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Energia e crisi: Cingolani dà la colpa al paesaggio

Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, non delude mai. Ieri, in una intervista a Radio 24, ha dichiarato: “C’è una quantità enorme di potenza energetica di impianti nuovi bloccata, perché ci sono le sovraintendenze che bloccano l’autorizzazione per una […]

(DI TOMASO MONTANARI – ilfattoquotidiano.it) – Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, non delude mai. Ieri, in una intervista a Radio 24, ha dichiarato: “C’è una quantità enorme di potenza energetica di impianti nuovi bloccata, perché ci sono le sovraintendenze che bloccano l’autorizzazione per una questione paesaggistica. Io capisco l’importanza del paesaggio, trovo stucchevole dire che il paesaggio va in Costituzione, siamo in emergenza. Bisogna capire qual è la priorità”. Nella stessa intervista ha anche detto: “Dobbiamo uscire dal carbone e dal gas, perché producono CO2, e l’unica alternativa è il nucleare di nuova generazione. Se non facciamo questa scelta tecnologica e ideologica non riusciremo mai a sbloccarci”.

Prima ancora che per il loro significato culturale e politico, queste esternazioni colpiscono per il baratro cognitivo che dischiudono. Il ministro Cingolani ha giurato “di osservare lealmente la Costituzione”: ma la conosce? Il sospetto è che l’abbia considerata come considera la storia antica, della quale voleva abolire lo studio nelle scuole: un inutile orpello che non merita di essere, non dico conosciuto, ma nemmeno letto. L’avesse mai aperta, saprebbe che il paesaggio non “va in Costituzione” (per riprendere la sua singolare formula) ora, ma c’è dal 1º gennaio 1948. Quel che semmai è stato aggiunto l’anno scorso, per assai dubbio merito del governo di cui fa parte, è l’ambiente: e questa confusione basterebbe a farlo respingere a un esame universitario del triennio.

Ma non è questo il peggio. Il peggio è la visione barbarica della Repubblica e del suo funzionamento: le soprintendenze vengono presentate come un nemico politico che arbitrariamente boicotta la transizione ecologica. Cingolani non è certo il primo a pensarla così: la convergenza politica sul progetto di eliminare l’articolazione concreta della “tutela” imposta dal secondo comma dell’articolo 9 fu plasticamente chiarita agli italiani durante la puntata di Porta a Porta del 16 novembre 2016. Qua, in perfetto accordo con Matteo Salvini, l’allora ministra per le Riforme istituzionali, Maria Elena Boschi, candidamente ammise: “Io sono d’accordo: diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”.

E così, appare chiara la genealogia politica del superministro tecnico. Così tecnico da non sapere che le soprintendenze non possono smettere di applicare la legge e la Costituzione. Così tecnico da riuscire a dire contemporaneamente che in nome dell’emergenza bisogna distruggere il paesaggio, e che comunque questo non risolverebbe un accidenti perché l’unica soluzione sarebbe il nucleare. Un monumento di logica e competenza, non c’è che dire.

Dal punto di vista culturale, ciò che colpisce è il tono di sufficienza col quale si parla del paesaggio. L’uso delle parole è sempre rivelatore, e il ministro trova “stucchevole” che in piena emergenza energetica ci si preoccupi di una bazzecola, di un cascame, di una frivolezza come il paesaggio. Evidentemente per Cingolani quella parola evoca solo qualche cartolina turistica: chissà se si sarà mai chiesto perché i costituenti fecero della tutela del paesaggio addirittura uno dei principi fondamentali su cui si regge la Repubblica. Qualcosa da difendere perfino in guerra. Una profonda tradizione esegetica ha spiegato quella scelta, chiarendo che (sono parole di una sentenza del Consiglio di Stato del 2014) “il concetto di paesaggio non va limitato al significato meramente estetico di ‘bellezza naturale’ ma deve essere considerato come bene ‘primario’ e ‘assoluto’, in quanto abbraccia l’insieme ‘dei valori inerenti il territorio’ concernenti l’ambiente, l’eco-sistema e i beni culturali che devono essere tutelati nel loro complesso, e non solamente nei singoli elementi che la compongono. Il paesaggio rappresenta un interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato, e, quindi, deve essere anteposto alle esigenze urbanistico-edilizie… per assicurare la conservazione di quei valori che fondano l’identità stessa della nazione”. Del resto, dal ministro della Transizione ecologica non è forse lecito aspettarsi tanta consapevolezza culturale: basterebbe l’onestà intellettuale di chiarire che le enormi periferie italiane sarebbero più che sufficienti a ospitare i pannelli fotovoltaici che ci servono, senza devastare i paesaggi storici delle città o i campi agricoli. E che il territorio italiano potrebbe ben accogliere numerosi parchi eolici senza distruggerne il paesaggio. Se le energie rinnovabili e il paesaggio vengono, invece, messi in concorrenza come due beni tra i quali scegliere, la colpa è di una classe dirigente e politica radicalmente impreparata e incapace. Troppo comodo, poi, scaricare le colpe sulla Costituzione e sulle soprintendenze: comodo, ma indecente.

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