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“Draghi è andato oltre la sua mission, ecco perché la crisi era inevitabile”, l’analisi del politologo Piero Ignazi

Crisi di governo o crisi di sistema? I campi terremotati del centrosinistra e dl centrodestra. E l’Europa che non farà sconti. Il Riformista ne discute uno dei più autorevoli politologi italiani: Piero Ignazi.

Il Riformista ha titolato, a commento degli accadimenti politico-parlamentari che hanno portato alla fine del governo Draghi: “La commedia è finita. Ma ora inizia la tragedia”. Professor Ignazi, siamo alla notte della Repubblica?

Di momenti difficili ne abbiamo passati tanti e questo forse non è tra i più difficili. Pensiamo agli anni ’70, alla crisi finanziaria del ’92, a quella ancor più drammatica del 2011. Avendo poi a disposizione questa massa di miliardi che il governo Conte2 è riuscito ad ottenere, devo dire che non siamo messi peggio di altre situazioni.

Nello sciogliere le Camere il Capo dello Stato ha affermato: “Ho il dovere di sottolineare che il periodo che attraversiamo non consente pause”. Non lo consentono la guerra, la pandemia, il Pnrr, l’inflazione, il sostegno alle fasce più deboli del Paese. Ma lei vede all’orizzonte una maggioranza di governo in grado di sostenere queste sfide?

Temo che il problema vero sia che l’opinione pubblica non è molto in fase con questa considerazione preoccupante. Temo che preferiranno soluzioni semplicistiche, populiste, magari di segno diverso rispetto ai 5Stelle ma comunque sempre populiste. Il problema è che ancora una volta c’è uno scarto molto forte tra l’opinione pubblica e la classe dirigente. Nel bene e nel male. È uno scollamento che ci portiamo indietro da decenni e che diventa sempre più drammatico. E questo Governo non ha favorito una ricucitura.

Perché non c’è stata questa ricucitura, anche se parziale?

Perché le alleanze di largo raggio se non sono animate da una vera e condivisa volontà d’intenti, non sono mai favorevoli a restringere la distanza tra opinione pubblica e classe politica. Ed è questo il caso di specie.

A proposito di alleanze. Il Pd aveva puntato sull’asse con il M5s. Ora cosa è rimasto di quel “campo largo” del centrosinistra tante volte evocato e invocato da Enrico Letta?

Non condivido letture tranchant, del tutto disfattiste. La prospettiva rimane. Perché con chi ci si va contro la destra? Con i personalismi, con la scarsa rappresentanza di vari leader che sono emersi in posizione più o meno centrale, si va al massacro. Mi lasci dire che la sua domanda riflette un atteggiamento che ho trovato molto diffuso. Il PD dovrebbe rompere con i 5Stelle perché all’ultimo minuto hanno rotto col Governo. E invece il centrodestra va tranquillamente insieme, quelli che stavano al Governo e quelli ben piantati all’opposizione. E nessuno dice nulla. Taiani ha proclamato con baldanza che il centrodestra unito andrà. Bene per loro, ma unito su che cosa? Sull’agenda Draghi o su quella della Meloni? Nessuno glielo chiede, nel segno tanto non importa, andate tranquilli che vi proteggiamo le spalle. Mentre invece si fa l’esame del sangue all’alleanza tra 5Stelle e Pd. Mi pare francamente pesante e assolutamente sbilanciato e rischia di incidere fortemente nell’orientare, o disorientare, l’opinione pubblica.

Mario Draghi. Ha un futuro in politica? E lei come valuta l’esperienza di Governo dell’ex presidente della Bce?

