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Dottrine e obiettivi politici. Come decifrare la minaccia nucleare russa

Uno dei temi ricorrenti della guerra in Ucraina è quello nucleare. Ovvero l’interrogativo sul possibile utilizzo di un’arma dell’arsenale nucleare da parte della Russia come atto risolutivo dell’invasione iniziata il 24 febbraio scorso. Un tema che torna ciclicamente quando le forze russe subiscono pesanti sconfitte o lunghe fasi di stallo e sembra che Mosca non riesca a raggiungere gli obiettivi che si è predisposta. Cosa avvenuta con la più recente controffensiva di Kiev nell’est del Paese. E ci si chiede dunque se il Cremlino, una volta messo alle strette, possa decidere per una mossa così disastrosa per il mondo al solo scopo di non fare i conti con una debacle esistenziale.

Le recenti dichiarazioni di Joe Biden nei confronti di Vladimir Putin hanno riacceso alcuni punti di domanda. “Non farlo, non farlo, non farlo” sono le parole che il capo della Bianca ha detto che utilizzerebbe nel caso in cui il presidente russo decidesse per lanciare un attacco nucleare verso l’Ucraina. E nell’intervista rilasciata alla Cbs, il presidente degli Stati Uniti ha parlato di eventuali risposte conseguenziali che saranno determinate dalla portata della mossa russa.

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, è tornato sul punto dicendo ai giornalisti che “tutto è indicato nella dottrina nucleare della Federazione Russa“. È in quel documento, rinnovato nel 2020, che sono espresse le linee guida della strategia di Mosca per l’utilizzo dell’arsenale nucleare: ed è a quel documento che la Russia fa riferimento per spiegare al mondo quale siano le linee rosse da seguire per un eventuale impiego dell’armamento atomico. Naturalmente esiste una decisione politica: la presenza anche di una delle condizioni elencate nella dottrina non equivale a un obbligo di attivazione dell’arsenale nucleare. Tuttavia, nel documento pubblicato a giugno 2020, c’è un insieme di minacce che va valutato attentamente e che, come scriveva Paolo Mauri su InsideOver, contempla anche “l’accumulo di forze avversarie nei territori adiacenti alla Federazione Russa e nelle aree marittime adiacenti, che includono anche vettori per il trasporto di armamento nucleare; il dispiegamento da parte di Stati che considerano la Federazione Russa un potenziale avversario, di sistemi e mezzi di difesa antimissile, di missili da crociera e balistici a medio e corto raggio, di armi non nucleari e ipersoniche di alta precisione, di veicoli aerei senza equipaggio e di armi ad energia diretta”.

Insomma, il fatto che esista un documento strategico in cui Mosca indica le condizioni per l’uso dell’arsenale nucleare rassicura sul fatto che non sia una decisione puramente personale ed estemporanea di un leader, ma allo stesso tempo non esclude del tutto che la guerra in Ucraina – pur non avendo potenze atomiche formalmente l’una contro l’altra – possa produrre delle condizioni tali che autorizzano il Cremlino a considerare l’utilizzo degli ordigni in base alla stessa dottrina che si è costruito.

Questo va naturalmente calibrato con l’obiettivo politico che la Russia vuole ottenere da questa guerra. Se infatti la Russia ha una dottrina strategica che indica in modo esaustivo le paure che potrebbero far pensare all’uso dell’arsenale nucleare, c’è una dottrina di più ampio respiro sulla guerra che non va dimenticata. Putin fino a questo momento ha parlato di “operazione militare speciale” non solo per far vedere alla sua opinione pubblica che il conflitto fosse una sorta di operazione di peacekeeping del mondo russo, ma anche perché l’uso del termine “guerra” avrebbe precise implicazioni interne ed esterne che il Cremlino si guarda bene dall’applicare. C’è una commistione di propaganda e dinamiche interne che Putin ha probabilmente soppesato e che continua ancora a ritenere importanti, al punto che nei piani alti di Mosca si continua a parlare di “operazione militare speciale” e di “obiettivi politici”.

Anche in questo caso, il termine non è puramente retorico. Come scrivevamo, va infatti ricordato che per la Russia – e questo dai tempi dell’Unione Sovietica – la vittoria o la sconfitta in un conflitto sono valutati non solo sul piano militare ma anche su quello politico. Una sconfitta militare può comunque portare a una vittoria politica, e viceversa non è detto che una vittoria sul campo sia una vittoria della guerra se non si raggiungono gli obiettivi “politici”. È questa tipologia di scopi a decidere le sorti di un conflitto in cui sono coinvolte le forze armate russe, e questo implica una valutazione particolare. Lo spiega un documento dell’esercito degli Stati Uniti del 1984, che ricorda come la dottrina sovietica fosse sostanzialmente improntata sulla visione socialista, ma lo spiega anche la dottrina militare della Federazione, che non a caso parla sempre di obiettivi “politico-militari” e indica in modo preciso le tipologie di guerre che possono coinvolgere l’Armata russa. Ogni conflitto ha una sua definizione e un suo modo per terminarlo che nasce da un impianto politico prima ancora che militare. Questo, come spiegato anche dal Congressional Research Service americano, implica che “la strategia militare russa identifica l’uso della forza cinetica come solo una componente a sostegno di un più ampio insieme di obiettivi diplomatici e politici” tanto che “piuttosto che cercare di dominare un campo di battaglia, la Russia dà la priorità alla flessibilità e alla capacità di adattarsi alle mutevoli condizioni in un conflitto”.

Il documento, redatto nel 2020, aiuta a comprendere anche come si muove la mentalità russa nella guerra in Ucraina, dal momento che veniva scritto quando ancora non c’erano segnale dell’invasione ma in cui la guerra “a bassa intensità” tra Donbass e Crimea era già da anni parte della quotidianità ucraina. Per questo motivo, per comprendere i concetti di vittoria e sconfitta e anche per decifrare le eventuali linee rosse per l’utilizzo di un’arma nucleare da parte della Russia, è necessario sommare diversi livelli di strategie.

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