Il Pentagono invoca un “nuovo ordine regionale” nell’Indopacifico

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Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin ha invitato gli alleati nell’Indopacifico a imporre un nuovo ordine regionale, durante la sua recente visita nella regione. Austin, mentre era a Singapore lo scorso martedì ha delineato la sua visione di “deterrenza integrata”. Questa strategia, ha detto il segretario, implica lavorare con i partner per scoraggiare le attività di coercizione e di aggressione nel campo dei conflitti, includendo anche la cosiddetta zona grigia che cade al di sotto della soglia di una guerra totale. Si sta parlando, quindi, di mettere in piedi una rete tra alleati e partner nell’area dell’Indopacifico che non ha più esclusivamente le caratteristiche di un partenariato militare, ma che comprenda anche strumenti propri della vita “civile”, ovverosia prendere in carica i dettami della cosiddetta Hybrid Warfare, o guerra ibrida, moderna.

Gli Stati Uniti, ha proseguito Austin, dovrebbero usare “ogni strumento militare e non militare nella nostra cassetta degli attrezzi, in sintonia con i nostri alleati e partner. La deterrenza integrata consiste nell’utilizzare le capacità esistenti, costruirne di nuove e impiegarle in modi nuovi e in rete”, aggiungendo che “tutte finalizzate alla sicurezza della regione in collaborazione e in crescita con i nostri amici”.

Il segretario alla Difesa ha specificato che gli Usa mirano a coordinarsi meglio, a creare una rete più stretta e a innovare più velocemente. Parallelamente si impegnano affinché gli alleati e partner abbiano le capacità, e le informazioni di cui hanno bisogno per ottenere quel vantaggio che permetterà di imporre quel nuovo ordine regionale voluto da Washington per contrastare l’attività assertiva della Cina.

Il capo del Pentagono ha citato anche gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti per migliorare l’interoperabilità con gli alleati regionali, indicando una recente esercitazione su larga scala in Giappone che è culminata con il primo lancio di un sistema missilistico ad alta mobilità sul suolo giapponese. Si tratta dell’Himars (High Mobility Artillery Rocket System), utilizzato per la prima volta su suolo nipponico durante l’esercitazione Orient Shield tenutasi a fine giugno.

Austin ha anche menzionato le esercitazioni Pacific Vanguard e Talisman Saber al largo dell’Australia, che hanno coinvolto Stati Uniti, Giappone, Australia e Corea del Sud nell’esecuzione di “operazioni marittime integrate di alto livello”. Ha anche parlato dell’acquisizione da parte di Singapore dell’F-35B di Lockheed Martin, che, secondo lui, “aumenterà le nostre capacità collettive e aprirà nuove opportunità per un addestramento combinato di alto livello”.

Il segretario, durante la sua audizione, ha specificamente menzionato la Cina come un attore assertivo nella regione, affermando che “le rivendicazioni territoriali di Pechino sulla stragrande maggioranza del Mar Cinese Meridionale non hanno alcuna base nel diritto internazionale” e calpestano la sovranità di altri Stati, che infatti stanno stringendo legami sempre più stretti con Washington. Austin ha colto l’occasione anche per riaffermare l’impegno degli Stati Uniti nel rispetto del trattato con il Giappone riguardante la sovranità di Tokyo sulle isole Senkaku, anch’esse rivendicate dalla Cina, e alla sua partnership con le Filippine, che ha anche rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Una dichiarazione che fa da corollario al “conto” presentato dalla Casa Bianca al governo nipponico per il mantenimento delle truppe Usa su suolo giapponese (pari a circa 1,84 miliardi di dollari).

Il segretario ha anche riferito che gli Stati Uniti stanno “lavorando con Taiwan per migliorare le proprie capacità e aumentare la propria disponibilità a scoraggiare minacce e attività coercitive mantenendo i nostri impegni ai sensi del Taiwan Relations Act”.

Ha anche attaccato la riluttanza della Cina a risolvere le controversie in modo pacifico e rispettare lo stato di diritto in tutti i campi, accusando Pechino di aver intrapreso “azioni aggressive contro l’India, attività militari destabilizzanti e altre forme di coercizione contro il popolo di Taiwan” nonché “genocidio e crimini contro l’umanità” riferendosi alla questione dei musulmani uiguri nello Xinjiang.

Austin dimostra di avere ben compreso la necessità di contrastare la Cina anche col soft power nell’area asiatica quando ha riferito che gli Stati Uniti “si stanno affrettando a fornire assistenza in modo urgente in tutto l’Indopacifico”. Un’assistenza che include apparecchiature per i test, forniture di ossigeno, dispositivi di protezione individuale, ventilatori e vaccini.

Ha infatti sottolineato la donazione di vaccini da parte dell’amministrazione Biden ai Paesi della regione, osservando che Indonesia, Laos, Malesia e Vietnam hanno ricevuto 40 milioni di dosi dagli Stati Uniti e che la Casa Bianca si è impegnata a fornire 500 milioni di dosi in più in tutto il mondo nel corso del prossimo anno.

Risulta chiaro che Washington, quando parla di necessità di istituire un “nuovo ordine” con ogni mezzo, militare e non militare, stia chiamando i propri alleati e partner a fare “sistema” nello spettro più ampio possibile della Hybrid Warfare, quindi utilizzando strumenti economici, risorse mediatiche e ogni altro mezzo civile – assistenza sanitaria compresa – per cercare di contrastare l’influenza cinese nell’area dell’Indopacifico.

Da questo punto di vista è particolarmente interessante, per noi europei, la postura della Francia, ma soprattutto del Regno Unito, che ha stabilito di tornare ad avere una presenza navale permanente in Asia, nella fattispecie in Giappone. Tokyo infatti ha fortemente voluto questa decisione, muovendosi anche dal punto di vista diplomatico in seno all’Unione Europea per cercare di smuovere i suoi Paesi membri per ottenere un loro impegno nella difesa dell’area estremo orientale dalle mire espansionistiche cinesi.