Vedo, come un po’ per tutti, luci e ombre. Le ombre vanno alla “mission” che, come dicono i mezzi di comunicazione, era chiara: il Governo nasceva per le vaccinazioni e il Pnrr. A fine anno, missione compiuta. Dopo, il Governo è dovuto andare avanti. Perché i partiti non hanno voluto Draghi al Quirinale, a cominciare da quelli di destra più 5Stelle. Draghi è dovuto andare avanti. Non con grande entusiasmo, mi pare, e soprattutto con una politica che andava oltre i confini della pandemia e del Pnrr. A quel punto si è cercato di trasformare l’emergenza in normalità. A ciò si aggiunge, e certo non è elemento di secondaria importanza, la guerra. Da qui sono nati i contrasti. Dal fatto che il Governo ha aumentato la latitudine del suo intervento, scontentando una volta a destra e una volta a sinistra, incrementando o così il tasso di tensioni interne. Quella del governo Draghi è stata una crisi inevitabile che ha una origine lontana. È stato il Presidente Mattarella a definire l’esecutivo di Draghi un governo tecnico senza formula politica lo aveva implicitamente privato dell’indirizzo politico. A un certo punto Draghi non ne ha potuto più e ha rivoltato il tavolo. Quanto al futuro, vedo difficile che l’uomo che era stato chiamato per unire si metta adesso alla guida di una parte. Ci saranno sollecitazioni, appelli, già vedo avanzare l’idea di costruire un nuovo “campo” sulla base politico-progettuale della cosiddetta “Agenda Draghi” e allora, questo è il sogno di qualcuno, chi meglio del suo facitore potrebbe farsi garante con gli italiani dell’attuazione della suddetta Agenda. Ci può stare. Ma francamente mi pare una ipotesi alquanto improbabile.

A proposito di campi. Lei vede possibile la crescita di un grande campo di centro?

No, non ne vedo proprio le prospettive. E questo perché il centro è sempre un elemento di risulta rispetto alla destra e alla sinistra. Non ha forma, e forza, propria, se non in presenza di opposti estremismi davvero radicali, ma si fa riferimento a tutto un altro mondo.

In questa crisi è stato evocato da molti il “Convitato di pietra”, che sta al Cremlino. C’è chi ha scritto che la caduta del governo Draghi è un regalo a Putin.

Mi pare un argomento fuori posto, francamente eccessivo. A meno di un monocolore di Salvini, non credo che siano alle viste dei cambiamenti radicali nella politica estera italiana. Da questo punto di vista non cambierà assolutamente nulla.

E nei rapporti con l’Europa?

Questa è la vera grande incognita. Altro che Putin. Il problema è il rapporto con l’Europa. È come gli altri Paesi europei ci possono vedere e avere fiducia in tre forze politiche, del centro destra, che vanno al voto unite -almeno così ci viene detto- di cui solo una, parzialmente, è stata “pro Ursula”. La “maggioranza Ursula”, era 5Stelle, Pd e Forza Italia. E qui invece abbiamo due partiti che sono fuori dalla “maggioranza Ursula”. La svolta dei 5Stelle nasce lì, dal voto degli europarlamentari 5Stelle a Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Una scelta che non mi pare sia stata sconfessata da Conte. E non mi pare cosa da poco, visto che in tanti, e giustamente, s’interrogano sulle nostre relazioni internazionali ed europee.

La classe politica italiana ha mai avuto una dimensione così bassa come quella attuale?

Il problema maggiore è quello della classe politica dei 5Stelle, che è stata reclutata nella maniera più democratica possibile, cioè attraverso una selezione diretta, senza nessun intervento dei vertici, delle burocrazie di partito. Ridico a lei quella che è una mia convinzione profonda, non ideologica, ma di studioso della politica, che ho avuto modo di argomentare in diverse occasioni. Per arrivare ad essere candidato a un ruolo di rappresentanza un tempo ci voleva un cursus honorum, composto di una lunga trafila di attività interne al partito, che premiava alcuni e ovviamente non premiava molti altri, ma questa era la normale modalità. Poi le entrate laterali – cioè i personaggi importanti che, per la loro rilevanza, vengono immessi nelle liste dei candidati dei partiti – è stata una tendenza che si è diffusa particolarmente in Italia, decisamente meno altrove, ed è stata secondo me una pessima idea. È importante avere delle competenze, ma è importante sapere cos’è la politica; infatti tanti personaggi, celebri e capaci nelle proprie professioni, arrivati in Parlamento sono scomparsi perché non sapevano neanche da dove cominciare. La politica si impara facendo politica, trattando, sapendo quali sono le modalità di interazione fra le persone, non si impara altrove. Senza un filtro di partito, è venuto fuori quello che esprime la società civile: poche luci e molte ombre. E oggi vediamo il frutto dell’iper democraticizzazione della selezione della classe politica del partito, 5Stelle, che nelle elezioni del 2018 ha conquistato un terzo dei voti degli italiani, diventando di gran lunga la prima forza in Parlamento. E ora con chi dobbiamo prendercela?

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

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