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I mercati scommettono contro il centrodestra, ma potrebbero farsi molto male… | CulturaIdentità

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Alcuni giorni fa il Financial Times ha pubblicato un articolo che ha molto inquietato tanti osservatori. Soprattutto -ma non solo- in Italia. Gli hedge fund avrebbero imbastito la più grande scommessa contro i titoli di stato italiani dal 2008 ad oggi. A fare da detonatore sarebbero le crescenti preoccupazioni legate ad una vittoria del centrodestra unite agli ancor più gravi timori legati ad una possibile recessione dovuta ai crescenti prezzi del gas. Per non parlare dell’apocalittico scenario di un completo stop delle forniture da parte di Mosca. Lasciamo per il momento da parte questo tema che è comunque il più importante e che alla fine -purtroppo- sovrasterà tutto il resto. Per più di un motivo. Prima perché ne abbiamo già parlato e scritto qui su #CulturaIdentità. Secondo perché ne riparleremo. Terzo perché uno scenario del genere -sempre più probabile e sempre meno teorico- travolgerà tutte le economie dell’Ue e non solo l’Italia. Concentriamoci quindi sul molto più “provinciale” timore che vinca il centrodestra italiano. Brutto e cattivo per definizione. E sulle prefigurate ricadute nel mercato dei titoli di stato.

Il valore totale dei titoli presi in prestito dagli investitori per scommettere su un calo dei prezzi ha raggiunto il suo livello più alto dal gennaio 2008. Quasi 40 miliardi di euro. È utile aprire una parentesi e spiegare cosa significa in concreto questo numero. Nei mercati finanziari si fanno soldi principalmente acquistando titoli (azioni, obbligazioni etc) per poi rivenderli ad un prezzo più alto. È il modo più classico e nessuno di voi lettori farà fatica a comprendere questo basilare concetto. A molti di voi sarà sicuramente successo di acquistare titoli ad un prezzo dato per poi rivenderlo, con vostra grande soddisfazione, ad un livello più alto. Ma gli operatori professionali fanno soldi anche se i prezzi scendono. Chi opera con questa logica viene chiamato “ribassista”. Va da sé che gli operatori possono talvolta essere rialzisti (scommettendo su un aumento del prezzo per rivenderlo con una plusvalenza) o ribassisti a seconda delle loro aspettative. Essere ribassisti significa vendere un titolo di cui non si è proprietari ma che si prende a prestito ad un dato prezzo. E lo si restituisce a chi ce lo ha prestato ad una certa data contando di riacquistarlo ad un prezzo più basso.

Per intendersi oggi un BTP che scade a marzo 2032 puoi acquistarlo a 83-84 centesimi. Nel frattempo, incasserai una cedola netta di interessi dell’1,70% annuo circa ed a scadenza riavrai indietro 100 centesimi. A conti fatti è un rendimento netto annuo del 3,50%-3,60% circa. Se avessi la ragionevole certezza che fra sei mesi il prezzo del titolo fosse però 60 centesimi, me lo farei prestare pagando quanto dovuto per il servizio e lo venderei agli 83-84 centesimi odierni incassandoli e mettendoli in tasca per poi riacquistare nuovamente il titolo fra sei mesi quando il suo prezzo sarà arrivato intorno a 60. Titolo che una volta riacquistato restituirei a chi me lo ha prestato. Risultato: mi rimarrebbero in saccoccia 23-24 centesimi. Un guadagno del 28% circa in sei mesi. Il 56% annuo. Niente male. Ecco quindi spiegato l’allarme del Financial Times. Mai dal 2008 ad oggi si sono presi a prestito così tanti titoli di Stato italiani. Probabilmente venduti sul mercato in questi mesi ed ecco spiegato le turbolenze nel nostro mercato. Tutti stanno scommettendo al ribasso. Anzi “hanno” scommesso al ribasso. Gli osservatori politici hanno letto questo dato come un’implicita e precoce bocciatura del prossimo governo che con ogni probabilità sarà di centrodestra. Qualcuno si è spinto ancora più in là. Si prepara un fuoco di sbarramento che impedirebbe la nascita di un governo Meloni in favore di un più gradito esecutivo di unità nazionale magari presieduto dal solito Draghi. Insomma, “mala tempora currunt” per Meloni e Salvini. Berlusconi -si sa già- è abituato a subire questi trattamenti.

