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Il buon governatore. Storia di Pietro Savorgnan di Brazzà, uomo giusto. E dimenticato – Aldo Maria Valli

di Alessandro Staderini Busà

I latini dicevano veritas filia temporis, ossia la verità è figlia del tempo. E che dunque, scontato il proprio tempo di prigionia, in balìa di catene poste da uomini che le sono nemici, la verità si mostrerà in piena limpidezza. Disse Gesù che la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio. E l’una e l’altra affermazione, sapiente la prima, santa la seconda, si riverberano nella Storia umana attraverso esempi continui. Uno di questi fu Pietro Savorgnan di Brazzà. Il suo nome non figura nella memoria che la Chiesa fa dei beati e dei santi. È ignoto ai più, anche in ambito laicale. Oggi, però, 14 settembre, ricorre la data della sua morte, che fu nel segno della verità. E tanto basta, a mio giudizio, per renderne la storia degna del ricordo.

Nacque nel 1852, da famiglia nobile, a Castel Gandolfo. Dopo i primi anni nella Roma dello Stato pontificio, a quindici anni fu iscritto al collegio dei gesuiti di Saint-Geneviève di Parigi. Restò in Francia, al termine delle scuole superiori, intraprendendo la carriera militare a Brest, da cui uscì come ufficiale di Marina nell’anno della breccia di Porta Pia. Poco propenso a portare sui documenti la stella a cinque punte del neonato Stato-frankenstein sabaudo, lui nato papalino, optò per la cittadinanza francese. Sul finire dell’Ottocento, in Europa era iniziata quella suicida politica di corsa agli armamenti e di espansione territoriale che avrebbe condotto dritti all’ecatombe della Prima Guerra Mondiale. Prima ancora che Germania, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Portogallo, Spagna si spartissero il continente africano in aree d’influenza, Savorgnan di Brazzà partiva alla volta dell’Africa occidentale, ampiamente inesplorata. Era il 1875. Pensava che l’Ogouè, fra Gabon e Congo, fosse un’utile arteria fluviale per penetrare nelle regioni interne, conducendo fino ai Grandi Laghi. Giunto alle sorgenti, constatando l’erroneità della tesi, era costretto a fare ritorno, decimato il suo gruppo dalle malattie infettive e dagli agguati degli indigeni. Scopriva così che, parallelamente alla sua, un’altra missione era in corso in quegli stessi luoghi, quella di Henry Morton Stanley. Al soldo di Leopoldo II del Belgio, il britannico stava segretamente conducendo tremila uomini a sottomettere in armi le tribù locali, scatenandone l’aggressività contro l’uomo bianco. Tentando di liberare quanti più schiavi incontrava sul tragitto, Brazzà scriveva al padre: sono rimasti con me un poco di tempo, ma poi mi hanno abbandonato per tornare a quegli stessi che, a forza, prima li avevano resi schiavi. Una seconda esplorazione del 1880, promossa dalla Société Française de Géographie ma sovvenzionata di tasca propria, lo vide percorrere il fiume Congo, spingendosi poi, a piedi, fin sull’altopiano della tribù Tekè. Qui, fattosi accogliere dal Makoko di Mbé, loro re, lo convinse a mettere il proprio regno sotto la protezione di Napoleone III, prima che giungessero i belgi. Non era il raggiro dell’astuto imperialista sull’ingenuo selvaggio, Brazzà non falsificava la realtà a vantaggio della propria missione. Era realmente interessato al benessere degli africani, per i quali, da europeo, reputava buona la civilizzazione per mano occidentale e, da cristiano, obbligatorio il rispetto. Dopo tre anni in viaggio, con in tasca l’accordo per quel protettorato che sul tempo aveva bruciato la rivalità di Bruxelles, Parigi lo accolse da eroe. La notorietà lo fece accedere ai piani alti del potere, ed entrò nella Massoneria da cui, però, per grazia divina, si sarebbe allontanato poco più tardi. Fu nominato governatore del Congo francese, al confine con quello che nel frattempo era nato come Stato Libero del Congo, amministrato dai cugini belgi. Le terre sotto il tricolore transalpino divennero così la versione sana di quelle dello Stato amministrato dai belgi, “libero” come “democratica” sarebbe stata, un dì, la Ddr figlia dei Soviet. La foresta alimentava la nascente industria