stata aperta. Ciò avrebbe dato agli avvocati di Trump l’opportunità di contestare la citazione in giudizio per vari motivi”. Perquisizioni e sequestri, osserva, “dovrebbero essere utilizzati solo quando le citazioni in giudizio sono inadeguate a causa del rischio di distruzione delle prove”. È importante notare, aggiunge, che lo stesso Trump era a 1.000 miglia di distanza quando sono avvenute le perquisizioni e il sequestro dell’Fbi. “Sarebbe stato quindi impossibile per lui distruggere le prove citate in giudizio”.



Perplessità sul giudice che ha dato l’ok all’operazione

Le perplessità riguardano anche l’imparzialità del giudice che ha dato l’ok all’operazione dell’Fbi, Bruce W. Reinhart. Dubbi sollevato dal Daily Wire, che cita un post del magistrato risalente pubblicato su Facebook nel 2017 nel quale attaccava proprio l’allora presidente Donald Trump e le sue dichiarazioni contro il deputato dem afroamericano John Lewis, scomparso nel 2020. “In genere ignoro i tweet del presidente eletto, ma non questo”, ha scritto Reinhart. “Si può dire che John Lewis abbia fatto di più per rendere grande l’America di qualsiasi cittadino vivente. Lo scorso agosto ho portato mio figlio all’Edmund Pettus Bridge a Selma in modo che potesse capire il tipo di coraggio e sacrificio richiesto per vivere in una società democratica. John Lewis incarna quello spirito, anche se non l’ho mai incontrato, è uno dei miei eroi. John Lewis è la coscienza dell’America. Donald Trump non ha la statura morale per baciare i piedi di John Lewis”.

E non finisce qui, perché non più tardi di sei settimane fa il giudice si sarebbe ritirato dall’affrontare una causa presentata proprio dall’ex presidente Donald Trump contro Hillary Clinton e altri ex funzionari dell’amministrazione Obama coinvolti, secondo il tycoon, in una grande cospirazione volta a dimostrare una presunta collusione con la Russia del magnate durante le elezioni del 2016. “Il sottoscritto, al quale è stata assegnata la causa di cui sopra, con la presente rinvia il caso al cancelliere del tribunale per la riassegnazione”, ha scritto Reinhart. Lo statuto che il magistrato ha citato per la sua ricusazione afferma in parte che un giudice “si squalifica in qualsiasi procedimento in cui la sua imparzialità possa essere ragionevolmente messa in discussione” e poi descrive le varie circostanze che potrebbero suscitare tali preoccupazioni. Si parla di un possibile “pregiudizio personale o un pregiudizio riguardante una parte, o conoscenza personale di fatti probatori contestati” o un “precedente lavoro come avvocato per una parte coinvolta nel caso”. In buona sostanza, è come se il giudice avesse messo le mani avanti e avesse ammesso di nutrire un pregiudizio nei confronti dell’ex presidente.

La versione di Eric Trump

Il figlio del presidente, Eric Trump, ha raccontato al Daily Mail le curiose modalità della perquisizione da parte dei federali. Eric Trump ha rivelato che gli agenti dell’Fbi si sono rifiutati di mostrare il mandato di perquisizione e hanno cacciato un avvocato dalla proprietà. Ha poi raccontato al tabloid inglese che i 30 agenti giunti ​​​​presso l’abitazione hanno chiesto al personale di spegnere le telecamere di sicurezza. Eric Trump definisce il raid un altro “attacco coordinato” contro suo padre e insiste sul fatto che non è possibile che il presidente Joe Biden sia stato tenuto all’oscuro dell’operazione, come affermato dalla Casa Bianca. “Pensate che il direttore dell’Fbi possa fare irruzione nella casa dell’ex presidente, specialmente in una casa come sapete, un po’ famosa in tutto il mondo come lo è Mar-a-Lago, in un luogo pubblico come quello, senza ottenere l’approvazione del presidente Biden?” si chiede Eric Trump in uno dei tanti quesiti che riguardano la clamorosa perquisizione nella lussuosa dimora di Donald Trump e sulla quale ora i repubblicani vogliono vederci chiaro. I lati oscuri in questa vicenda rimangono e sono più delle certezze.

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