Suggerisco invece una lettura meno affrettata di tale situazione per un paio di motivi. Il primo è che gli effetti di queste scommesse noi -in pratica- li abbiamo già visti. Chi ha preso in prestito questi 40 miliardi di titoli, li ha di fatto già venduti. In altre parole, sono cartucce già sparate e già sappiamo dove hanno colpito. Non sono cioè munizioni ancora da scaricare a terra. Nulla toglie che ve ne potrebbero essere altre da sparare, sia chiaro. In tal senso sarebbe più utile conoscere quanto ancora i ribassisti sarebbero pronti a scommettere piuttosto che sapere cosa e quanto hanno “già scommesso”. Sono cioè le vendite e gli acquisti futuri ad innescare nuova volatilità, non gli scambi già avvenuti. A meno che gli operatori non abbiano ancora venduto i titoli presi a prestito. Cosa non ragionevole perché chi maneggia soldi e titoli presi a prestito deve necessariamente impiegarli subito e non tenerli a riposo pagando solo gli interessi.

Vi è poi da considerare il fatto che la strategia “ribassista” è tanto antipatica ed odiosa per chi la subisce quanto rischiosa per chi la mette in pratica. Questo perché non vi è un limite alle perdite potenziali. Mentre nel caso della strategia rialzista un limite c’è ed è il valore dell’investimento fatto. Mi spiego meglio. Se acquisto il solito BTP di prima a 83 cent la mia perdita massima è appunto 83 nel caso in cui l’investimento per qualsiasi motivo si azzerasse. Ma in caso di strategia ribassista il limite alle perdite non esiste. Il titolo potrebbe salire a 100 e se lo ricompro a questo prezzo la mia perdita sarebbe 17. Ma potrebbe teoricamente salire a 200 e la perdita sarebbe 117. E così via. Ecco perché le strategie ribassiste sono appannaggio di operatori professionali. E non sempre queste riescono nel migliore dei modi. Ed ecco perché spesso si assiste ad improvvisi e bruschi rialzi di mercato dopo forti ribassi. Tutti coloro che avevano venduto il titolo preso a prestito -sperando in un crollo del prezzo- corrono a ricomprarlo per paura che salga troppo. A questo punto la domanda da farsi è semplice: ma esiste una situazione tale da indurre gli investitori ad un repentino cambio di umore? A mio avviso si. E sarebbe una schiacciante vittoria del centrodestra. E non perché i mercati siano di destra. Mi spiego meglio. Qualora cioè l’esito delle urne fosse di una chiarezza tale da escludere possibili governi tecnici con dentro il PD, agli operatori non rimarrebbe che rassegnarsi ad un governo “brutto e cattivo” di centrodestra. Ogni ipotesi di ulteriore speculazione al ribasso sui BTP, volta a promuovere un governo a maggioranza Ursula, sarebbe di fatto impraticabile. Semplicemente perché non ci sarebbero i numeri. Lo stesso Lorenzo Pregliasco, partner di Youtrend, non esclude che Fratelli d’Italia e Lega potrebbero addirittura avere i numeri per governare da soli; senza cioè l’apporto di Forza Italia. Ovviamente non lo faranno. È una pura ipotesi di scuola. Ma potrebbero farlo. In altre parole, sarebbe impraticabile una soluzione di governo alla Draghi senza i sovranisti di Lega e FdI. Il rischio quindi che i ribassisti corrono è molto -ma molto- più alto di quello che si creda e che forse essi stessi credono. Qualche esperto in più di politica italiana potrebbe forse indurre i ribassisti a più miti consigli. Un rialzo del 10% nel corso dei BTP darebbe la stura a perdite miliardarie visti i volumi in gioco. E se questo scenario si avverasse avremmo una corsa ad acquistare BTP. Ve lo dico fin d’ora. Qualora accadesse, ve lo ripeto, non sarebbero i mercati che festeggiano la vittoria della Meloni. Ma semplicemente sono i trader che ci direbbero: “contrordine compagni. Ci siamo sbagliati”. I compagni che sbagliano stanno pure alla City di Londra.

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