“La guerra in Afghanistan è sempre stata persa”

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Claudio Bertolotti è un analista strategico e capo dei ricercatori del Cemiss (Centro Militare Studi Strategici), direttore di Start Insight e ricercatore associato presso l’Ispi, l’Istituto di Studi di Politica Internazionale. Soprattutto il dottor Bortolotti è stato capo sezione contro-intelligence della Nato in Afghanistan, quindi nel suo bagaglio di conoscenze annovera un’esperienza sul campo altamente specializzata. Per InsideOver abbiamo avuto il piacere di potergli fare qualche domanda sulla situazione in quel Paese martoriato da decenni di guerre, che ora, con il ritiro delle forze occidentali, sta vedendo il ritorno prepotente della marea talebana.

La guerra in Afghanistan è stata una guerra persa in partenza?

I fatti di violenza a cui assistiamo ormai inermi dall’inizio di maggio confermano ciò che alcuni attenti analisti, pochi a dire il vero, dicono da oltre dieci anni. Che la guerra in Afghanistan fosse persa, personalmente, lo sostenevo già nel 2009 nelle analisi per il Cemiss, di fatto l’Afghanistan è un paese politicamente incapace di trovare un equilibrio: le dinamiche sono etniche e tribali, e così l’accesso alle forme di potere. E questa debolezza politica, che di riflesso evidenzia le forti divisioni interne e ai rapporti di competizione tra i gruppi di potere, è forse l’elemento che più di tutto il resto sta contribuendo da un lato all’avanzata dei talebani nel sud e nell’est del paese – anche a causa del progressivo collasso delle forze di sicurezza afghane – e, dall’altro lato, alla rarefazione dello stato nelle province del nord e dell’ovest dove stanno riemergendo le milizie tribali fedeli ai vecchi mujaheddin, o warlord, come Ismail Khan, Ahmad Zia Massoud e Atta Mohammed Noor.

La data (simbolica) della fine della presenza della Nato e degli Stati Uniti in Afghanistan si avvicina. Recentemente ha usato una similitudine molto potente per descriverla: quella degli elicotteri che prelevano il personale Usa e sudvietnamita dal tetto dell’ambasciata americana a Saigon nel 1975. L’Afghanistan è stato quindi un nuovo Vietnam nel senso più ampio del termine? Perché?

Possiamo dire che, se sul piano del conflitto la repentina ritirata statunitense e della Nato ci riporta alla memoria la fuga da Saigon nel 1975, oggi, nel 2021, in Afghanistan assisteremo a uno scenario ben peggiore: non un’invasione di tutto il paese da parte dei talebani, bensì all’emergere di un nuovo fronte che vedrà contrapposti, anche geograficamente, i talebani e il fronte del nord, costituito dalle milizie tribali e dalle residue unità militari che, almeno nel breve periodo, continueranno a chiamarsi forze di sicurezza e difesa nazionali, se non altro per poter accedere ai fondi e al sostegno militare che gli Stati Uniti garantiranno loro in un’ottica di influenza sui gruppi armati.

I talebani hanno vinto. Anche solo per il fatto di essere stati riconosciuti come degli interlocutori da parte della comunità internazionale che è intervenuta in quel Paese. Cosa succederà quando anche l’ultimo soldato occidentale avrà lasciato l’Afghanistan?

In un’intervista all’Associated Press, Suhail Shaheen (membro del team negoziale a Doha), ha ribadito un concetto più volte espresso da parte talebana e cioè che i talebani deporranno le armi quando un governo di transizione accettato da tutte le parti sostituirà quello attuale e comunque dopo le dimissioni dell’attuale presidente afghano Ashraf Ghani. Shaheen ha inoltre definito i colloqui negoziali tra le parti un buon punto di partenza, ma ha anche risposto alle continue richieste di cessate il fuoco da parte il governo di Kabul; richieste che i talebani non intendono prendere in considerazione finché Ghani sarà al potere come presidente della repubblica. Questo è un passaggio molto importante dell’intervista poiché mette in evidenza, ancora una volta di più, che l’Afghanistan così come lo abbiamo conosciuto e abbiamo sperato potesse consolidarsi, per i talebani è qualcosa che non esisterà più. E a questa dichiarata volontà si aggiunge la mortificazione imposta pubblicamente a Ghani e al governo da lui guidato, con una richiesta di dimissioni senza condizioni. Shaheen ha poi aggiunto una serie di rassicurazioni, rivolte ovviamente all’opinione pubblica straniera, a riguardo delle donne che, una volta instaurato il nuovo governo approvato dai talebani, saranno libere di poter lavorare, studiare e partecipare alla politica, ma dovranno indossare l’hijab o il velo.

I Talebani si comporteranno come i peggiori vincitori di tutte le guerre asimmetriche?

I fatti dicono esattamente che tutto ciò che i talebani dicono a parole di voler concedere, nel concreto lo vietano attraverso la repressione e la violenza, uccidono uomini e donne che non si adeguano alla loro legge, impongono con la violenza norme restrittive annullando, di fatto, tutti gli sforzi per la difesa dei diritti umani fatti sino a ora. E ancora, Shaheen asserisce che i talebani non stanno pensando a un’operazione militare finalizzata a conquistare Kabul e le altre capitali provinciali. Ma la recente notizia dell’assedio a Kandahar smentisce anche quest’ultima affermazione così come lo smentisce la minaccia fatta dal portavoce talebano, quando asserisce che con le armi e gli equipaggiamenti presi alle forze di sicurezza afghane potrebbero conquistare le città del paese. È solamente l’ulteriore conferma del fatto che i talebani, così come tutti i combattenti afghani nel corso dei secoli, non rispetteranno alcun accordo con le forze di militari straniere. E la partenza dell’ultimo soldato statunitense da Kabul sarà il segnale per la spallata finale a quel poco che resta di stato afghano, almeno così come lo abbiano immaginato in questi venti anni.

