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I 5 Stelle non hanno 'abolito' la povertà, Draghi si: per l'Istat nel 2022 si sono “ridotte le disuguaglianze” – Il Riformista

Irpef, assegno unico e bonus

Riccardo Annibali — 23 Novembre 2022

I 5 Stelle non hanno ‘abolito’ la povertà, Draghi si: per l’Istat nel 2022 si sono “ridotte le disuguaglianze”

L’effetto delle misure adottate nel 2022 dal governo Draghi sta dando ora i suoi frutti. Secondo il rapporto pubblicato oggi l’Istat stima che nell’anno in corso l’insieme delle politiche sulle famiglie abbia ridotto l’indice di Gini (che misura le disuguaglianze) da 30,4 percento al 29,6, e il rischio di povertà dal 18,6 al 16,8 percento.

La valutazione include gli effetti dei principali interventi sui redditi familiari adottati nel 2022, ovvero la riforma Irpef, l’assegno unico e universale per i figli a carico, le indennità una tantum di 200 e 150 euro, i bonus per le bollette elettriche e del gas e l’anticipo della rivalutazione delle pensioni.

L’Istat, nel rapporto, spiega che la riforma dell’Irpef, l’assegno unico e gli altri interventi hanno ridotto il rischio di povertà per le famiglie con figli minori, sia coppie (-4,3 percento), sia monogenitori (-4,2), soprattutto in seguito all’introduzione dell’assegno unico. Per le famiglie monocomponenti (-2,1 percento) e per gli ultrasessantacinquenni soli (-1,3) la riduzione è dovuta prevalentemente ai bonus e all’anticipo della rivalutazione delle pensioni. Per le famiglie senza figli o solo con figli adulti il rischio di povertà rimane quasi invariato o aumenta lievemente.

Anche l’assegno unico ha dato i suoi frutti. Nel 2022 è stata registrata una riduzione del rischio di povertà di 3,8 punti percentuali per i giovani da 0 a 14 anni, di 2,5 per quelli da 15 a 24 anni e di 2,4 punti percentuali per gli individui nella classe di età fra i 35 e i 44 anni. Considerata anche la riforma Irpef, i bonus, la rivalutazione delle pensioni e le altre politiche sociali il rischio di povertà si riduce ulteriormente per tutte le classi di età al di sopra dei 24 anni.

I redditi bassi sono quelli che hanno tratto più vantaggio dalla riforma dell’Irpef che ha dato luogo a una diminuzione delle aliquote medie effettive pari all’1,5 percento per l’intera popolazione, con riduzioni più accentuate nei tre quinti di famiglie con redditi medi e medio-alti. Beneficio meno incidente nel quinto più povero della popolazione che include i contribuenti con redditi inferiori alla soglia della no-tax area, esenti da imposta.

Le famiglie del penultimo quinto assorbono il 31,7% percento del beneficio totale della riforma dell’Irpef che corrisponde al 2,3 del reddito familiare. Le famiglie che peggiorano la propria situazione, subiscono, invece, una perdita più elevata nel quinto più ricco della popolazione, dove si registra oltre la metà della perdita totale.

L’Istat sottolinea inoltre che le analisi dell’attuale scenario distributivo tengono conto solo parzialmente degli impatti differenziali tra i diversi livelli di reddito del significativo aumento dell’inflazione, che saranno oggetto di ulteriori approfondimenti. L’Unione nazionale consumatori fa comunque sapere che il numero di persone che faticano ad arrivare a fine mese rimane elevato: “I dati restano comunque vergognosi, non degni di un Paese civile“.

Riccardo Annibali

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