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Danilo Toninelli, nel libro “Non mollare mai” la storia del ministro “più attaccato di sempre”

(di Alessandro Trocino – corriere.it) – «Il mare si estendeva sulla linea dell’orizzonte. Calmo e piatto, azzurro chiaro. Mi passai un fazzoletto sulla fronte per tamponare il sudore dopo la lunga corsa. Il respiro era tornato quasi regolare. A breve sarei tornato dai miei bambini per preparare loro la colazione». Manca solo «e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana» e ci siamo. L’autore di queste parole è Danilo Toninelli, che per il suo memoir ha scelto il titolo di una nota canzone di Gigi D’Alessio, «Non mollare mai», con echi, immaginiamo involontari, al famigerato «boia chi molla» e al consunto «mai mulà» di Umberto Bossi. L’esordio nell’editoria, anzi nella letteratura, avviene con 200 pagine di un volume che si è saggiamente autoprodotto e che si trova solo online. In copertina svetta in primissimo piano una foto nella quale l’ex ministro appare concentrato più che mai, con lo sguardo inflessibile che ristagna sotto una massa di capelli ricciuti e sopra una mascella volitiva incorniciata dal pizzo severo.

Toninelli svetta in quest’opera mitopoietica, che scorre leggera e implacabile. Una sorta di auto agiografia epica, il racconto leggendario di un Titano della politica schiacciato dalla crudeltà dei poteri forti e «dal tritacarne della gogna mediatica», un uomo integerrimo contro il quale «fu usato il metodo Boffo»: «Un sabato sera organizzai la consueta grigliata estiva con i condomini e avvertii: mi dipingeranno come un incapace, perché ho toccato un sistema di potere molto forte». Un diario – spesso in terza persona, già dal sottotitolo «La storia del ministro più attaccato di sempre» – che racconta i suoi 15 mesi al ministero dei Trasporti. Non omette niente, l’ex ispettore liquidatore sinistri, compresi particolari prosaici della quotidianità.

Il volumetto si apre con una dedica autografa del Toninelli in persona: «A chi non molla mai, a chi non si vende, a te che acquistando questo libro dichiari guerra al Sistema che opprime gli onesti!». E si conclude con i ringraziamenti ai genitori, che gli hanno insegnato l’Onestà, all’amata moglie Maruska e ai due figli Leonida e Soleste. Noi, non ci pareva di aver dichiarato guerra al Sistema, acquistando il suo libro, ma ci godiamo ugualmente le frugali foto in bianco nero dove il nostro compare osannato dalla folla. La prima riproduce il momento clou del saluto che fece allo staff: lui pericolosamente ai piedi della scalinata, «perché tutti potessero vedermi dall’alto», con grave rischio Potemkin. Toninelli si dice ancora scosso: «Rammento gli occhi lucidi di una donna, a testimoniarne la commozione». Logico, visto che «al ministero era entrato un grillino intransigente, onesto e libero, che voleva portare avanti una rivoluzione». Compito stremante, per un «grillino» (a proposito, per anni hanno insultato i cronisti che scrivevano «grillini», ma va bene).

Si diceva, compito stremante «portare avanti» una rivoluzione. Scriverne, poi, non ne parliamo. E infatti, con l’onestà intellettuale che lo contraddistingue, Toninelli ammette che scrivere questo libro «non è stata una passeggiata di salute». Neanche leggerlo. Ma qualche siparietto alleggerisce dalla narrazione densa. Toninelli scrive «da un grazioso monolocale con vista sui tetti di Trastevere». Da lì si indigna volentieri: «Sono stato massacrato dal sistema del potere mentre facevo il bene del Paese. Avrebbero potuto offrimi anche la Luna ma avrei rifiutato sempre». Non gli offrirono neanche satelliti minori, per la verità: «Nessuno mi coinvolse per ragionare di un governo con il Pd. Nessuno chiamò o scrisse». Ma è normale : «Ero io contro tutti».

La figura di Toninelli emerge dal libro come austera ma anche simpaticamente alla mano. L’austerità è quella del grillino «obbligato per legge ad avere una scorta», che sceglie come auto blu, «tra i moltissimi modelli a disposizione, l’ultima della classe, una dignitosissima Giulietta». Due agenti, due collaboratori e lui, tutti sobriamente infilati nell’auto, tanto che «i poliziotti, vedendoci così stretti in cinque, ci volevano dare una vettura più spaziosa». Giammai, piuttosto la sua ambizione era un’auto elettrica. Che arrivò dopo tanto patire, salutata da un irrispettoso silenzio dei giornali: «La stampa ignorò la cosa», dice con dolore Toninelli.

Il volto umano del ministro, insieme al resto del corpo gagliardissimo, compariva la mattina, come racconta lui stesso: «La mattina presto andavo in palestra. Dopo la seduta, si creava una situazione divertente. Invece del solito ministro in doppio petto, le guardie si trovarono davanti me in tuta ginnica». Un piccolo choc. Ma il ministro, nella sua funzione civile, è stato così, semplice, ginnico e vicino al popolo: «Mi concedevo una semplice colazione mattutina, quando altri si erano fatti costruire ben due cucine professionali». Non è dato sapere, purtroppo, se ci fosse burro, ma sicuramente non francese e non di centrifuga, più di siero che di affioramento. Ma bando alle ciance, perché la Storia riserva a Toninelli una svolta drammatica: «Non vedevo l’ora di riabbracciare la mia famiglia. Non sapevo ancora cosa mi aspettava quel fine settimana di metà giugno. Stavo per essere travolto dalla questione migratoria».

Segue la lotta impari con Matteo Salvini, che Toninelli definisce un influencer e da cui prende le distanze: «Mi dispiaceva molto quando, al supermercato, persone anche non più giovanissime si fermavano per chiedermi di salutare Matteo Salvini». Del resto, il nostro pare avere avuto sempre una posizione fieramente ostile al leghismo: «Dopo lo scandalo dei 49 milioni, in un Paese normale un partito del genere sarebbe finito sepolto dallo sconcerto e avrebbe concluso la sua esistenza politica. Ma non in Italia». Verissimo. Peccato che il Movimento 5 Stelle, invece di seppellire Salvini «nello sconcerto», ci andò allegramente al governo. Toninelli in prima fila.

Il racconto si dipana emozionante, diciamo così, da un Toninellum a un Decretellum. Toninelli si sofferma sulla «macchina del fango», su quando diventò «Toninulla» o «Tontinelli» e «lo stesso Di Maio iniziò a vedermi secondo la lente deformata creata dai media». Smaschera, così dice, molte bufale su di lui, fa una controstoria del suo mandato e del governo giallo-verde, non offre grandi retroscena politici ma a un certo punto ha un conato di riflessione: «Mi chiedo – e sono certo di non essere il solo ad averlo fatto – come avessimo potuto fidarci di Salvini». Già, domanda legittima. Ma poi fa un bilancio definitivo: «Sono stato un ministro umano. Mi chiedo chissà quali altri grandi risultati avremmo potuto conseguire se non ci avessero fermati».

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