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Emergenza Marche: quanti morti dovremo contare ancora? Bisogna pensare ad un nuovo modello di sviluppo!



di Giuliano Santelli

Gli eventi estremi fanno parte ormai della “normalità”. Oltre 262 milioni di persone sono state colpite da calamità climatiche dal 2000 al 2004. L’impatto climatico ha portato alla fame milioni di persone in tutto il terzo mondo alternando siccità ad alluvioni: Bangladesh, Madagascar, Pakistan, Malawi, Mozambico, Corno d’Africa. Notizie flash sui tg, qualche articolo di quinta pagina sui giornali nulla più.

Paesi lontani, tragedie che sommate alle guerre portano milioni di persone a spostarsi verso l’Europa. Le cause, come sottolineato dai tanti premi Nobel, scienziati del Clima, Economisti sono tutte legate al nostro modello di sviluppo. La terra non regge più questi livelli di sfruttamento e di inquinamento e risponde come può, si autodifende.

Bombe d’acqua, ma ormai, questi fenomeni stanno diventando la normalità: la “normalità degli eventi estremi”. Questa estate è stata la cartina di tornasole di questi processi: temperature oltre i 40 gradi, siccità, incendi, poi di riflesso piogge torrenziali, tornado, cicloni, alluvioni. Danni a cose e persone, morti, milioni di euro per le emergenze e nonostante i nuovi sistemi meteo, spesso gli allerta non arrivano in tempo, o gli amministratori, visto che solo un’allerta meteo su tre risulta giustificata, non attivano le massime precauzioni possibili e non dispiegano pienamente le strutture di Protezione Civile per mancanza di fondi. Sarebbe meglio una allerta in più che una tragedia.

Spesso le strutture di P. C. sono impegnate in attività che di Protezione Civile hanno ben poco. Assolvono spesso a compiti di servizio ai Comuni o a Enti non proprio di P.C. I volontari, almeno da noi, esprimono grande generosità, danno ampia disponibilità, ma quanti sono realmente preparati ad una emergenza? Da anni nel nostro territorio non si fanno più corsi di specializzazione. Oggi quanti sanno usare una idrovora, una motosega, guidare un mezzo a caricamento frontale (motopala, bobcat, escavatore)?

Quanti conoscono davvero il territorio, i loro fiumi, torrenti, zone in frana, i punti critici da monitorare; quanti sono in condizione di leggere una mappa, quanti conoscono il piano di protezione civile del proprio Comune? La mia non è un’accusa, e solo una amara considerazione, conosco le difficoltà e le ristrettezze economiche dei Comuni. Mi pare che ci siamo già dimenticati dell’alluvione del 2012!

Condivido le preoccupazioni e le indicazioni gli allarmi espressi nei giorni scorsi dall’Assessore Regionale alla Protezione Civile Enrico Melasecche. Ma le risorse per monitorare il territorio, gli strumenti, i mezzi, le risorse per fare formazione, dotazioni, attrezzature dove sono Assessore? La determina dirigenziale n. 8633 del 28 agosto 2020 per il potenziamento del volontariato stanzia 96.000 euro per oltre 100 gruppi ed associazioni iscritte all’albo regionale, meno di 800 euro a gruppo. Nonostante questo i volontari di protezione civile sono in campo Sinigallia, Pietralunga, Scheggia, Gubbio, se necessario, andranno in altri nei luoghi dove saranno chiamati.

Forse è il caso di ripensare molte cose, potenziare davvero le presenze sul territorio, riattivare i Presidi Idraulici, sottoscrivere convenzioni con ditte private a supporto della protezione civile, riprendere le iniziative di educazione ambientale nelle scuole, i campi scuola.

Ma, soprattutto riadeguare la pianificazione del territorio a queste nuove situazioni, valutare lo stato del territorio la presenza di case e aziende all’interno delle aree rischio ragionando anche sull’estrema ipotesi di delocalizzazione delle stesse.

Orvieto ha vissuto l’emergenza del 2012 con l’alluvione: oltre 40 milioni di euro di danni, interventi sul fiume per oltre 8 milioni di euro. Interventi che solo parzialmente hanno messo in sicurezza l’area, alzato gli argini, velocizzato il percorso del fiume, spostato in sostanza il problema più a sud di Orvieto. Si parla di nuovi interventi, altre opere che rischiano un ulteriore impatto sul territorio, opere sempre più grandi, dighe?

Servirebbero opere “leggere” e soprattutto una costante manutenzione degli alvei ma si va in direzione opposta alzando gli argini restringendo e velocizzando il fiume, ma come si è visto in questa tragedia annunciata, il fiume va dove deve andare e ciò che incontra spazza via.

Possiamo continuare così? Certo prima il Covid poi questa tragica guerra ci hanno fermato, condizionato, hanno definito altre scale di priorità. Ma se vogliamo evitare altre tragedie come quella che si è verificata nelle Marche, dobbiamo chiedere agli amministratori locali a partire dalla Regione, all’ Afor, alla Provincia ai Comuni di prendere seri provvedimenti di breve e lungo periodo. Purtroppo il livello di coscienza ambientale nella classe politica del nostro Paese è al minimo storico.

Basta ascoltare i temi prevalenti della campagna elettorale e come si riduca il tema dei mutamenti climatici soltanto alla preoccupazione che riguarda i flussi migratori. Bisognerebbe alzare invece la bandiera sulla sicurezza dei territori dalle catastrofi indotte dal mutamento climatico è sugli interventi non più rinviabili di cura e prevenzione del territori

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