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Festa della Repubblica: onoriamo l’orgoglio della divisa

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In occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica, sarebbe bello riscoprire l’orgoglio nazionale, quello vero, bello, di ringraziamento a chi, nel mondo, ci fa sentire orgogliosi di essere italiani: come quando in Libano, dal 1982 al 1984, grazie a quei giovani soldati di leva, gli italiani riscoprirono l’orgoglio nazionale, evento che è stato celebrato pochissimi giorni fa a Nettuno per il quarantennale della missione Italcon.

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Missione che ha fatto storia: sono partiti derisi dagli altri contingenti stranieri e dai giornali nostrani e si sono guadagnati il rispetto sul campo, al punto che è diventata un modello per tutte le missioni future, diventando la madre delle missioni interforze.

Ma perché la politica, tranne rare eccezioni, sembra quasi imbarazzata nel parlarne? Eppure è stata una bella pagine di storia. Probabilmente è una questione di cultura, di quella mentalità che alla parola Madre Patria salta sulla sedia peggio che se ci fosse il terremoto, che mette tutto nel calderone ideologico di un antimilitarismo ipocrita e di facciata, salvo poi invocare l’Esercito per ogni compito che spetterebbe ad altri, come è altrettanto fastidioso il militarismo ottuso che vorrebbe stellette ovunque, persino casa per casa e che gli fa da controparte, due gravidanze isteriche che non portano a nulla. In mezzo, dovrebbe esserci l’equilibrio di capire il senso del dovere e del sacrificio di ragazzi di 20 anni che hanno dato la gioventù e qualcuno la vita per onorare un impegno di pace, ieri come oggi.

Allora, insistiamo: se quella di Italcon Libano fu la madre di tutte le missioni, perché sembra caduta nel dimenticatoio? A pensarci bene, però, le stesse domande ce le poniamo ad ogni dimenticanza istituzionale nei confronti delle Forze Armate. È accaduto anche recentemente con la fine della missione in Afghanistan, quando nessuna autorità si è “ricordata” di andare a salutare la Brigata Folgore all’aeroporto, al rientro da Kabul, tanto per fare uno dei tanti esempi

In un’intervista di Giovanni Minoli al generale Franco Angioni, anni fa, il giornalista chiese come mai la bandiera di guerra di Italcon, pochi giorni dopo il rientro in Patria dei soldati nel febbraio 1984, fosse stata portata al Vittoriano in tutta fretta, come se si dovesse dimenticare al più presto. “Eravate diventati troppo bravi?”, la domanda provocatoria di Minoli. Possiamo solo fare delle ipotesi. È ovvio che il governo all’epoca si aspettasse che la missione andasse a buon fine, visto che c’era stato un “investimento” di tipo politico. Il risultato ci fu, però fu raggiunto da soldati di leva, un esercito di popolo, fatto da ragazzini di 19 anni che hanno scritto una bellissima pagina di storia. Un’ottima ragione per ringraziarli ancora oggi.

Il motivo per cui non avviene ci è oscuro, a maggior ragione perché in Libano ci siamo ancora, dal 2006 e con ottimi visibilità e risultati.

Ma forse una vera causa non c’è, il nostro è semplicemente un Paese che soffre della sindrome di Stoccolma, che adora chi ci è carnefice, che preferisce ricordare le sconfitte e le divisioni e mai le vittorie, quasi che un fatto che unisce gli italiani sia una jattura e non, come sarebbe normale, un vanto, un Paese avvitato su se stesso che archivia e dimentica in fretta, a prescindere.

Eppure fu proprio lì, in Libano, dal 1982 al 1984, grazie a quei giovani soldati di leva, che gli italiani riscoprirono l’orgoglio nazionale.

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