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Francia, il grande dibattito sulla sicurezza a un anno dal voto

Il voto presidenziale in Francia del 2022 sarà una delle tappe cruciali che contribuiranno a definire gli assi futuri della politica europea assieme alle prossime elezioni tedesche, previste per il mese di settembre. E a meno di un anno dall’aprile decisivo per l’Esagono la competizione è già entrata nel vivo, con i sondaggi che danno per possibile una riedizione del ballottaggio del 2017 tra Emmanuel Macron, presidente uscente, e la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, che in questa contesa parte con ben maggiori aspettative di vittoria rispetto all’ultima tornata.

In mezzo un’ampia zona d’incertezza data soprattutto dai dubbi sulle future mosse dell’ex premier e sindaco di Le Havre Edouard Philippeche ha lasciato circa un anno fa la carica di primo ministro al massimo dei consensi per la gestione della prima ondata di Covid-19, e dalle possibili mosse del centro-destra istituzionale dei Republicains. Che hanno la possibilità di compiere la mossa del cavallo incuneandosi tra l’elettorato moderato e quello “sovranista”. A patto di capire il punto di caduta principale della questione, e cioè che la Francia è un Paese che necessita di essere ricucito. E che ora più che mai il tema della sicurezza è di importanza vitale.

Il problema della sicurezza in Francia

Sicurezza, però, da intendere in forma organica. In vista del 2017 la Francia andò alle urne sull’onda emozionale dell’insorgenza del terrorismo islamista sul fronte interno. Minaccia che è tornata a riproporsi negli ultimi tempi, ma che non rappresenta la più insidiosa e preoccupante fonte di insicurezza del sistema-Paese transalpino. Negli ultimi anni la Francia ha sperimentato la jacquerie dei Gilet Gialliche ha dimostrato quanto forti, radicate e profonde siano le disuguaglianze tra il centro incardinato sulla capitale Parigi e sulle grandi città e una provincia rurale e profonda tagliata fuori dai servizi principali, dalle opportunità economiche, dall’ascesa sociale. La decisione di Macron di trasformare radicalmente il sistema di formazione dei grand commis superando l’architettura basata sull’Ecole Nationale de Administration (Ena) è stata il frutto recente della percezione di un crescente distacco tra l’élite amministrativa ed economica della Repubblica e la massa della popolazione. Ma a Macron, abile nel dialogare sui massimi sistemi e sugli scenari globali, sfugge un’idea per un’alternativa concreta per la Francia.

Più di recente, la pandemia ha acuito ancor di più le divergenze tra centro e periferia, tra gli inclusi e gli esclusi del modello di sviluppo. E la recentissima lettera aperta indirizzata da numerosi alti ufficiali a riposo delle forze armate francesi al presidente riguardante la presunta problematica legata all’intrecciarsi della minaccia terroristica di matrice islamista con la progressiva frantumazione del tessuto nazionale e sociale francese è stata seguita da una seconda missiva, questa volta anonima, i cui autori sostengono di essere militari in servizio, che hanno partecipato alle recenti missioni francesi in Afghanistan, Mali, Repubblica Centrafricana e all’operazione Sentinella, che si occupa della protezione degli obiettivi sensibili sul territorio francese dopo gli attacchi terroristici. Questa lettera, pubblicata dalla rivista di estrema destra Valeurs Actuelles, mantiene i toni gravi e problematici della precedente, ammonendo sul fatto di un possibile rischio di guerra civile per la Francia nei prossimi anni.

Il governo di Emmanuel Macron ha provato a controbattere il crescente senso di insicurezza per mezzo di leggi ad hoc, come il famoso provvedimento sulla sicurezza collettiva approvato dall’Assemblea Nazionale ad aprile, finito però sotto lo scrutinio del Consiglio di Stato, che ha cassato il discusso Articolo 52 del provvedimento, che puniva fino 5 anni e 75mila euro di multa gli atti che permettevano di identificare un agente di polizia nell’esercizio delle sue funzioni. Segnalando la presenza di una forte tensione tra gli inviti a trattare in termini punitivi e repressivi le sorgenti dell’insicurezza e la necessità di una visione a tutto campo, politica e sociale, che aiuti a capire perché una grande nazione democratica, progredita e sviluppata come la Francia, dotata di una coscienza civica e di una religione civile repubblicana unificanti, possa vivere oggigiorno una fase così delicata.

Un Paese in crisi di autorità

Lo choc degli effetti della globalizzazione, delle disuguaglianze, della pandemia e dell’aumento delle minacce interne ha segnato nel profondo una nazione che, col declino delle figure che lo rappresentavano, non ha potuto più nell’ultimo quindicennio avere nel potere della monarchia repubblicana e presidenzialista dell’Eliseo un appiglio sicuro attorno a cui stringersi. La fibra stessa dello Stato è stata messa in discussione dalla difficoltà dell’autorità nel dare risposte a molte problematiche economiche, sociali e personali degli abitanti dell’Esagono. Fino a trasformare il tema stesso della vulnerabilità materiale e fisica dei cittadini in una questione politica.

Tutte le forze politiche hanno tentato di scendere a patti con la necessità di consolidati ragionamenti politici sul tema della sicurezza collettiva. Tanto che quando il 19 maggio scorso a Parigi si è tenuta un’importante manifestazione delle forze di polizia davanti all’Assemblea Nazionale volta a sensibilizzare sui temi della sicurezza collettiva dopo l’omicidio di un’impiegata 49enne all’entrata del commissariato di Rambouillet, avvenuta il 23 aprile scorso, e la morte in servizio del brigadiere Eric Masson durante un pattugliamento contro lo spaccio di droga ad Avignone, tutte le forze politiche tranne l’estrema sinistra de La France Insoumise hanno mostrato il loro netto sostegno a proposte di rafforzamento delle politiche securitarie.

Come nota StartMag, “se in passato ci fu mai un monopolio lepenista o alla Sarkozy sui temi della sicurezza, ora gli è stato sottratto”, dato che alla manifestazione “hanno partecipato non solo il ministro dell’Interno Gérald Darmanin (che di Sarkozy fu portavoce nel 2014), la destra lepenista o il segretario di Les Républicains François Jacob (con vari esponenti di primo piano, fino al dissidente Christian Estrosi) ma anche il segretario del partito socialista, Olivier Faure, insieme alla sindaca di Parigi, Anne Hidalgo. C’erano persino l’eurodeputato verde Yannick Jadot e Fabien Roussel, candidato per il partito comunista alle prossime presidenziali”. Una solidarietà trasversale che spiega in un certo senso anche il nuovo posizionamento in rampa di lancio della Le Pen in vista del 2022: il fatto che molti temi cari al Rassemblement stiano diventando mainstream e che l’opinione pubblica, sulla scia del riposizionamento di Macron su sicurezza e islamismo radicale e della crescita dei lepenisti, si stia posizionando su un vero e proprio bipolarismo asimmetrico pendente verso destra aumenta le chanche dei sovranisti transalpini di giocarsi le proprie carte per l’Eliseo. Tutto questo, chiaramente, nella piena consapevolezza del fatto che alle domande di sicurezza collettiva si dovrà, un giorno, dare risposta: e che un approccio unicamente punitivo, che non passi per una piena integrazione sociale, politica ed economica dei fattori che minacciano l’unità della Repubblica, rischia di esacerbare ulteriormente i problemi piuttosto che risolverli.

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