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I giovani non hanno bisogno di doti a carico dei contribuenti. Intervista a Puglisi

Perché la dote ai diciottenni proposta del Pd non è la migliore prospettiva da dare ai giovani; le accuse sbagliate alla “flat tax” della Lega e i benefici di un taglio generalizzato delle imposte; i rischi dietro un eccessivo uso del golden power. Questi i temi della nostra conversazione con Riccardo Puglisi, economista e professore associato di economia politica all’Università di Pavia.

“Dote 18” del Pd

WZ: Il Partito democratico propone una “dote 18” da finanziare con una tassa di successione sostanziosa sui patrimoni elevati. Nascondendo una ricerca retorica di equità sociale, il Pd concede un bonus di 10 mila euro ai ragazzi di 18 anni punendo la proprietà immobiliare e i risparmi. Non c’è il rischio di far passare un messaggio sbagliato?

RP: Il Partito democratico può sfruttare la sua illimitata libertà partitica per proporre tutte le politiche economiche e tributarie che vuole (come ogni altro partito che si candida a governare il Paese), e dunque nel caso concreto non mi stupisco del fatto che tale libertà venga sfruttata per proporre una manovra redistributiva.

In questo caso si poteva fare certamente meglio: a prescindere dal fatto che il sistema tributario italiano è già caratterizzato da una imposta patrimoniale ordinaria che si chiama Imu e che viene sistematicamente dimenticata da chi propone nuove imposte patrimoniali, i punti sostanziali sono due.

In primis, tale imposta di successione che va a colpire solo i patrimoni elevati dovrebbe essere particolarmente pesante per raccogliere un gettito sufficiente a finanziare la cosiddetta “dote 18”.

Dall’altro lato, la migliore prospettiva da dare ai neo-maggiorenni non è certamente racchiusa in un regalo finanziato dai pagatori di tasse, quanto in un sistema educativo ben funzionante che consenta a chi vuole di studiare a prescindere dal reddito delle famiglie di provenienza, e in un sistema economico dinamico e innovativo, in cui la ricompensa per chi lavora e si sforza consiste in un salario reale che cresce con la produttività delle imprese.

Come sappiamo, l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, non sui regali dello Stato.

La “flat tax” della Lega

WILLIAM ZANELLATO: L’unico progetto di flat tax rintracciabile negli archivi parlamentari è quello presentato dalla Lega in Senato il 27 maggio 2020. Nella fase due del progetto, quella che vorrebbe avviare il Carroccio, a beneficiare della “tassa piatta” sarebbero tre categorie: i single con redditi fino a 30 mila euro, le famiglie monoreddito fino a 55 mila euro e quelle bi-reddito fino a 70 mila euro. Stante queste cifre, perché l’accusa di avvantaggiare i super ricchi a discapito dei meno abbienti rimane la più utilizzata da chi è contrario a questa riforma fiscale?

PROF RICCARDO PUGLISI: Di fatto la flat tax proposta dalla Lega consiste in un abbassamento delle aliquote non per ogni livello di reddito, ma per i livelli di reddito non superiori a una certa soglia, che è diversa per categorie diverse.

Una flat tax che coinvolgesse tutti i livelli di reddito sarebbe ovviamente più costosa per i conti dello Stato, perché – in assenza di un forte aumento del Pil dovuto al taglio stesso delle imposte – il maggior calo degli introiti fiscali andrebbe ad aumentare il deficit pubblico. Fatta in questo modo, la flat tax non è particolarmente benefica per i super-ricchi, dunque l’accusa è sostanzialmente sbagliata.

Vero è che il nome flat tax fa pensare a tagli generalizzati delle imposte che avvantaggiano certamente in misura forte chi attualmente paga aliquote medie elevate, cioè i “ricchi” e i “super-ricchi”. L’attenzione della sinistra al tema della redistribuzione è piuttosto scontato, legittimo, e per non pochi aspetti condivisibile.

Tuttavia, ciò che dal punto di vista economico e politico mi preoccupa e non mi piace è l’attenzione eccessiva a come “redistribuire la torta” dando pochissimo spazio al tema di “far diventare più grande la torta”, cioè alla crescita del Pil e della produttività.

Meno tasse anche ai ricchi

Sulla questione specifica dei tagli delle imposte, sono favorevole a tagli piccoli ma non piccolissimi anche alle imposte pagate dai contribuenti di reddito medio-alto ed alto, che siano credibili in quanto finanziati principalmente dalla riduzione della spesa pubblica, ovviamente partendo da quella improduttiva, e dagli sprechi che esistono e si fanno sentire sulla necessità di tassare fortemente la popolazione.

