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Ius Scholae, nessuna ingiustizia da sanare. Ecco perché può essere dannoso

Nel 2017 la battaglia, persa, era stata per lo ius soli, adesso è per lo ius scholae. Allora – contro lo ius sanguinis in vigore in Italia che attribuisce la cittadinanza italiana a chi ha almeno uno dei genitori italiano – si rivendicava il diritto a essere cittadini italiani di chi nasce nel nostro Paese, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori.

Cosa prevede il testo in esame

Il testo all’esame della Camera in questi giorni prevede invece che questo diritto venga riconosciuto ai minori stranieri che vivono stabilmente in Italia, a condizione che vi siano nati o che vi siano arrivati prima di aver compiuto 12 anni, e che abbiano frequentato per almeno cinque anni uno o più cicli di studi. Trattandosi di minori, la richiesta possono presentarla i loro genitori, a condizione che siano entrambi residenti in Italia.

Chi è favore e chi contro

La proposta di legge è stata presentata dal deputato 5 Stelle Giuseppe Brescia. Lega e Fratelli d’Italia si sono dichiarati contrari, Forza Italia è divisa. Tutte le forze del centrosinistra favorevoli. Il segretario del Pd Enrico Letta ha dichiarato che lo ius scholae è “un grande obiettivo ed è prioritario approvarlo”. Il suo partito ha presentato un emendamento che consente anche solo a un genitore di chiedere la cittadinanza italiana per i figli.

Sembra che sostenga la legge buona parte del mondo dell’associazionismo. In prima linea figurano Legambiente, Cittadinanzattiva, ActionAid. La Rete per la riforma della cittadinanza, che raggruppa diverse associazioni, tra cui Restiamo umani Brescia, Black Lives Matter Bologna, Festival Divercity, Dei-Futuro Antirazzista e 6000 Sardine, ha organizzato il 28 giugno a Roma un flash mob in piazza Capranica, vicino a Montecitorio.

Cinque giovani stranieri mostravano dei cartelli ciascuno dei quali incominciava con “Italia, promettimi che”. Seguivano le richieste: “877 mila studenti riceveranno la cittadinanza”, “mi considererai uguale ai miei compagni”, “potrò andare a votare per la prima volta”, “potrò indossare la maglia degli azzurri e non dovrò più stare in panchina”, “potrò iscrivermi all’albo nazionale della professione per cui ho studiato”.

Nessun diritto negato

È una battaglia per i diritti, i diritti sono fondamentali, non possono essere rinviati, dicono politici e attivisti. L’idea dunque è che si debba mettere fine a una grande ingiustizia.

Ma se la causa che vede impegnate tante persone piene di sdegno e di buone intenzioni si basa sulla denuncia di discriminazioni, di diritti negati, allora è priva di fondamento perché nessun diritto è negato ai minori stranieri che vivono in Italia. Godono degli stessi diritti, delle stesse libertà e usufruiscono degli stessi servizi dei bambini italiani, senza discriminazioni e limitazioni.

Diritto di voto attivo e passivo

Vogliono poter votare? Gli italiani maturano il diritto al voto con la maggiore età. Secondo quanto stabilisce la legge, i giovani stranieri, raggiunta l’età di 18 anni e se risultano risiedere stabilmente in Italia, hanno facoltà di scegliere se mantenere la cittadinanza dei loro genitori oppure diventare cittadini italiani. Se decidono per la cittadinanza italiana acquisiscono il diritto di votare e inoltre quello di candidarsi e ricoprire cariche pubbliche ed elettive.

Occhio alle controindicazioni

Nessun diritto è negato ai minori stranieri. Per contro, l’acquisizione della cittadinanza italiana in minore età per decisione dei genitori, come vorrebbe lo ius scholae, è un’imposizione che il bambino subisce e che potrebbe generare dei problemi, oltre che dispiacere al ragazzino una volta adulto.

