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Don Nicola Bux: “Davanti all’Eucaristia prima del senso pastorale ci vuole il senso del sacro, cioè della Presenza divina”

di don Nicola Bux

La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa: un assioma medievale rilanciato da Henri De Lubac. Che dire dell’altro slogan, ripetuto nei documenti liturgici, che invoca la coerenza tra liturgia e vita? Non devono valere per chi favorisce in vari modi l’aborto, specialmente attraverso la politica?

Molti sono gli errori sulla natura dell’Eucaristia, sull’appartenenza alla Chiesa e sulla interconnessione tra le due.

Va detto chiaro che l’Eucaristia non è un cibo comune, ma un farmaco speciale che produce l’immortalità, la risurrezione finale del nostro essere; ma, come ogni farmaco, se non si conoscono le controindicazioni, diventa un veleno che fa ammalare e porta alla “morte seconda”, la dannazione eterna (cfr 1 Cor,11,30).

Qualcuno altrimenti deve spiegare perché i padri della Chiesa fossero così severi col peccato d’aborto: vent’anni di penitenza imponeva Basilio, prima di riammettere alla Comunione che è inscindibilmente ecclesiale e sacramentale. Questo perché il Signore non gradisce un culto in contrasto con la vita, come attestano Antico e Nuovo Testamento.

Oggi però tra i laici e i pastori non si conosce o si hanno idee confuse sulla dottrina eucaristica cattolica, nonostante Giovanni Paolo II abbia promulgato l’enciclica Ecclesia de Eucharistia (2003), dove riafferma che la Comunione eucaristica presuppone come esistente la comunione ecclesiale, per consolidarla e portarla a perfezione (n. 35). San Tommaso annotava che l’Eucaristia è il cantiere in cui si costruisce la Chiesa.

Uno dei vincoli visibili della comunione ecclesiale è quello che unisce il fedele al proprio vescovo.

Nancy Pelosi, speaker della Camera statunitense, è stata interdetta dall’arcivescovo della sua diocesi, Salvatore J. Cordileone, d’accostarsi alla Comunione, perché pubblica sostenitrice dell’aborto, ma non ha riconosciuto quel vincolo e, infrangendolo pubblicamente in San Pietro il 29 giugno scorso, ha ricevuto indegnamente il Sacramento, quindi “la propria condanna”  (1 Cor 11,29).

San Tommaso lo ricorda nella sequenza del Corpus Domini: “Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca”.

“L’Eucaristia non deve essere profanata ricevendola indegnamente – ricorda don Alberto Strumia – perché in questo modo, oltre ad offendere il Signore, si fa del male a sé stessi e al mondo intero. Non è per moralismo e arretratezza che si prendono decisioni censorie, ma in forza di una concezione dell’uomo e della realtà che agisce come se Dio non esistesse, tenendo conto che partendo dalla negazione di Dio e dal rifiuto della vera dottrina di Cristo si è costruito un mondo invivibile”.

Se qualcuno privatamente ha incoraggiata la speaker a farlo, o l’omelia di papa Francesco pubblicamente le ha fatto intendere che tutti vanno accolti nella Chiesa senza bisogno di convertirsi da tale condotta, è stato contraddetto il Signore Gesù e ci si è fatti complici di tale peccato. Il Signore sedeva a mensa con i peccatori, ma per portarli a conversione; all’Eucaristia invece ammise i riconciliati, i puri, e richiamò nell’Ultima Cena chi non lo era, Giuda in primis (cfr Gv 13,10 e 17,12).

Il papa nell’intervista alla Reuters osserva che la Chiesa, un vescovo, quando perde la sua natura pastorale causa un problema politico. Cosa vuol dire? È sant’Ambrogio che ha causato un problema politico, non ammettendo l’imperatore Teodosio in chiesa e chiedendogli di fare prima penitenza, o piuttosto è l’imperatore che ha costretto il vescovo di Milano a usare il “senso pastorale” perché con la strage di Tessalonica aveva provocato un “problema politico”? L’arcivescovo di San Francisco si è mosso con vero “senso pastorale”.

Nessun vescovo, che non sia quello diocesano, può cancellare un interdetto, in specie concernente la dottrina eucaristica cattolica, senza venir meno al vincolo collegiale che unisce i vescovi tra loro e implica la comunione nella dottrina degli Apostoli che è costitutiva della Chiesa come sacramento di salvezza. Non si pensi che ciò sia “giuridicismo” che ostacola la misericordia. Ammettendo alla Comunione una persona pubblica come la Pelosi, si reca scandalo ai piccoli e ai semplici nella Chiesa. Lo può consentire il “senso pastorale”? Non ha affermato più volte papa Francesco che bisogna riconoscere la carne di Cristo nei poveri? Ebbene, i primi poveri sono i cristiani, membra della Chiesa corpo di Cristo. L’arcivescovo Cordileone ha rivelato grande senso pastorale innanzitutto verso l’anima della Pelosi, avvertendola del rischio di dannazione eterna, quindi verso le anime a lui affidate, preservandole dalla profanazione della Comunione. Di questo ogni pastore dovrà rendere conto davanti al Rex tremendae maiestatis.

Se esiste il diritto nella Chiesa affinché essa sia giusta, la grave frattura che si è prodotta tra un vescovo che interdice e uno che accoglie, il vescovo di Roma – il papa privilegia questo suo titolo – favorisce l’allontanamento di pastori e fedeli dall’insegnamento cattolico (apostasia) e fomenta la divisione (scisma), contraddicendo peraltro il “cammino sinodale”. Molti fedeli nel mondo si augurano non sia vero quanto egli avrebbe dichiarato il giorno del suo compleanno nel 2017: “Non è escluso che io passerò alla storia come colui che ha diviso la Chiesa …”

Se è vero che Cordileone ha dichiarato di seguire il Catechismo della Chiesa cattolica che anche il papa dovrebbe seguire, vuol dire che ha fatto come Paolo quando affrontò Pietro: il papa aveva timidamente alluso a lui ma l’arcivescovo gli si è rivolto direttamente. Salvatore Joseph Cordileone – nomen est omen – ha testimoniato non solo il senso pastorale ma il carattere sacrale del Sacramento, secondo l’insegnamento di Benedetto XVI: sacramento da credere, da celebrare, da vivere (Sacramentum caritatis, 70).

Fonte: ilpensierocattolico.it

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