del caucciù, antenato della plastica, e i congolesi rappresentavano la manodopera per raccolta e trasporto della redditizia resina dell’albero della gomma. Accordi internazionali bandivano la schiavitù, ma a migliaia di chilometri dalle stanze in cui erano stati firmati equivalevano a carta straccia. Ogni villaggio doveva rispettare la consegna di una quota del caucciù, che se risultava minore di quella richiesta costava la distruzione dei raccolti. Oppure si ricorreva alla mutilazione di mani e piedi, pratica criminale di cui le foto d’epoca portano memoria. Se poi un villaggio reclamava malauguratamente la propria libertà, lo si radeva al suolo con tutti gli abitanti. Gli storici calcolano, in soli vent’anni, un numero di morti pari a dieci milioni. Regalerò ai belgi il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto avrebbe dichiarato il sovrano carnefice, in piena consapevolezza di ciò che si stava perpetrando. Ma là dove può mancare la giustizia umana, raramente tradisce quella storica, che discende dal piano di Dio. E oggi ci viene consegnata una capitale della Repubblica del Congo che ancora porta il nome del suo nobile, in ogni senso, fondatore (Brazzaville), mentre inabissa nell’oblio la Léopoldville di quei tristi giorni, odierna Kinshasa della Repubblica Democratica del Congo. L’idea che, infatti, il governatore italiano naturalizzato francese aveva del colonialismo era umana e caritatevole. Da signore medievale. Un’idea passata di moda, che avrebbe presto cozzato contro la logica del profitto, nuovo dio della modernità. I resoconti sulla sua amministrazione, imperniata sul rispetto delle genti locali, iniziarono a circolare. Le Matin riportava che continuava a fare filantropia, rifuggendo da qualsiasi forma di colonizzazione. Rispetto agli indigeni, vestì i panni del professore che rimpinza i suoi allievi di marmellate, nell’attesa che questi ultimi gli chiedano di insegnarli del greco e del latino. Gli indigeni continuano così a saggiare le nostre marmellate, ma derubano e massacrano i nostri connazionali. Destituito dal giorno alla notte, il buon governatore fu così costretto a lasciare il campo a uomini più à la page di lui. Se ne andò alla volta di Algeri, dove si sposò ed ebbe tre figli, disgustato da ciò che chiamano civiltà. Ma poi il governo francese tornò sui suoi passi e, dopo appena qualche anno, offrì al Nostro di tornare in Africa occidentale. Era scoppiato uno scandalo, con l’opinione pubblica francese venuta a sapere degli assassinii, dei rapimenti, degli stupri, delle torture a opera dei due amministratori coloniali, Fernand Gaud e Georges Toqué. Il governo rischiava di cadere, in patria montava la protesta e la colonia rischiava di implodere. Fra i congolesi era vivo il ricordo del “dolce e paziente” Brazzà, e il suo ritorno servì a tamponare lo scandalo, rabbonendo gli indigeni. Rimise piede nella città col suo nome, e indagò per appurare se quelle violenze fossero isolate o condivise da tutti quanti i funzionari coloniali. Tornò l’esploratore dei primi giorni, si mise in cammino nella foresta, trovò campi di prigionia in cui, come regola, si abusava degli africani. Raccolse testimonianze delle atrocità commesse e dei responsabili, e compilò un dossier da consegnare personalmente a Parigi. La tappa finale della sua ultima missione – intrapresa per salvaguardare i diritti degli indigeni e l’onore della nazione – sembrava la più semplice sulla carta, ma si rivelò la più ostile, essendo in gioco una trama di lucrosi interessi commerciali. Morì a Dakar, quasi certamente avvelenato, nel settembre 1905. La sua documentazione riuscì, attraverso uomini di fiducia, a raggiungere le stanze governative. Troppo scomoda la verità. Sarebbe stata prontamente rigettata dall’Assemblea nazionale. Sua moglie non accettò l’ipocrita proposta con cui i nemici dell’esploratore offrivano una tomba nel Pantheon di Parigi, e gli preferì una sepoltura ad Algeri. Sulla lapide fece scrivere: Sa mémoire est pure de sang humain, La sua memoria è pura di sangue umano. Di quanti “governatori” di oggi si potrà, un giorno, dire lo stesso?

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