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I nostri presidenti passano, The Queen rimane e tutti la piangono

Alessandro Gassman, figlio d’arte senz’arte né parte, fa quello che dice il Pd e trilla: è morta una vecchia. Forse è sintonizzato sul pensiero del segretario del Politburo, “oggi è pure l’8 settembre un disastro per la monarchia” e ride, in diretta televisiva, ride di quel riso che è degli stolti e dei perdenti annunciati.

Poi, il 25 settembre sarà un disastro per il regime piddino che da dieci anni comanda senza investitura. Ma non è morta “una vecchia”: è morta una immortale, come testimonia la fila incessante di britannici fieri di essere sudditi, molto più che noialtri di essere “cittadini”.

Scandali, certo, appannaggi, privilegi, eredi degli eredi da nascondere, la Real Famiglia non ha risparmiato momenti imbarazzanti e non poteva essere altrimenti: nei secoli, però, e allora perché i britannici la piangono a volte come una di casa?

Perché lo era, semplicemente. Fuori dalla retorica, tale la sentivano e se la sentivano così, a milioni, non può essere un caso. Perché alla fine in politica come nella società conta il risultato e il bilancio è di una Regina che ha saputo rappresentare il suo popolo; di una regnante che sarà stata pure fuori dal tempo, ma nella sua perennità ha saputo cavalcare il tempo come uno dei suoi amati purosangue.

E gl’inglesi gliene sono grati e perdonano le cadute di tono anche perché Elisabetta pur nella somma discrezione non ha mai nascosto come la pensava, fosse un capo di Stato o un parente inadeguato, nel qual caso prendeva immediati provvedimenti di cui, democraticamente, gli inglesi venivano subito a sapere. 

Ancora certa di essere la monarca di un impero che non esiste più: ma al suo cospetto nessuno faceva il furbo, neppure le rockstar scapigliate che più la irridevano e più li faceva baronetti e, una volta a corte, s’inchinavano mentre lei amabilmente li sfotteva: “Da quanto tempo suonate?”. “Mezzo secolo, Maestà”. “Conoscete Dancin’ Queen?”.

Oltre il tempo ma non fuori dal mondo, come chi la sprezza dalla muffa della sua casa di Roma, provincia dell’impero dove regnano cinghiali ungulati e piddini. Lei, unica attraverso i premier, assisteva imperturbabile all’incessante sfilare di presidenti “ciascuno dei quali ha fatto rimpiangere il precedente” come diceva Montanelli.

Per limitarci ai nostri, aspiranti golpisti o golpisti morbidi ma spietati, stalinisti redenti, cattocomunisti che sono la razza più cinica, comunque sempre partigiani nel senso deteriore, spesso scorretti, a volte francamente impresentabili, abili a sostanziare un presidenzialismo di fatto, a parole esecrato dalla sinistra che li esprime uno via l’altro. 

Una sovrana che era una sovranista imperiale, anche se il nostro venditore di gazzose trova che “ha costruito l’Unione europea” ed “è stata un esempio per decine di generazioni”: Di Maio ha il comico naturale, irresistibile, di chi non sa di averlo.

Mai invasiva, sempre presente e decisiva la Regina antifascista e anticomunista che sorvegliava la plebe lasciandola libera di decidere, anche nel distacco dall’Unione, anche nelle secche sindacaliste e parassitarie degli anni ‘70 ma un attimo prima del tracollo investiva una Thatcher provvidenziale.

La storia si sarebbe ripetuta più volte, all’insegna di una “suasion” morale davvero mentre qui il Colle tradizionalmente amministra la continuità gattopardesca, l’ammucchiata di solidarietà partitica.

I presidenti passano, con le loro bizze, le loro faziosità, i selfie con gli influencer svalutati, roba che Elisabetta sarebbe inorridita al solo pensiero; lei rimane: perfino un punk come Johnny Rotten, “Johnny il Marcio”, alla fine ha ammesso che insultarla come essere disumano era tutta una pantomima, per fare i dannati, per avere successo: e adesso la piange, come l’intera Gran Bretagna.

Da noi, quando muore un presidente, lo piangono, brevemente, solo l’estabilishment e la burocrazia di Palazzo e anche per questo una ragione ci sarà.

Ma per fare la Regina ci vuole la materia prima e la materia prima si forgia nella storia: tutto sommato è un bene che da noi la Monarchia sia stata giubilata, coi reali da sottaceti che ci saremmo ritrovati. I nostri presidenti sono quelli che sono, ma hanno un pregio: dopo sette anni, alla peggio una decina, si tolgono dai coglioni. Anche se il prossimo sarà peggiore.

Ma le Lilibeth non si improvvisano come non si improvvisano i popoli e i regni. In Inghilterra nessuno avrebbe mai commentato che “è morta una vecchia”, neanche il più stonato dei punk. Questione di stile anche nello sbraco, ma è pur vero che l’Inghilterra ha avuto i Rolling Stones, i Beatles, Elton John, i Queen, noi i socialpopulisti alla Guccini, i cuoricini fasulli di Albano e Romina e, oggi, il rappettaro Fedez.

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