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La Francia mette le carte in chiaro sull’Ucraina nell’Ue: “Ci vorranno almeno 15 anni”

Il ministro per gli Affari Europei francesi, Clement Beaune, è stato categorico: “Kiev in Europa? Se ne parla fra 15 o 20 anni”. Quanto dichiarato potrebbe sembrare un clamoroso affronto all’Ucraina, dopo settimane in cui molti vertici politici del Vecchio Continente hanno parlato di tempi celeri per l’esame della domanda di adesione di Kiev. In realtà Beaune ha semplicemente ribadito un concetto molto chiaro dall’inizio, ma a volte passato in sordina: un conto è dare da subito all’Ucraina lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Ue, altro invece è ufficializzarne l’ingresso. Ci sono infatti molti criteri da rispettare, molti punti da chiarire. Non solo per Kiev, ma anche per tutti i Paesi che attendono di far parte del territorio comunitario.

Perché è difficile che l’Ucraina entri subito

Lo stesso Clement Beaune, nel ribadire il suo concetto durante un’intervista rilasciata a una radio francese, ha parlato di onestà intellettuale: “Dobbiamo essere onesti – ha detto – Se dici che l’Ucraina entrerà a far parte dell’Ue tra sei mesi, o un anno o due, stai mentendo”. E in effetti evocare una corsia preferenziale per Kiev vuol dire alimentare speranze poi non realizzabili. Dare forse un supporto politico al governo del Paese attualmente in guerra, ma al tempo stesso non dire la verità sul reale stato dei fatti.

L’ingresso in pochi mesi dell’Ucraina determinerebbe, in primo luogo, un rischio di destabilizzazione dell’area orientale dell’Europa e, in particolare, di quella balcanica. Perché i governi che aspettano il via libera da Bruxelles sono quelli dell’ex Jugoslavia a cui si aggiunge anche l’Albania. Si tratta di Paesi che peraltro non attendono da pochi mesi, ma da molti anni una precisa risposta da parte dell’Ue. La Macedonia del Nord è candidata all’ingresso addirittura dal 2004, il Montenegro dal 2010, la Serbia dal 2012 e infine l’Albania dal 2014. Ci sarebbe da aggiungere a questo elenco anche la Turchia, con Ankara che ha ottenuto lo status di Paese candidato nel 1999. Ma allora non era ancora iniziata l’epoca di Erdogan e l’attuale presidente, dopo aver inseguito il sogno europeo nei primi anni 2000, oggi forse è il primo a non ricordare della domanda depositata dai suoi predecessori alla fine del secolo scorso.

L’Ucraina ha formalmente richiesto l’adesione all’Ue il 27 febbraio 2022, tre giorni dopo l’inizio delle operazioni belliche della Russia. Se entro l’anno Kiev dovesse riuscire a far parte del territorio comunitario, i Paesi prima menzionati, nella migliore delle ipotesi, si sentirebbero traditi. Nella peggiore, al loro interno si scatenerebbero proteste e molti gruppi politici inizierebbero a vedere nell’Europa un’entità da cui prendere necessariamente le distanze. A ricordarlo il 25 aprile scorso è stato il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, secondo cui “ci sono governi la cui strada per l’adesione si sta rivelando lunga”, alludendo proprio ai Balcani e sottolineando la possibile destabilizzazione dell’area in caso di corsia preferenziale riservata a Kiev.

Ci sono poi fattori interni all’Ucraina che impediranno un rapido ingresso nell’Ue. Se i Paesi balcanici ancora non hanno avuto il via libera, non è soltanto per lungaggini burocratiche o per la solita lentezza farraginosa di ogni atto europeo. In realtà ogni governo deve soddisfare determinati standard. Dallo stato di diritto alla giustizia, dalla democrazia alla libertà di stampa, passando poi per riforme in ambito economico e politico. Bruxelles deve valutare, punto dopo punto, fatti e atti dei Paesi candidati. L’Ucraina è ben lontana dal soddisfare i requisiti richiesti dall’Ue. E non soltanto perché è un Paese di fatto in guerra. Anche prima del conflitto, il sistema politico e istituzionale ucraino si è mostrato piuttosto fragile e lontano dalla stabilità delle altre nazioni comunitarie. Ribaltamenti politici traumatici e un’endemica corruzione hanno spesso relegato l’Ucraina indietro anche rispetto agli altri Paesi candidati. E se nemmeno la Macedonia del Nord, nonostante la risoluzione delle dispute sul nome con la Grecia, ad oggi è in grado di entrare, i tempi per Kiev appaiono necessariamente molto lunghi.

Cosa accadrà a giugno

Eppure pochi giorni fa, nel corso di una conversazione telefonica, proprio il presidente francese Emmanuel Macron aveva tranquillizzato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sul fatto che entro giugno il consiglio europeo esaminerà la domanda di adesione dell’Ucraina. E che, soprattutto, Kiev otterrà lo status di Paese candidato entro l’inizio dell’estate. Ma, per l’appunto, si tratta di velocizzare il processo in grado di porre l’Ucraina come settimo Paese candidato all’ingresso. Questa è l’unica vera concessione politica che è possibile fare al governo di Zelensky. Per il resto, Kiev deve sottostare sia ai tempi burocratici che a quelli volti a dimostrare il soddisfacimento dei requisiti minimi per l’ingresso vero e proprio. Un ingresso che, come detto dal ministro francese, non potrà avvenire prima di 15 o 20 anni. A giudicare dai tempi che stanno impiegando altri Paesi, la previsione è forse fin troppo ottimistica.

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