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Globalizzazione: ognuno per sé, Cina per tutti

Già, il mondo piatto, senza barriere. Di fronte a una crisi globale, la risposta sarà globale – avremmo pensato con le lenti di una decina d’anni fa, anche cinque. Gli Anni Venti, invece, si sono aperti con un paradigma nuovo che potrebbe dare il segno al decennio e oltre: ciò che prima univa, ora divide. La risposta che il mondo diede alla crisi finanziaria del 2008 vide assieme, in prima fila, Stati Uniti e Cina e, seppur con più fatica, l’Europa. Oggi, il virus è motivo di conflitto, in primo luogo tra Washington e Pechino. Anche l’Europa, però, è di fronte a un passaggio fondamentale: le risposte di solidarietà che darà al proprio interno e all’esterno peseranno anche sul futuro della globalizzazione tutta, la quale non è più solo in ritirata, come nel 2019; si sta spezzettando.

 L’elemento centrale nella gestione della crisi è l’assenza straordinaria della leadership americana, di Donald Trump ma non solo. Non era mai successo, nei momenti di difficoltà del mondo. È una mancanza che crea un gran vuoto e in questo vuoto si inserisce la Cina di Xi Jinping. Da un punto di vista geopolitico, si presenta un classico: la potenza emergente sfida, in modo aggressivo, quella storicamente dominante, che gioca in difesa. Quando nell’Amministrazione Trump si invitano le imprese americane a tornare a casa dalla Cina (Wilbur Ross, Peter Navarro) si dà un calcio negli stinchi al vertice cinese ma si ribadisce un ritiro dall’economia globale. Da quella rete di relazioni tra imprese, già in crisi prima del coronavirus, che costituisce (costituiva) la catena globale di fornitura e di creazione del valore. Da quella ragnatela fragile che, tra mille contraddizioni, ha sostenuto la crescita delle economie in buona parte del pianeta.

L’approccio di Xi è invece aggressivo, nel senso che il presidente cinese si rende conto delle risposte che il suo partito sarà chiamato a dare al mondo per come ha gestito l’inizio della pandemia ma approfitta della ritirata americana per sostenere – con le parole ma anche con regali e atti di generosità – che il modello autoritario cinese è il più efficiente anche dal punto di vista della salute. Un’operazione di soft power, a volte anche minaccioso (verso i giornalisti, per esempio), che in alcuni paesi, forse anche nel governo italiano, può raccogliere consensi. La realtà è che il caso Wuhan ha aperto un grande dubbio in migliaia di imprenditori americani ed europei: si possono mettere, dal punto di vista delle forniture e della produzione, tutte le uova nel cestino cinese se da questo possono poi nascere cigni neri, sorprese inattese e distruttive?

Detto in altri termini: colpi alla globalizzazione vengono sia da Washington sia da Pechino. Ma se l’affidabilità della Cina poteva sempre essere messa in dubbio (in fondo ci hanno creduto per poco tempo anche i boss delle grandi corporation che a Davos, nel 2018, furono entusiasti del discorso di Xi), la vera novità è la rinuncia degli Stati Uniti al ruolo di leadership in una crisi di enorme portata per tutto il mondo. Se la globalizzazione era americana nei suoi tratti, non lo sarà più. E con ogni probabilità, viste le forze in campo, non sarà più nemmeno una globalizzazione. Sarà più la creazione di diverse sfere d’influenza, nelle quali la politica e l’economia saranno difficili da districare. (E qui c’è già ora una vittoria di Xi: il ruolo dello Stato sarà sempre maggiore, a scapito di quello dei mercati).

L’idea che, in questo quadro di rottura degli equilibri e delle pratiche degli anni scorsi, l’Europa possa svolgere un ruolo di primo piano sembra un po’ ingenua. Da una parte è di nuovo alle prese con i salti istituzionali da fare o no (i coronavirus-bond), e con le solite divisioni interne. Dall’altra già subisce la pressione della Cina – ai margini in Serbia ma anche nella Repubblica Ceca e in Italia – che si presenta come migliore amico, molto più degli Stati Uniti. La Ue e in particolare l’Eurozona dovranno fare scelte decisive. Se non dovessero dare piena prova di solidarietà interna, le conseguenze sarebbero pessime per il continente e catastrofiche per il mondo, che perderebbe uno dei maggiori pilastri a sostegno dell’economia globale di mercato. In più, si troverà a dovere alzare lo sguardo e a fare i conti con le divergenti sfere economiche di Stati Uniti e Cina.

I pericoli sono insomma consistenti. Le imprese dovranno rivedere non solo le catene di fornitura ma anche le priorità di esportazione, valutare lo stato dei mercati nello spezzettamento della globalizzazione e probabilmente interiorizzare nelle loro strategie rapporti più stretti con governi, i quali si sentiranno legittimati dalla crisi a essere più interventisti. Inoltre, la gestione dei rischi dovrà aggiungere alla lista non solo i virus del futuro ma anche le incertezze del disordine creato dalla crisi della globalizzazione. Del mondo non più piatto.

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