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“I docenti italiani vanno incentivati con stipendi superiori e dinamici. Anche gli orari di lavoro devono andare verso la media europea”. L'affondo di Gavosto [DOSSIER] – Orizzonte Scuola Notizie

La Fondazione Agnelli ha realizzato un ricco dossier per sfatare i luoghi comuni sul mondo della scuola. Il dossier – curato dalla ricercatrice Barbara Romano, con elaborazioni su dati della Ragioneria dello Stato, del Ministero dell’Istruzione, di Eurostat e di Ocse, cerca di dare risposte a diverse domande.

“Gli insegnanti italiani – afferma Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – vanno sicuramente incentivati con retribuzioni superiori e più dinamiche, che li avvicinino ai loro colleghi europei, introducendo anche progressioni di carriera e responsabilità. Anche i loro orari contrattuali, tuttavia, dovrebbero andare verso medie europee, per garantire un tempo scuola più lungo e diffuso, didatticamente più ricco, con una qualità dell’insegnamento elevata e sempre aggiornata, grazie a una formazione continua obbligatoria”.

Diminuiscono i docenti di ruolo e aumentano i precari, soprattutto nel sostegno. Nonostante le grandi immissioni in ruolo della Buona Scuola che li aveva portati a 730mila – fa notare la Fondazione Agnelli – sono oggi leggermente diminuiti gli insegnanti di ruolo (poco meno di 700mila), principalmente per via dei pensionamenti; sono invece più che raddoppiati i docenti a tempo determinato: l’anno scorso 225mila, incluso il sostegno, rispetto ai 100mila subito dopo la Buona Scuola. Quest’anno non sono molti di meno.

Le retribuzioni degli insegnanti

Le retribuzioni dei docenti italiani – segnala la Fondazione Agnelli – sono inferiori a quelle della maggioranza degli altri paesi europei. Va notato, in particolare, che mentre nei primi anni di professione la forbice retributiva a sfavore dei nostri docenti non è enorme (25mila euro circa in Italia, con Francia, Portogallo e Finlandia comunque sotto i 30mila euro, con la Germania, però, nettamente sopra i 50mila euro), la differenza nel corso degli anni di lavoro si accentua sensibilmente.

Le retribuzioni dei docenti italiani sono poco dinamiche, in quanto legate completamente al meccanismo di anzianità, senza alcuna progressione di carriera, che in altri paesi porta chi sale di responsabilità a massimi retributivi talvolta molto elevati.

Va, però, anche ricordato che – caso praticamente unico in Europa – il contratto di lavoro dei docenti italiani quantifica in pratica solo le ore di lezione. Che, ad esempio, per un professore delle superiori sono 18 alla settimana: a queste si aggiunge un forfait di altre 80 ore nel corso dell’anno lavorativo (quindi circa altre 2 alla settimana) per attività di programmazione, aggiornamento, ricevimento dei genitori.

La preparazione delle lezioni e tante altre attività non strettamente di lezione, ma decisive per l’efficacia dell’insegnamento, non sono invece incluse nel contratto, al contrario di quasi tutti gli altri paesi.

Tra scuola e casa, gli insegnanti italiani dichiarano di lavorare (dati Ocse Talis 2018, relativi alla secondaria di I grado) 26 ore alla settimana, contro una media europea di 33 ore.

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