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Il costo del latte sta crescendo: ecco il motivo e le conseguenze | Agrodolce

Le notizie degli ultimi mesi hanno scolpito nella nostra mente la parola inflazione a chiare lettere. Mai così alta dalla metà degli anni Ottanta, ha intaccato costi dei mutui e beni di prima necessità tra cui il latte. Infatti, quella dell’autunno potrebbe essere una colazione sempre più amara. Tutta colpa dei prezzi di latte e biscotti, volati rispettivamente a +19% e +9,8%. Tuttavia, l’effetto dei rincari energetici si fa sentire anche su pane (+13,6%), zucchero (+14,9%), burro (+33,5%) e marmellate (+7,9%), senza dimenticare il caffè che fa segnare un +6,7%. Lo yogurt è aumentato del 12,1% e la frutta dell‘8,3%, per non parlare dei cereali da colazione, schizzati a + 5,5%. Brutte notizie anche per gli amanti della colazione salata: uova e salumi sono aumentati rispettivamente del +15,2% e +6,8%. Sono questi i numeri, emersi dall’analisi della Coldiretti, sui dati Istat dell’inflazione ad agosto rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Ma, tornando all’ingrediente principale delle nostre colazioni, il latte: perché il suo prezzo è aumentato così tanto e quali saranno le conseguenze?

Perché il prezzo del latte sta aumentando?

Anche quando guardiamo i prezzi della colazione, dobbiamo ricordare che – per quanto sostenibili – gli allevamenti hanno bisogno di energia: l’elettricità è necessaria per riscaldare le stalle, alimentare i macchinari incaricati alla mungitura e refrigerare i silos per lo stoccaggio del latte prima della vendita. Con l’esplosione delle bollette di luce e gas, sappiamo bene che anche i prezzi dei carburanti sono schizzati alle stelle ed ecco che il gasolio agricolo ha visto il suo prezzo quasi triplicare nel giro di un anno. Un allevatore che ha un suo pascolo e deve foraggiare i suoi animali, dovrebbe tagliare sui costi dei mangimi. Con gli accordi sull’esportazione del grano tra Russia e Ucraina, l’Italia ha ricevuto degli approvvigionamenti ma questi non sono riusciti a bloccare l’impennata dei costi registrata nell’ultimo anno. Il risultato? Tantissime stalle adesso sono a rischio chiusura. Sì, perché in queste aziende l’attività non si può fermare senza arrivare ad abbattere gli animali. Basti pensare che nel 1980 l’Italia contava 80.000 allevamenti di bovini adulti da latte e oggi invece sono circa 26.000. Per sopravvivere, l’unica soluzione è aumentare i prezzi del prodotto venduto ai trasformatori: il latte.

 Le conseguenze

A febbraio 2022 Giorgio Apostoli, responsabile dell’ Ufficio Zootecnico Coldiretti, riferiva che il prezzo medio a cui un allevatore vendeva un litro di latte ad aziende trasformatrici come Granarolo era di 39 centesimi ma per farlo, quel litro, occorrevano 50 centesimi. Così, facendosi interlocutore tra allevatori e industria, Coldiretti aveva spinto i due soggetti e la grande distribuzione verso la sigla di un Protocollo per un’intesa di filiera per la salvaguardia degli allevamenti italiani. In sostanza, trasformatori e Gdo avrebbero pagato un premio, chiamato emergenza stalle, che avrebbe portato il prezzo del latte almeno a 0,41 centesimi Iva esclusa. Poi, come spesso accade in Italia, le parti in causa hanno iniziato ad additarsi per mancata osservanza dei patti ed è così che siamo arrivati a pagare due euro per una bottiglia di latte, proprio come avevano intimato tempo prima Granarolo e la francese Lactalis, superando le ataviche rivalità. “L’inflazione ha toccato in maniera importante, con numeri a doppia cifra, quasi tutte le voci di costo che compongono la filiera del latte: alimentazione animale (aggravata dalla siccità che riduce sia i raccolti degli agricoltori sia la produzione di latte) che ha reso necessario un aumento quasi del 50% del prezzo del latte riconosciuto agli allevatori, packaging (carta e plastica sono in aumento costante da mesi), ulteriori componenti di produzione impiegati nella produzione di latticini”.

“Si tratta di un’ inflazione del 200% nel 2022, rispetto al 2021, e un rischio di oltre il 100% nel 2023, rispetto al 2022″ ha aggiunto Gianpiero Calzolari, presidente Granarolo. A lui ha fatto eco Giovanni Pomella, AD di Lactalis in Italia, che ha detto “L’aumento del costo energetico ha generato un impatto devastante”. Le due aziende hanno riferito di aver assorbito un’inflazione tra il 25 e il 30% e che è da primavera che il prezzo del latte è salito a 1,75/1,80 euro al litro per le famiglie italiane. La stima è che possa crescere ancora, superando la soglia fatidica dei 2 euro, anche se “è impensabile che un alimento primario e fondamentale nella dieta italiana possa subire una penalizzazione così forte da comprimerne la disponibilità di consumo”. Le due aziende hanno dunque chiesto un intervento del Governo per frenare gli effetti di questioni geopolitiche e di evidenti fenomeni speculativi sul prezzo del latte ma tra il dire e il fare, ci sono di mezzo le elezioni. Quindi toccherà aspettare e dimezzare il contenuto del tazzone alla mattina. Almeno per il momento.

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