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Il Sud-Est asiatico si avvicina agli Usa: così cambia lo scenario geopolitico

Mentre il nord-est asiatico, complice il rischio di un effetto domino nucleare, è sempre più simile a una vera e propria bomba a orologeria, nel sud-est sta andando in scena una silenziosa partita a scacchi tra Cina e Stati Uniti. Silenziosa fino a un certo punto, visto che il Mar Cinese Meridionale è comunque uno scenario caldissimo, tra la questione taiwanese e le mille rivendicazioni territoriali in corso tra Pechino e i governi limitrofi. A ben vedere è questo uno dei possibili punti deboli del Dragone, un Tallone d’Achille attorno al quale Joe Biden sta pensando di tessere la propria strategia. Quale? Portare dalla propria parte quante più nazioni del sud-est asiatico possibile, così da isolare la Cina nel suo cortile di casa.

L’idea, almeno in teoria, sembrerebbe esser valida. Solo che la realtà rischia di essere ben diversa. Il motivo è semplice: dal Vietnam alle Filippine, dalla Cambogia alla Malesia, nonostante le contese storiche in corso con la Cina, tutti questi Paesi intrattengono con Pechino relazioni commerciali imprescindibili ai fini del sostentamento delle rispettive economie. Sacrificare la manna cinese per abbracciare gli Stati Uniti potrebbe quindi essere conveniente per fare la voce grossa in merito alle questioni relative al Mar Cinese Meridionale. D’altro canto, voltare definitivamente le spalle ai cinesi, comprometterebbe quasi ogni forma di cooperazione economica, compresi i numerosi progetti collegabili alla Nuova Via della Seta.

Le mosse di Biden nel sud-est asiatico

L’amministrazione Biden, come ha evidenziato Asia Times, ha già lanciato un segnale preciso: spingere al massimo per convincere i governi del sud-est asiatico ad assumere una posizione più dura nei confronti di Pechino. La leva per convincere una vasta platea di Paesi a schierarsi pro Usa e anti Cina è rappresentata dalle suddette rivendicazioni inerenti al Mar Cinese Meridionale. Per proteggere la propria sovranità e i propri interessi, sempre più Stati, soprattutto i più piccoli, sembrerebbero disposti a cooperare con gli Stati Uniti.

È pur vero che negli ultimi dieci anni soltanto il Vietnam si è esposto concretamente agli influssi occidentali per bilanciare l’espansione cinese. Ma altre nazioni potrebbero seguire le orme vietnamiti. Di chi stiamo parlando? Prendiamo, ad esempio, le Filippine. Manila sarebbe disposta a mantenere in atto il Visit Forces Agreement (VFA), l’accordo con gli Stati Uniti essenziale per garantire i dispiegamenti militari americani nell’arena del sud-est asiatico. A quanto pare mancherebbe soltanto il sigillo finale del presidentissimo Rodrigo Duterte, spesso ambiguo nello schierarsi pro o contro la Cina, ma adesso alle prese con un pericoloso risentimento nazionale anti Pechino. La Malesia, che recentemente si è adirata con Pechino per un incidente diplomatico avvenuto ad alta quota, ha iniziato a criticare le mosse cinesi nel Mar Cinese Meridionale. E questo nonostante vi siano diversi progetti infrastrutturali della Nuova Via della Seta in cantiere.

Il jolly della Cina

Attenzione: al netto di un ipotetico riposizionamento pro Usa nel sud-est asiatico, sarebbe un grave errore immaginare la Cina fuori dai giochi. Pechino, come detto, ha un importante jolly da giocare: le relazioni commerciali. Prendiamo la Cambogia. Negli ultimi anni l’alleanza sino-cambogiana si è rafforzata, garantendo a Phnom Pehn di crescere a un ritmo impensabile senza l’apporto dei renminbi cinesi. Dall’accesso alla rete 5G allo sviluppo di telecomunicazioni efficienti, dalla costruzione di centri commerciali e villaggi, la mano del Dragone ha consentito al governo cambogiano di alleviare la povertà e, in parte, affacciarsi alla modernità.

Sempre in ottica commerciale, è impossibile non citare l’arma rappresentata dal Partenariato regionale economico comprensivo (Rcep), il mega accordo commerciale firmato da 15 Paesi asiatici e del Pacifico, che vale il 30% del pil mondiale. Tra i firmatari spicca ovviamente la Cina. Gli Stati Uniti sono stati invece esclusi dalla contesa. Va da sé che, senza l’ombra di Washington, Pechino avrà carta bianca per rafforzare la propria posizione nel continente asiatico.

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