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di Danilo Stefani

Dall’inizio della guerra Russo – Ucraina sono passati quasi 200 giorni. Non ci sono campane di pace o di solennità, come per la morte della regina Elisabetta II. Tutto scorre, a parte il gas, come (quasi) sempre. Homo Sapiens ha gli anticorpi per sopravvivere, per dimenticare, per sperare.

Finita l’epoca dello “scandalo” per la guerra scatenata dallo zar Putin, l’Occidente corre dietro al proprio benessere che si fonda su una prospera (o fasulla) economia. Sono scomparse le bandiere della “pace”. Sono finiti i minuti di silenzio e le marce, sono cominciati i mesi delle reticenze e delle divisioni. L’Europa, con una guerra in grembo, deve fare i conti con sé stessa.

Il lessico usato è dunque cambiato, adattandosi a nuovi allarmanti scenari. Gas, elettricità, bolletta, elezioni, petrolio, occupazione, deficit economico, pandemia, vaccini, sono tutte parole legate da una narrazione di rimediabilità a cui nessuno vuole (o può) sottrarsi. Perché dall’altra parte c’è la guerra e la minaccia nucleare (con i suoi bottoni e le sue centrali a rischio). Ubi maior minor cessat, ma con un significato opposto: dateci tanti piccoli o grossi mali, ma non una guerra da ricordare ogni giorno!

Chi ricorda ogni giorno, ogni dannato giorno che passa, è lo scimpanzé Chichi. A Kharkiv, in Ucraina, città spesso sotto i bombardamenti russi, Chichi decide che non ne può più. Fugge dallo zoo comunale, passeggia a lungo per la città. La tenerezza dell’abbraccio con una volontaria, che poi riesce a fargli indossare un impermeabile giallo mentre comincia a piovere, rimarrà indimenticabile. Il tour di Chichi finisce in bici, degnamente scortato verso lo zoo.

“Credo ch’io potrei vivere tra gli animali, così placidi e pieni di decoro” (dalle ‘Foglie d’erba’ di Walt Whitman). Un calmante ai nostri tormenti.

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