Il “segreto” del Mar Cinese Meridionale

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L’ingresso del gruppo d’attacco della Queen Elizabeth accende i riflettori di Londra sul Mar Cinese Meridionale. Dal sito dell’Express, Bill Hayton, ricercatore presso il Chatham House, ha lanciato l’allarme sui veri interessi della Cina nell’area contesa del Pacifico. Per Hayton non c’è una vera tradizione di appartenenza a Pechino né una storia di rivendicazioni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale.

Tutto si baserebbe su esigenze momentanee e ben più pragmatiche. E tra queste, il ricercatore punta soprattutto sulla possibilità che i fondali del Mar Cinese Meridionale siano utilizzati nascondere i sottomarini lanciamissili come linea di difesa per un’eventuale rappresaglia nucleare. Un’ipotesi che l’Express mette in parallelo con la creazione della cosiddetta “Grande muraglia subacquea”, una cintura di sensori e sistemi radar sotto il livello delle onde e che permette il controllo delle acque contese e di quelle che la Cina considera di particolare rilevanza strategica. Ma che deve essere unito anche al cosiddetto “Blue Ocean Information Network”, un sistema di piattaforme per le telecomunicazioni e di sorveglianza che collega l’isola di Hainan e le isole Paracel e che per gli analisti occidentali non ha scopi eminentemente civili.

La questione torna ciclicamente nel dibattito tra gli osservatori occidentali. In particolare di think tank americani e britannici. Il timore di molti analisti non è solo legato alle rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale, ma al fatto che Pechino possa in qualche modo aver coperto in questi anni il vero sviluppo della flotta e le sue reali mire nei confronti del Pacifico. Da un lato c’è la paura che tutte le infrastrutture realizzate dalla Cina in queste acque siano di fatto infrastrutture militari solo apparentemente civili o a scopo scientifico. L’esempio della rete di piattaforme galleggianti costruita per il controllo dell’ambiente marittimo è molto chiaro su questo punto. Dall’altro lato, il timore di avere nascosto o di voler nascondere il vero potenziale della flotta dell’Esercito di liberazione popolare è un problema che da tempo interessa i vertici militari e gli analisti soprattutto americani.

A questo proposito, non va sottovalutato il fatto che l’Express sospetti che la Cina sia interessata a “nascondere” i sottomarini nucleari in suo possesso. L’analista americano H.I. Sutton, ad esempio, ha analizzato il problema di come Pechino potesse celare la presenza di unità sottomarine attraverso la costruzione di reti di tunnel nelle basi più nascoste sulla costa del Paese. Lo scopo degli strateghi cinesi (come del resto anche di quelli nordcoreani o iraniani) è quello di ovviare al problema dell’estrema vulnerabilità di un sottomarino quando si trova in porto. Non solo perché è facilmente individuabile, ma anche perché è più complicato che possa entrare in azione per sventare un raid. Ecco allora che con una serie di immagini satellitari l’analista è riuscito a individuare una serie di gallerie sulla costa cinese che rappresentano basi per nascondere i sottomarini, da Shipuzhen a Jianggezhuang o Yulin.

Difficile comprendere quante di queste basi siano effettivamente utilizzate o ospitino sottomarini o se siano solo il frutto di un piano di rafforzamento in vista di un confronto bellico. È un tema già osservato per le nuove basi missilistiche scoperte nel deserto dello Xinjiang, in cui gli osservatori sospettano che il numero di silos non sia equivalente a quello dei missili in dotazione ma che serva solo a confondere le acque in vista di un possibile attacco. Tuttavia non si può negare che l’interesse occidentale verso la flotta sottomarina cinese e verso i suoi sistemi di sorveglianza sia ormai sempre più netta. L’ingresso della flotta britannica nelle acque del Mar Cinese Meridionale non è quindi solo una dimostrazione di forza per la libertà di navigazione e per le rivendicazioni di altri Stati, ma anche un chiaro avvertimento. Il Regno Unito, e quindi la Nato, vuole vedere più da vicino cosa ha fatto la Cina in questi anni.