Tagli permanenti delle imposte possono indurre le persone a sforzarsi di più, a guadagnare più reddito perché una percentuale maggiore del reddito stesso rimane nelle tasche dei cittadini, ma bisogna assolutamente evitare l’effetto “tira e molla”, cioè tagli delle imposte in un certo anno, che devono essere poi coperti da aumenti delle imposte negli anni successivi, perché bisogna colmare il deficit creato appena prima.

Meglio tagli delle imposte che siano piccoli, permanenti e credibili in quanto finanziati dal taglio della spesa pubblica rispetto a tagli grandi, poco credibili e per nulla permanenti, che aumentano l’incertezza complessiva e vanno a ritorcersi contro la spinta a produrre e fare impresa, che dovrebbe essere la motivazione principale, dal punto di vista di un’economia di mercato, per la mossa stessa di tagliare le imposte.

Più impresa e più reddito

WZ: Arthur Laffer, consigliere economico di Ronald Reagan, ha recentemente affermato che l’Italia sarebbe il posto ideale per una flat tax. Quali sono, a suo avviso, i difetti strutturali del nostro sistema economico che renderebbero conveniente l’introduzione di un’aliquota unica?

RP: Per le ragioni descritte sopra sono meno fiducioso di Laffer sull’efficacia di una flat tax pura nel contesto italiano, ma direi che sono a favore dell’idea di ridurre le imposte in maniera generalizzata per aumentare la voglia degli italiani di produrre reddito e di fare impresa, mettendo un po’ da parte quell’invidia sociale che non fa bene alla crescita dell’economia e del benessere del Paese.

Ritengo per l’appunto che uno dei difetti strutturali della società e dell’economia italiana sia la scarsa fiducia nel ruolo della libera impresa nel produrre benessere, e il taglio delle imposte deve essere a mio parere affiancato da un’operazione culturale e politica che mostri l’importanza della creatività degli imprenditori e dei benefici generalizzati che si producono quando l’economia diventa più efficiente e ricca di innovazioni.

Ma è importante essere pragmatici, concreti e persino cinici: questa operazione culturale e politica deve necessariamente avere una base economica, cioè i salari reali dei lavoratori devono immediatamente crescere nel momento in cui le imprese aumentano i propri fatturati e i propri profitti.

Altrimenti il patto sociale che sta alla base di un’economia di mercato non funziona, o funziona molto male, perché – senza crescita sostenuta dei salari reali – il benessere diffuso resterebbe soltanto un miraggio, se non una presa in giro.

I rischi del golden power di FdI

WZ: Il programma di Fratelli d’Italia non è stato ancora reso noto ma Giorgia Meloni si è espressa più volte a favore di un’estensione della golden power e contro la privatizzazione di Ita. Non teme un approccio economico eccessivamente dirigista e interventista da parte di un partito, Fratelli d’Italia, che si candida a guidare il Paese?

RP: Essere favorevoli a un’economia di mercato non significa essere fanaticamente favorevoli ad un ruolo totalizzante delle imprese private. Innanzitutto, lo stato sociale è finanziato dalle imposte (pensioni, sanità, istruzione, assistenza, sussidi di disoccupazione) ed è difficile credere che il mercato possa totalmente rimpiazzare l’intervento pubblico in queste aree.

Credo di essere mediamente meno interventista rispetto alla linea di Fratelli d’Italia, ma non mi strappo i capelli (che non ho) se si ragiona su imprese e settori strategici rispetto ai quali lo Stato può esercitare un golden power, cioè bloccare o limitare operazioni di ingresso di capitali stranieri, e neanche mi scandalizzo particolarmente rispetto alla presenza di imprese nazionalizzate.

Soltanto chi ignora la storia economica italiana può tralasciare il ruolo cruciale giocato da IRI ed ENI nello sviluppo economico italiano degli anni ‘50 e ’60, e parzialmente negli anni 70.

Dall’altra parte, cerco sempre di essere pragmatico e di applicare la teoria economica e il buon senso quando servono (praticamente sempre!): non c’è nessuna buona ragione per pensare che gli altri Paesi rinuncino per bontà d’animo ad applicare manovre ritorsive qualora vedessero che i propri investimenti produttivi in Italia sono bloccati o limitati dall’esercizio del golden power.

In secondo luogo, lo Stato imprenditore va giudicato non soltanto sotto il profilo degli interessi strategici che vengono perseguiti, ma anche sotto il becero profilo contabile ed economico: gli interessi strategici -o presunti tali – non devono funzionare come paravento politico dietro cui si nascondono inefficienze, se non gestioni economicamente fallimentari, che di fatto finirebbero sulle spalle dei contribuenti (che preferisco chiamare – utilizzando un calco dall’inglese taxpayer – i pagatori di tasse).

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