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Il boom dei Democratici Svedesi e quel un messaggio all'Europa

Alle elezioni in Svezia di domenica 11 settembre il colpaccio è stato quello dei Democratici Svedesi, la formazione nazional-conservatrice di Jimmie Akesson che ha sfondato la soglia del 20% dei consensi, conquistando il 20,67% dei voti e piazzandosi al secondo posto dietro il solo Partito Socialdemocratico, primo con il 30,5% dei suffragi.

La formazione di sinistra del primo ministro Magdalena Andersson, di recente interprete della svolta atlantica di Stoccolma in sinergia con la Finlandia di Sanna Marinè riuscita a andare oltre le aspettative dei sondaggi e si è confermata in testa ai risultati finali del voto per la trentaduesima elezione consecutiva dal 1917 a oggi. Ma proprio l’exploit del partito di Akesson potrebbe precluderle le porte dell’esecutivo: il partito che dalla destra radicale assume posizioni sempre più moderate anno dopo anno potrebbe ora entrare in coalizione sostenendo l’ascesa a premier di Ulf Kristersson, leader del Partito Moderato attestatosi nonostante il sorpasso dei Democratici Svedesi su un risultato discreto (19% contro il 19,8% di quattro anni fa). I 73 seggi del partito di Akesson e i 68 dei Moderati potrebbero sono la base di partenza per la coalizione in cui, esplicitamente, possono entrare anche i Cristiano-Democratici (5,36% e 19 seggi) e i Liberali (4,58% e 16 seggi), per un totale di 176 deputati sui 349 del Riksdag, l’emiciclo di Stoccolma, capaci di garantire a Kristersson una risicata ma decisiva maggioranza.

Per la prima volta nella storia della Svezia dell’ultimo secolo, il kingmaker non sarà una formazione tradizionale ma un partito fino a pochi anni fa trattato come paria. I socialdemocratici hanno guidato il governo svedese negli ultimi otto anni, ma un’intensa ascesa della criminalità delle bande e i problemi legati all’immigrazione durante la campagna elettorale sono stati utilizzati come armi per colpire un partito i cui punti di forza sono tradizionalmente la previdenza sociale e i diritti dei lavoratori.

Kristersson, nota Politico, “ha riconosciuto che la campagna tra il suo partito e i Socialdemocratici è stata a volte dura, ma ha invitato il paese a riunirsi per affrontare le sfide future, tra cui una domanda in corso di adesione alla Nato e un’incombente presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea, che la Svezia dovrebbe assumere da gennaio 2023″. Ed è sintomatico pensare al fatto che la grande coalizione tra centrodestra e centrosinistra, che salderebbe un governo più tradizionale ma vedrebbe i Moderati in minoranza, non scalda i cuori dei partiti minori come l’ipotesi di un governo guidato dallo stesso Kristersson. Il quale ha alle spalle un’esperienza di ministro della Previdenza Sociale (2010-2014) e mira a diventare il primo premier del suuo partito dai tempi di Fredrik Reinfeldt (2006-2014) coinvolgendo proprio i Democratici Svedesi nel quadro dell’accordo per un governo di coaliizione.

Akesson e i suoi sono stati ritenuti a lungo dei fattori di destabilizzazione della democrazia svedese ma da anni governano in maggioranze di centrodestra in diversi contesti locali diversificati. Il salto nazionale potrebbe essere importante dato che manderebbe nella maggioranza l’unica formazione che esplicitamente mira a cambiare in senso più restrittivo e favorevole ai soli cittadini svedesi di nascita il Santo Graal del welfare costruito da Olof Palme e dagli altri leader socialdemocratici degli anni dei “Trenta Gloriosi” europei (1945-1975).

In secondo luogo, avrebbe la forza di un esplicito messaggio all’Europa sdoganando in una storica democrazia nordica l’ingresso al governo di un partito del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) avente alla sua guida, ed è importante sottolinearlo, la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Assieme allo sdoganamento della destra conservatrice di Vox in Spagna come partner del Partito Popolare nel campo conservatore e alla tenuta dei consensi di Diritto e Giustizia in Polonia l’ascesa di Akesson in Svezia e della Meloni in Italia come leader centrali in coalizioni orientate a destra rafforzerebbe Ecr nel gioco politico europeo. In cui, va sottolineato, Ecr è da tempo protagonista: il ruolo giocato nell’elezione di Roberta Metsola alla presidenza del Parlamento europeo e nel condizionare i pacchetti Ue su ambiente e transizione energetica lo testimoniano. Akesson può suonare la carica di una svolta: all’ondata populista degli anni scorsi, esauritasi col riflusso della pandemia, è subentrata una più strutturata ondata conservatrice impossibile da ignorare. E legittimata da partner politici e avversari come nuova parte in gioco nella dialettica democratica delle maggiori democrazie d’Europa.

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