Per questo la legge in discussione prevede che, compiuti i 18 anni, l’interessato possa rinunciare alla cittadinanza italiana, ovviamente purché abbia diritto a un’altra cittadinanza, quella originaria o una diversa, perché, in caso contrario, diventerebbe un apolide.

C’è un altro aspetto da considerare, che già era stato evidenziato quando si discuteva dell’introduzione dello ius soli. Il fatto che dei minori non abbiano la stessa nazionalità dei genitori può avere conseguenze anche serie: sia nel caso che la famiglia continui a vivere in Italia, ad esempio all’insorgere di gravi problemi di sicurezza nazionale, sia, e più ancora, nel caso decida di trasferirsi in un altro stato o di fare ritorno al Paese di origine o si veda costretta a farlo.

Nessun limbo

“Oltre un milione di giovani sono ancora senza cittadinanza”, protestano politici e associazioni. Un quotidiano titola: “Un milione di ragazzi fuori dal limbo” se sarà approvato lo ius scholae. Ma invece quei ragazzi una cittadinanza ce l’hanno, quella dei loro genitori.

E dal momento che questo non comporta privazione di diritti, discriminazioni ed esclusione dai servizi di cui godono i bambini italiani, è davvero difficile concordare sull’urgenza di una legge che riconosca ai minori stranieri un diritto alla cittadinanza italiana acquisibile frequentando dei corsi scolastici, senza che questo sostanzialmente cambi qualcosa nella loro vita.

Un pregiudizio nascosto

A meno che le rivendicazioni di chi sostiene lo ius scholae – e in passato lo ius soli – non rispecchino un pregiudizio, anche inconsapevole: cioè che la nazionalità italiana sia più ambita, desiderabile, prestigiosa, che potersi presentare al mondo come italiani sia meglio che farlo da marocchini, albanesi o nigeriani.

L’importanza dell’identità

C’è ancora una ulteriore considerazione. La nazionalità non si cambia alla leggera, come l’appartenenza a un club o a una associazione. È un fattore identitario importante. Insieme alla famiglia e alla comunità intermedia definisce lo status di una persona.

È fondamentale che a ciascuno sia consentito cambiare cittadinanza, famiglia, comunità d’appartenenza nel corso della vita. Ma se questi fattori identitari, siano essi originari o acquisiti, si indeboliscono o vengono meno, l’individuo non diventa più libero, come qualcuno potrebbe pensare, bensì più isolato, fragile, anomico.

Motivazioni forti

Voler essere cittadino italiano, o di qualsiasi Paese, per essere sicuri di andare in gita scolastica, poter giocare in nazionale, iscriversi a un albo professionale prima dei 18 anni, sono motivazioni deboli, incomplete, limitate all’opportunità di rimuovere un ostacolo, realizzare un obiettivo.

Ci vogliono motivazioni più profonde; e sentimenti, emozioni – amore di patria, orgoglio nazionale – che gli stessi minori italiani spesso faticano a provare.

Oltre alla conoscenza della lingua italiana, è poi necessaria quella delle sue istituzioni e dei principi che le nostre istituzioni hanno il compito di tutelare e convinta adesione ad essi. Sono tutte condizioni che cinque anni di scuola dell’obbligo o di corsi di formazione professionale difficilmente garantiscono.

Una falsa percezione

Inoltre le associazioni e i politici che sostengono il diritto dei minori stranieri alla cittadinanza italiana lo fanno instillando negli stranieri – i ragazzi e le loro famiglie – la convinzione di essere trattati ingiustamente, discriminati, privati di diritti per egoismo, di vivere in fin dei conti in un Paese chiuso, indifferente se non ostile, in una società che non li accetta o lo fa a stento, che anzi farebbe volentieri a meno di loro.

Ma che cittadino italiano sarà un ragazzo che crede di essere in un Paese in cui i diritti si ottengono solo grazie ad alcuni “buoni cittadini” che si battono per loro?

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