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Indifferenza e omertà dei partiti su tre grandi questioni

Scorrendo distrattamente i programmi, ove esistenti, dei partiti in lizza non ho trovato, chiedo scusa, cenni su alcune questioni cruciali, o, per dirla meglio, ho trovato generose voragini di indifferenza e di omertà.

Nuove restrizioni sanitarie

Una è la questione sanitaria: dal Pd nessuna sorpresa, vogliono imporre la dose fino a totale esaurimento, dell’organismo della cavia, il traumatico ministro della malattia, Roberto Speranza, ha tirato fuori una arroganza sinistra, ha minacciato e delirato e questo nonostante plurime conferme della inefficacia sostanziale del siero con annesse conseguenze pericolose e anche letali.

Da sinistra, la certezza è di nuove restrizioni, nuove compressioni, nuovi abusi; da destra, il silenzio, a parte vaghe rassicurazioni o, in modo atrocemente statalistico, promesse di “risarcimenti” in caso di eventuali nuovi coprifuoco. Come a dire: l’agenda Draghi, fondata sull’impossibilità di lavorare sorretta da promesse da marinai, continuerà anche con noi.

Il lockdown energetico

L’altra questione, che poi si lega alla prima, ha a che fare col caro energia. È di queste ore la conferma, ancora una volta, di un delirante piano di resilienza che si risolve in un coprifuoco tale e quale a quelli degli ultimi due anni, con l’aggravante del blocco del termostato e della visite a domicilio della polizia.

Ne dà notizia la Repubblica, ovviamente in modo assertivo, e nessuno smentisce. Un programma, attenzione, maturato già a maggio da Mario Draghi in collaborazione col solito Speranza e gli altri ministri coinvolti, una prospettiva terrificante anche perché dimostrazione della totale incapacità di trovare, di pensare soluzioni alternative.

Chiudere tutto, negozi sbarrati dalle 19, nessuno in giro oltre le 23, illuminazione pubblica abolita, riscaldamenti congelati, verifiche, controlli. Fino a quando? Questo nel programma Draghi non è specificato, fino a quando serve, fino a sempre.

Da mesi chi scrive ipotizzava un megalockdown che accorpasse tutte le emergenze o presunte tali da quella sanitaria a quella energetica, dalla sicurezza derivante dal conflitto ucraino all’ambiente. Nessuno, ancora una volta, dice niente e soprattutto smentisce niente da estrema sinistra a estrema destra: è questo quello che dovremo aspettarci?

Zone terremotate dimenticate

La terza faccenda è deprimente e ha a che vedere col terremoto di sei – sei! – anni fa in centro Italia. Dove tutto è rimasto com’era, calcinacci e cerotti su ogni stabile. Ad Amatrice come ad Arquata, a Visso, Ussita, San Ginesio, ovunque.

Si sono succeduti una pletora di “commissari alla ricostruzione”, tutti piddini tranne un leghista, e niente di niente è stato fatto; i soldi non c’erano e più che mai non ci sono, la burocrazia canaglia ha impedito il poco fattibile, il mirabolante piano di resistenza e resilienza europeo è di là da venire e comunque i suoi utilizzi erano già stati opzionati nel più puro assalto alla diligenza dai partiti e sulla ricostruzione c’era poca o punta traccia.

Bene: neanche su questo un solo partito, una coalizione, una lista ha trovato da dire almeno una frase, un accenno, un pensiero. Si buttano via “idee”, cioè risorse, per imbarcare più clandestini, per il gender negli asili, per le nazionalizzazioni più hard (vero, Giorgia Meloni?), ma per i disperati che dopo sei anni – sei – ancora marciscono nei container, c’è il più sprezzante silenzio.

Forse avete visto uno di questi leader, ed è una parola grossa, farsi vivo nelle zone terremotate? Le evitano tutti come portasse sfiga. Poi, magari, a ridosso del voto sciameranno uno via l’altro col casco giallo in testa: a quel punto, se i sopravvissuti li accogliessero a lanci di calcinacci, farebbero solo bene.

Il deserto lasciato dal terremoto è fatto di silenzi che fischiano sulle rovine, di inverni lunghissimi e feroci, di estati desolate. Bisogna starci, bisogna passarci. Amatrice ancora aspetta, senza più illusioni, ma c’è una regione intera, le Marche, praticamente cancellata: Camerino, Tolentino, l’entroterra maceratese, ascolano e fermano, non hanno più altro che il silenzio, i suoi abitanti, rari, vecchi, si spengono di depressione, colpisci la mente e il corpo morirà.

Come il sindaco di San Ginesio, Mario Scagnetti, una forza della natura, bruciato in pochi mesi da un cancro allo stomaco provocato dalla pena e dalla fatica di una distruzione mai sanata. I teatri delle Marche erano scrigni, stelle che trapuntavano un territorio: sono tutti chiusi, traballanti enormi bocche di vecchio. Nessuno crede che verranno mai più ricostruiti.

Il Covid ha perfezionato la distruzione, le sanzioni alla Russia hanno messo in ginocchio il distretto fermano, che al 90 per cento si alimenta di manifattura calzaturiera, 3 mila fabbrichette, 80 mila addetti su una popolazione di 160 mila. 

Nessuno sa come si sopravvive qui. Tra macerie di speranze. Nei prefabbricati senza futuro. Nessuno se ne ricorda in questa bagarre elettorale che sempre più ricorda la furia di quelli scappati dai manicomi.

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