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Di Battista: “Il sangue degli ultimi per Kiev e Putin che flirta con Buddha”

Le relazioni con il Lama dell’Ivolginskij Datsan in nome della “Patria” e i risarcimenti per i soldati morti. “Abbiamo lavoro e sicurezza, non come negli anni 90”. Nel grande tempio dell’Ivolginskij Datsan, il monastero più importante del Paese, è appesa, in bella mostra, una lettera di Putin […]

(DI ALESSANDRO DI BATTISTA – Il Fatto Quotidiano) – Nel grande tempio dell’Ivolginskij Datsan, il monastero più importante del Paese, è appesa, in bella mostra, una lettera di Putin indirizzata a Pandito Khambo Lama, il leader spirituale dei buddisti russi. Ogni giorno, centinaia di pellegrini, dopo aver pregato di fronte ad una delle statue del Buddha nella classica posizione del loto, leggono queste parole: “Egregio Pandito Khambo Lama, mi congratulo con Lei per il Giorno della Russia. Questa festa è cara a tutti coloro che sono orgogliosi della loro Patria”. Questo sì che è soft-power. D’altro canto curare le relazioni con i cittadini sparsi in tutto gli angoli dell’impero, a cominciare dalla Buriazia, è un lavoro che gli uomini di Putin portano avanti con molta diligenza. La Buriazia è una delle Repubbliche che formano la Federazione Russa. Incastonata tra il lago Bajkal, l’oblast di Irkutsk, il territorio della Transbajkalia e la Mongolia, la Buriazia è abitata da poco meno di un milione di persone nonostante sia più grande dell’Italia. Proprio in Mongolia, dopo aver attraversato la Buriazia, passerà il nuovo immenso gasdotto che porterà il gas siberiano in Cina. Sebbene il buddismo sia una religione che predica pace e perdono molti buriati sono partiti per il fronte ucraino. A volte si guarda più alle ristrettezze economiche che alla propria fede.

La Buriazia è una delle regioni più povere della Russia. Poche fabbriche e molta terra. Una terra difficilmente coltivabile in inverno, quando i venti gelidi sferzano la steppa. Fuori città i buriati allevano cavalli, mucche e pecore. La vita non è facile ma qui sono abituati ad affrontare le difficoltà. Agli abitanti del Paese, siano essi russi, buriati o tatari, basta un cetriolo, qualche patata ed un paio di pomodori per resistere a lungo. Anche per questo le sanzioni non sortiranno l’effetto che chi le ha pensate si è prefissato. Le sanzioni non fiaccheranno una popolazione che ha attraversato, incolume, gli anni ’90, il “periodo nero” come lo chiama Alessandro Orsini.

Le sanzioni colpiscono i più deboli, coloro che non abitano i quartieri cool di Mosca, dove i giovani sorseggiano un cappuccino sotto gli alberi degli Stagni del Patriarcatra i luoghi descritti da Bulgakov ne Il Maestro e Margherita. E sono proprio i più deboli, coloro che spesso sono cresciuti schivando le botte di un padre ubriaco ad arruolarsi nell’esercito. E magari sono proprio loro i primi a morire in guerra. È accaduto anche ai buriati, ragazzi nati e cresciuti a migliaia di km dal Donbass, ragazzi poveri che, anche in virtù di un’educazione scadente, più che pensare, sanno obbedire.

Ad Ulan Ude i giovani sfrecciano sui monopattini davanti ad un’immensa testa di Lenin. I più piccoli chiedono lo zucchero filato alle mamme. Gruppi di turisti mongoli ridono a crepapelle mentre si scattano fotografie intorno ad un pianoforte rivestito con tessuto sintetico. È estate e si possono finalmente vivere le strade e le piazze della città. Sulla destra, sopra uno dei palazzi comunali dove le coppie vanno a sposarsi uno striscione con scritto Buriazia Za Pravdu (“La Buriazia per la verità”, con la Z simbolo dell’invasione in evidenza) ricorda che il Paese è in guerra. Il fronte è lontano. Mariupol dista da Ulan Ude 6.147 km. Eppure di bare con dentro i corpi di giovani soldati morti in Ucraina ne sono arrivate a centinaia, soprattutto nei primi due mesi di guerra. Qui nessuno vuole parlare dei buriati caduti morti in Donbass. Ferite ancora aperte sì, ma anche paura. Dopo aver perso un figlio in guerra difficilmente si vuole correre il rischio di perdere anche il risarcimento destinato ai familiari dei soldati uccisi in Ucraina. Anche perché si tratta di molto denaro. Putin, lo scorso marzo, ha dichiarato che i familiari dei militari morti avrebbero ottenuto 7,5 milioni di rubli. Più o meno 127.000 euro con il cambio attuale. Soldi che in alcuni quartieri di Mosca non bastano per un monolocale ma ad Ulan Ude consentono di comprare un paio di appartamenti in centro. Per non parlare dei villaggi più sperduti della Buriazia, dove si sopravvive con un paio di vacche e qualche pecora.

