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Il nuovo corso dell’Ecr: dove vanno i conservatori europei

L’Europa conservatrice in senso istituzionale per ora è solo una suggestione. Un sentire comune esiste, nel popolo come nei leader rappresentativi del conservatorismo, ma la politica (e le elezioni per il Parlamento dell’ Unione europea) hanno raccontato altro. Il confronto tra popolarismo e conservatorismo, riformista o meno, è in corso. La sensazione è sempre stata la stessa: per divenire maggioritari – vale solo per i conservatori – c’è bisogno che queste ed altre forze (quella della cosiddetta destra populista) si coalizzino in modo organico. Non è mai successo.

Esistono punti di collisione ma anche fattori utili per il dialogo. Le ideologie sono in crisi da tempo e di modelli compatibili se ne possono trovare, così come di strategie. É indubbio, però, che l’Ecr, il Partito dei Conservatori e dei Riformisti europei, paghi , in Parlamento Ue e non solo, l’assenza giustificata di Boris Johnson. Se la Gran Bretagna fosse rimasta nella Ue invece di optare per la Brexit, oggi, pure sulla base dei successi ottenuti da BoJo e dai conservatori che guida durante questa fase della pandemia, racconteremmo una storia diversa in termini di pesi e contrappesi.

Il premier britannico è impegnato altrove, dove magari può comunque costituire una fonte d’ispirazione conservatrice, mentre nelle istituzioni sovranazionali europee agiscono un centravanti nuovo e due ali diverse per efficacia elettorale ma simili per caratteristiche. Al netto dei partiti minori, che comunque fanno parte della famiglia dell’Ecr con numeri in certi casi rilevanti, le cronache hanno raccontato soprattutto di Vox, il partito di Santiago Abascal reduce dalla buona performance della competizione regionale spagnola, e Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski, che rispetto a Vox opera sull’altro estremo continentale, guardando più a Visegrad che al conservatorismo di stampo latino. Fare da sintesi è compito di Giorgia Meloni che, oltre alle vette sondaggistiche raggiunte, si sta ritagliando anche un ruolo di spessore internazionale, con l’attenzione puntata dei principali media europei e non solo. La Meloni è un presidente dell’Ecr sulla cresta dell’onda. E questo, per il conservatorismo del Vecchio continente, costituisce un’occasione.

Tenere uniti soggetti diversi che credono in identità patriottiche specifiche non è un compito arduo. Se non altro perché è la stessa parola – “patria” – a fungere da paradigma per tutti. Il rischio, semmai, è quello di non tenere botta rispetto al mondo che cambia. In un contesto socio-economico dove sembra predominare l’avvento delle nuove tecnologie, intelligenza artificiale compresa, il conservatorismo rischia qualche difficoltà. Basti pensare alla minore centralità politica (nel senso alto) di alcuni elementi immutabili della cultura occidentale (si pensi a Joseph Ratzinger ed alla sua profezia sulla fine della Chiesa cattolica per come l’abbiamo conosciuta o alla secolarizzazione o al relativismo e così via).

La messa in discussione, verrebbe da dire il “declino”, dell’ homo religiosus pone poi una serie di problematiche, in specie in relazione alle culture dominanti tra le giovani generazioni, che sembrano meno ostruzionistiche nei confronti delle novità bioetiche, per fare un esempio. Il multiculturalismo, quindi l’accoglienza erga omnes nei propri confini nazionali, è considerato un pericolo pure da chi si recherà alle urne per la prima volta tra qualche anno? La cosiddetta “teoria gender” attecchisce ed attecchirà con più facilità tra le giovani generazioni?

E ancora l’ecologismo, per tutti il tema dei prossimi decenni, su cui tuttavia l’Ecr sta ragionando secondo categorie singolari, è ormai culturalmente associato alla “nuova sinistra”? Oppure l’elettorato riuscirà a distinguere tra ambientalismo di destra ed ambientalismo di progressista? Qual è la posizione del mondo conservatore rispetto al proliferare dell’Intelligenza artificiale e del biotech? Quanto influirà l’inverno demografico sulle istanze conservatrici? Cosa accadrà all’ideologia conservatrice quando, come statisticamente assodato, i musulmani supereranno per numero i cristiani in Europa? Sono tutte questioni aperte. La cultura del tempo – questo è un assunto difficile da smentire – sembra assecondare chi ha desiderio di costruire un’Europa che tutto sarebbe fuorché di stampo conservatore. E della alleanza tra “intellighenzia” e “media” hanno a lungo parlato gli esponenti conservatori stessi.

A ben vedere, le sfide del Partito che raggruppa i Conservatori ed i Riformisti in Europa, possono essere riassunte in due insiemi: uno, quello inerente al sistema partitico-politico, dove c’è bisogno di risultati e di sintesi, magari con l’ingresso di pesi da novanta come il primo ministro ungherese Viktòr Orban; due, quello culturale, dove bisognerà guardarsi da quella che, proprio contro il conservatorismo, potrebbe essere una tempesta perfetta.

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