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La Chiesa “piaciona” di Bergoglio: presto anche il Papa su Tik Tok?

Un vecchio proverbio d’altri tempi recitava: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”. A leggere le rassegne stampa di questi giorni, sulla notizia della nomina cardinalizia del vescovo di Como, Mons. Oscar Cantoni, quando molti si sarebbero aspettati quella del vescovo metropolita di Milano, Mons. Mario Delpini, non si capisce bene quali siano i santi e quali i fanti.

Le parole di Mons. Delpini

Le pubbliche dichiarazioni dell’arcivescovo di Milano hanno suscitato polemiche, almeno nella parte del suo discorso, volutamente ironico, che riguarda la scelta del Papa, che gli ha, almeno per ora, negato la berretta cardinalizia a favore del “meno importante” vescovo di Como. Le sue dichiarazioni, riportate in un video da una televisione lombarda e subito rimbalzate in rete, sono ormai note a tutti.

“Ci sono state anche delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita per fare il cardinale e abbia scelto, invece, il vescovo di Como. Ora io credo che ci siano delle buone ragioni per questo. Naturalmente interpretare il pensiero del Santo Padre è sempre un po’ difficile perché forse vi ricordate quell’espressione altissima di una sapienza antica che diceva: ‘Ci sono tre cose che neanche il Padre eterno sa: una è quante siano le congregazioni delle suore, l’altra è quanti soldi abbiano non so quale comunità di religiosi e l’altra è cosa pensino i gesuiti’. Però in questa scelta mi pare che si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre”.

Ma non basta. Mons. Delpini ha aggiunto:

”Perché ha scelto il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? Io ho trovato almeno tre ragioni. La prima è che il Papa deve aver pensato che l’arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha pensato di dare un po’ di lavoro anche a te. La seconda ragione: probabilmente il Papa ha pensato: ‘Quei bauscia di Milano non sanno neanche dov’è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nelle cose del governo della Chiesa universale’. Forse c’è anche un terzo motivo per cui ha fatto questa scelta che, se mi ricordo bene, il Papa è tifoso del River, che non ha mai vinto niente, e quindi ha pensato che quelli di Como potrebbero essere anche un po’ in sintonia perché si sa che lo Scudetto è a Milano”.

Qui mi fermo, nella trascrizione del discorso di Mons. Delpini, puntualmente riportata e commentata da tutti i giornali italiani, soprattutto rimarcando (come ndr) che la squadra argentina per la quale tiferebbe Bergoglio sarebbe un’altra (ma chi se ne frega per quale squadra tifa!) e pedissequamente riferendo certamente ai salesiani la battuta sulle sostanze economiche di certi ordini religiosi.

D’altra parte, una stampa ormai basata principalmente sul copia e incolla sembra ormai seguire il corso del sensazionalismo ad ogni costo, tutto macinando nel tritacarne di un’informazione fatta prevalentemente di luoghi comuni, opinioni precotte, titoli “acchiappa-clic” e salti della quaglia vari.

Ammesso che un lettore non si sia stancato prima di dare o negare il consenso a quello sconcio che sono i cookies di profilazione, ultima frontiera della sopravvivenza di tante testate giornalistiche, a scorrere gli articoli su questa notizia, cadono le braccia – ma non mi stupirei se qualche porporato non parlasse di braccia. Ormai usa così.

Porporati dalla battuta facile

Ciò che sembrerebbe più interessante estrapolare (anche) da tale discorso, al di là delle precisazioni calcistiche e dei toni, per alcuni ironici e per altri iconoclasti dell’arcivescovo di Milano, è la conferma di un andazzo generale che lo stesso Pontefice Bergoglio sembra aver largamente contribuito a rafforzare nella Chiesa.

Ormai, persino vescovi e cardinali (compresi gli aspiranti tali e i pluri-trombati) sembrano aver scelto la simpatia, la battuta facile, il riferimento a canzonette ed eroi del calcio come elementi di forza delle loro pastorali.

Così sembra piacere a larga parte dei fedeli. Forse. Ma, mi si permetta il paragone un po’ laico, sembra funzionare come nella scuola: una volta erano gli studenti a doversi adeguare alle regole delle istituzioni scolastiche, ed ora accade esattamente il contrario.

Questa impostazione, un po’ “piaciona” della Chiesa cattolica è un elemento davvero importante, e soltanto i posteri potranno emettere la fatidica ardua sentenza, ammesso che in futuro se ne senta la necessità.

Ammettiamolo: è ormai inarrestabile un processo di revisione e riduzione all’osso di quelle liturgie e simbologie, nei termini adottati e nelle cerimonie religiose, che, del cattolicesimo, erano colonne portanti; ispirate ad un Vangelo in cui il ”fate questo in memoria di me” non sembrava una semplice esortazione generica e arbitrariamente derogabile.

La svolta pauperista

Come già accaduto per un’altra importantissima Arcidiocesi, quella di Genova, a capo della quale il Papa ha voluto un semplice frate, Don Marco Tasca, nominato vescovo subito prima del suo insediamento come successore dell’autorevole e potentissimo cardinale Angelo Bagnasco, i tempi stanno davvero cambiando in San Pietro.

Detto per inciso, il nuovo Metropolita di Genova ama farsi chiamare semplicemente “Padre Tasca” e indossa sempre il saio francescano anche nelle cerimonie ufficiali, talvolta sotto ad improbabili giacche a vento che sembrano strizzare l’occhio al K-way.

Che Bergoglio abbia impresso una svolta, quantomeno, pauperista alla Chiesa, semmai ve ne fosse stato il bisogno, è un dato di fatto e ciascuno potrà giudicarla come preferisce, ma certi contenuti comportano una riflessione.

La priorità è rendersi simpatici

Al resto ci pensa l’informazione diffusa. Ormai si parla, come niente, di diocesi “blindate”, come se fossero collegi elettorali qualunque, oppure di “frecciatine al Papa”, come se si trattasse di uno dei tanti confronti televisivi.

Comunque, si dà largo spazio alle più o meno provvide esternazioni, con tanto di “botta e risposta” sui social, da parte di un clero che sembra preferire le conferenza stampa al meditabondo silenzio della riflessione.

Una loquacità che sembra interrompersi di botto, su certi argomenti spinosi che affliggono la Chiesa, come i troppi casi di pedofilia o la mattanza di cristiani nel mondo. Pare sia preminente rendersi simpatici.

Arriveremo dunque all’esordio del Papa su Tik Tok, sulla scia di Berlusconi e di Renzi? Non lo escluderei. Ormai la parola d’ordine è “comunicare”. Ho iniziato con la banalità di un detto popolare e chiudo con un’altra: “Un bel tacer non fu mai scritto”.

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