Nel 2020 il regista Spike Lee, presentando Da 5 Bloods ricordava i neri morti in Vietnam. Una percentuale spropositata in relazione al numero di afroamericani che viveva in USA. Anche allora i più poveri, i meno istruiti, i figli degli alcolizzati si trasformavano in carne di cannone. Con una sola differenza. La vita in Buriazia è dura ma oggi si vive infinitamente meglio di quanto non si vivesse negli anni ’90. Mi domando come sia possibile, soprattutto in relazione ai servizi disponibili nei quartieri alti di Mosca o Pietroburgo, non assistere ad oceaniche manifestazioni antigovernative ad Ulan Ude. Ma basta parlare con loro per capirlo. Victor lavora nel business della giada e la giada più pregiata la comprano i cinesi. “Qui negli anni ’90 la giada era uno dei tanti business in mano al crimine organizzato. La polizia al posto di proteggere i cittadini si comportava come una banda. I mafiosi taglieggiavano tutti i negozianti, persino gli studenti delle scuole erano obbligati a versare al crimine la tassa mensile. Nessuno ha dimenticato quegli anni e nessuno vorrebbe riviverli”. Sergej è un imprenditore, ha un ristorante ed una discoteca in città. “Oggi posso lavorare tranquillamente, negli anni ’90 non me l’avrebbero permesso”.

Il paradosso russo è tutto qui. Sono le persone in difficoltà i principali sostenitori di Putin. D’altronde a stomaco vuoto si pensa meno a libertà e democrazia. Negli anni ’90 erano molti a sognare un pasto caldo al giorno. Oggi nessuno muore di fame in Russia. Negli anni ’90 mancavano garze e siringhe, oggi ad Ulan Ude, finalmente, c’è una clinica specializzata nel trattamento del cancro. È stato Alexey Tsydenov, governatore della Buriazia, ad inaugurarla. È stato Putin a nominarlo. A settembre ci saranno le elezioni. In città tutti sanno che sarà a lui a vincere. C’è chi lo voterà perché soddisfatto del suo operato e chi perché teme che se dovesse vincere un altro candidato da Mosca arriverebbero meno soldi. Tsydenov è uomo di Putin, è stato viceministro ai trasporti, conosce i dirigenti di Russia Unita – il partito del Presidente – e sa come ottenere rubli per la sua terra.

La differenza tra noi e voi” dice Victor, “è che voi quando votate non sapete chi vincerà, noi lo sappiamo sempre”. Ulan Ude è migliorata negli ultimi 10 anni. Ponti, centri sportivi, ospedali. Tutto grazie ai denari del gas. L’allontanamento dall’Europa ed il conseguente rafforzamento delle relazioni politico-commerciali con la Cina, da queste parti vengono visti come opportunità. I cinesi già comprano gas, carbone, giada. La pandemia, prima o poi, finirà e qui tutti si augurano che i cinesi si riverseranno in massa sulla costa buriata del lago Baijkal, il gioiello della Siberia. E poi sperano che la costruzione del nuovo gasdotto porterà migliaia di posti di lavoro. Piaccia o meno per molti è stato Putin a condurre il Paese fuori da quei maledetti anni ’90. Un Presidente che scrive direttamente al Lama dell’Ivolginskij Datsan tanto che i primi a indignarsi, quando qualcuno lo paragona a Stalin, sono i buddisti più anziani. Quelli che hanno dovuto ricostruire i templi fatti abbattere nell’epoca stalinista.

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