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La Danimarca manda i migranti in Ruanda e affitta le prigioni del Kosovo per tutti quelli che delinquono

(Tino Oldani – italiaoggi.it) – Anche in Danimarca, dove si è votato il primo novembre, le elezioni politiche hanno registrato la vittoria di una donna: Mette Fredericksen, 44 anni, leader del partito socialdemocratico, nonché premier uscente. Una vittoria risicata: il «blocco rosso» dei cinque partiti di sinistra coalizzati intorno a lei hanno ottenuto 90 seggi sui 179 del Parlamento danese. Per i sondaggi, era difficile che la Fredericksen riuscisse ad ottenere la conferma a causa delle critiche per la gestione della pandemia. Invece il partito socialdemocratico ha ottenuto, con il 27,5% dei voti, due seggi in più rispetto alle elezioni del 2019, tanto che la premier ha esultato: «Abbiamo ottenuto il risultato migliore di oltre 20 anni». Il tutto grazie a un programma elettorale che di sinistra ha ben poco. Anzi, giudicato con il metro politico della sinistra italiana, è più a destra di quello presentato da Giorgia Meloni nel discorso di insediamento del suo governo. Il motivo?

Il punto chiave del programma Fredericksen si può riassumere nel motto «zero immigrati in Danimarca», compresi i richiedenti asilo. Da tempo, in Danimarca (5,8 milioni di abitanti), gli immigrati non sono ben visti a livello popolare, né bene accolti. L’unica eccezione riguarda quelli provenienti dall’Ucraina, anche se all’inizio della guerra scatenata da Vladimir Putin la loro accoglienza non era per nulla scontata. Non stupisce, quindi, che per realizzare l’obiettivo di «zero migranti», la Fredericksen abbia puntato su provvedimenti drastici, superando a destra perfino il premier ungherese Viktor Orbàn.

Leggere per credere. Primo punto: con un progetto simile a quello inglese di Boris Johnson, i richiedenti asilo saranno trasferiti in Ruanda. Punto secondo: i migranti che delinquono, dopo la condanna, saranno trasferiti in carceri del Kosovo, prese in affitto. Punto terzo: i permessi di soggiorno già concessi saranno ritirati agli immigrati provenienti da paesi in cui la situazione è migliorata per la fine della guerra. Che non si tratti di semplici declamazioni propagandistiche, lo conferma il fatto che il governo Fredericksen si era attivato per realizzarli prima delle elezioni.

A seguito di una legge votata dal Parlamento, che autorizza il governo a trasferite fuori dall’Ue i migranti, compresi i richiedenti asilo, nella primavera scorsa il governo rosso-verde della Fredericksen ha avviato un negoziato con quello del Ruanda per il trasferimento nel paese africano, in cambio di denaro, dei migranti giunti illegalmente in Danimarca. Un accordo simile a quello stipulato mesi fa dal premier britannico, Boris Johnson, conservatore, che si era impegnato a versare al governo del Ruanda 120 milioni di sterline, suscitando un pandemonio di critiche nel mondo intero, soprattutto da parte dei partiti di sinistra europei. Di fronte a quanto è stato deciso in Danimarca dal governo rosso-verde, invece, i partiti di sinistra europei, compresi quelli italiani, finora non hanno levato un solo fiato.

Essendo le trattative in corso, non è dato a sapere quanto il governo danese sborserà per l’accordo con il Ruanda. È nota invece la somma che verserà al Kosovo per l’affitto delle carceri, dove saranno spediti i migranti che hanno commesso dei reati e devono scontare una pena: 15 milioni di canone annuo per 300 celle nella prigione di Gjilan, città non lontana da Pristina. La Fredericksen sostiene di avere dovuto affittare queste celle a causa del sovraffollamento carcerario in patria. Una scusa bell’e buona: i carcerati in Danimarca sono 4mila in tutto, e poiché il tasso di affollamento carcerario è del 100%, molti scontano la pena in «prigioni aperte», dove la vigilanza è minima ed è possibile uscire con dei permessi. Una tolleranza malvista a livello popolare per i migranti che delinquono. Da qui non alla costruzione di nuove prigioni, ma invio in Kosovo dei migranti colpiti da condanna, che avrà inizio dal primo gennaio 2023. Al termine della pena, l’accordo prevede che sarà il Kosovo a provvedere alla loro espulsione dall’Unione europea.

Quanto ai permessi di soggiorno, la Fredericksen punta a ridurli a zero per tutti i migranti, compresi quelli che chiedono asilo politico. In questo, il partito socialdemocratico ha fatto proprie le norme molto severe del regime di immigrazione forgiate in passato dal Partito popolare danese, le più dure in Europa. L’anno scorso ha fatto scalpore il fatto che il governo Fredericksen ha tolto il permesso di soggiorno a 94 profughi dalla Siria e riaperto le procedure per altre centinaia di immigrati, affermando che «se le condizioni nel paese di provenienza migliorano, possono ricominciare a vivere lì».

Non solo. Il governo danese era ed è tra i più convinti sostenitori della necessità di costruire dei centri di accoglienza per immigrati nel nord Africa e in Medio Oriente, al fine di selezionare i richiedenti asilo dai migranti economici. Tesi condivisa dal ministro dell’Immigrazione del precedente governo danese, Mattias Tesfaye, il cui padre era giunto in Danimarca dall’Etiopia come profugo politico. Trattative per istituire questi centri, chiamati «hub offshore» sono in corso con Etiopia, Egitto e Tunisia, uno schema che ha attirato l’attenzione di altri governi europei.

Un’idea simile è stata annunciata anche dalla Meloni nel discorso di insediamento, a suo dire «per evitare che la selezione dei migranti la facciano gli scafisti». La sinistra italiana è insorta subito, in difesa delle porte aperte a tutti. Eppure, nel parlamento europeo, il Pd di Letta fa parte dello stesso schieramento della Fredericksen, che stravede per gli «hub offshore». Solo ignoranza dei fatti, o ipocrisia politica? Fate voi.

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