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Halloween, la festa celtica che parla italiano | CulturaIdentità

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Se c’è una festa legata alla ciclicità, quella è Halloween; e non solo perché le sue origini si rintracciano nell’ancestrale omaggio all’avvicendarsi delle stagioni. Con la notte più stregata dell’anno torna infatti anche l’immancabile polemica cavalcata ora dal commentatore in tonaca, ora dall’editorialista gauche caviar per stigmatizzare il circo di fantasmi e dolcetti-scherzetti rispettivamente come conato di neopaganesimo strisciante o sgargiante “americanata” d’imperialismo culturale. Quest’ultima critica parte però da un grossolano errore di fondo, perché Halloween di moderno e straniero ha solo il nome, derivato da All Hallows Eve, nome inglese della vigilia di Ognissanti, oltre ad una certa allure di puerilità disneyana. Tutto il resto è antico e profondamente radicato nelle pieghe di un’Italia dal doppio cromosoma latino e celtico.

Halloween nasce col capodanno dei Celti, la festa del Samhain celebrata la notte del 31 ottobre, che nell’antico mondo agro-pastorale faceva da spartiacque tra la stagione del lavoro nei campi e quella in cui, completati i raccolti e messe al sicuro le greggi, il mondo degli uomini si fermava in sincronia con la stasi invernale della Natura. Epoca di morte presaga di rinascita; proprio come lo erano quei trapassati, a riposo nella madre terra insieme con le nuove sementi, che alla vigilia del nuovo anno potevano abbandonare Tír na nÓg, l’aldilà dell’eterna giovinezza, e visitare il mondo dei vivi accompagnandosi a demoni, folletti ed altri esseri sovrannaturali. Per i defunti si preparavano pietanze, si accendevano falò, si intagliavano teschi e volti mostruosi negli ortaggi. I rituali arrivarono da noi prima con l’espansione celtica dalla Valle Padana verso sud, poi con i mercenari celti (assoldati anche in Sicilia dal tiranno di Siracusa Dionigi I) e le conquiste dei Cesari nelle Gallie, fondendosi con i Parentalia, la festa della frugifera dea Pomona e le altre italiche ricorrenza d’oltretomba comuni peraltro a tutte le tradizioni precristiane d’Europa. Epona, dea dei cavalli popolare tra gli equites romani nonché accompagnatrice dei morti nell’aldilà, festeggiata il 2 novembre, divenne l’unica divinità celtica accolta nel pantheon dell’Urbe. Nell’Alto Medioevo il papato sovrappose al retaggio pagano la festa cattolica dei santi e poi quella dei morti comuni, ma il Dna celtico sopravvisse sottotraccia negli appuntamenti folklorici, veri e propri Halloween “made in Italy”, che costellano l’Italia lungo gli undici giorni che vanno da Ognissanti alla festa di San Martino, l’11 novembre, quando il calendario lunare e quello solare coincidono, secondo l’arcaica concezione circolare del tempo. Dalla friulana “Not dalis muars” all’abruzzese “Capetièmpe” al “Fucacost” pugliese è tutto un fiorire di zucche grottescamente scolpite, pani per i morti, bambini in allegra questua. Sopravvivenze di un’identità irriducibilmente nostra, messa a rischio – questo sì – dalla banalizzante omologazione d’Oltreoceano.

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