Alcune categorie che hanno collaborato con le forze Nato e Usa sono in procinto di essere evacuate per metterle al sicuro da eventuali rappresaglie. Ma cosa succederà alle centinaia, forse migliaia di appartenenti alle Sof afghane meglio addestrate, pagate e armate dall’Occidente?

Anche in questo caso, la disponibilità di alcuni governi ad ospitare le centinaia di operatori (interpreti, addetti alla sicurezza, semplici lavoratori) che hanno lavorato a fianco delle unità militari straniere va a sostenere una minima parte di quella popolazione che ha goduto della presenza straniera nel paese. L’avanzata talebana e quello che ne è sino ad oggi conseguito non lasciano ben sperare poiché, al di la delle dichiarazioni pubbliche da parte dei portavoce talebani, centinaia di afghani vengono quotidianamente uccisi, e tra questi molti appartenenti alle forze di sicurezza afghane, esercito, polizia e forze di polizia locale (Arbakai). Numerosi video diffusi via web provano le uccisioni sistematiche di civili e militari che cadono sotto il controllo o si arrendono ai talebani. I primi ad essere eliminati sono proprio gli appartenenti alle forze per operazioni speciali (Sof), primo perché la presenza di soggetti ben addestrati rappresenta una minaccia per i talebani, secondo perché essendo forze volontarie e di élite sono considerate difficili da gestire per gli stessi talebani. Da qui la decisione di eliminarli, in combattimento, o dopo l’eventuale resa. Posso immaginare che la maggior parte di loro continuerà a combattere per lo Stato afghano fino a quando questo sarà in grado di mantenere una pur minimale forza armata, dopodiché la fase successiva vedrà l’adesione, singola o di gruppo, degli appartenenti alle Sof alle varie milizie tribali, forti e ben organizzate a livello territoriale.

Quali erano gli scopi di Enduring Freedom e dell’Isaf, e quali sono state le loro criticità più importanti?

Gli Stati Uniti, attraverso l’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan, avviata il 7 ottobre 2001 avevano un chiaro obiettivo: abbattere il regime talebano che sosteneva gruppi terroristi, distruggere le basi utilizzate per addestrare i terroristi, eliminare i vertici e l’organizzazione di al-Qaeda e, più in generale, evitare che l’Afghanistan divenisse una “safe area” per il terrorismo internazionale. Un’operazione che sarebbe dovuta durare alcune settimane, al massimo qualche mese, per poi concludersi lasciando la riorganizzazione del paese agli afghani. Poi però le cose sono cambiate, complice anche l’opinione pubblica e la comunità internazionale che hanno fatto pressioni per un intervento strutturato di state building che, però, non è mai davvero avvenuto. A seguito di quel cambio di strategia, il primo di un’innumerevole serie di revisioni e nuovi obiettivi, è intervenuta la comunità internazionale che, attraverso il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, ha autorizzato l’avvio di una missione militare a supporto del governo afghano. Alla fine del 2001 prese il via la missione Isaf (International Security Assistance Force to Afghanistan), da subito caratterizzata da disorganizzazione, turnazioni di contingenti non coordinate, duplicità di comando, assenza di coordinamento operativo con la missione statunitense di combattimento Enduring Freedom. Basti pensare che prima di schierare le truppe in tutte le province del paese passarono 6 anni, e fu necessario un cambio nel mandato della stessa missione: solamente nel 2006 tutti i contingenti inquadrati nella missione Isaf poterono iniziare la loro attività operativa a favore delle nascenti forze di sicurezza afghane. Nel frattempo, in quei 6 anni i talebani che erano scappati in Pakistan all’indomani dell’invasione statunitense del 2001, erano già tornati nelle loro roccaforti del sud e dell’est del paese. In quel momento, vedendo arrivare le forze militari straniere, iniziò l’offensiva insurrezionale che, di fatto, sta portando oggi i talebani a cingere d’assedio la stessa capitale Kabul.

A giudicare da come sono stati organizzati i comandi (soprattutto nella prima fase), dalla stessa organizzazione delle operazioni congiunte (penso alle regole di ingaggio), sembra quasi che quella guerra non si sia voluta vincerla. Eppure l’esperienza fatta dall’Unione Sovietica durante la quasi decennale invasione negli anni ’80 avrebbe dovuto fare manuale. Cosa è mancato per, non dico vincere, ma per emarginare i Talebani e dare stabilità al Paese secondo lei?

Un altro grande errore è stato il non aver davvero avviato un processo di costruzione dello Stato afghano, limitandosi più semplicemente alla fornitura di un crescente supporto finanziario a una compagine statale caratterizzata da corruzione endemica e strutturale. Nel processo di costruzione statale, l’altro grande errore commesso – come evidenziato nel mio libro Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga – è stato quello di aver fallito nel processo di costruzione delle Forze di Sicurezza e Difesa afghane, esercito e polizia, semplicemente rinunciando al raggiungimento di una capacità militare che avrebbe consentito alle forze afghane di poter operare contro i talebani in maniera autonoma. Ma l’esercito e la polizia afghane non hanno mai raggiunto quella necessaria autonomia operativa, e questo era noto a tutti gli analisti attenti che si occupano di questioni afghane. Semplicemente si è lasciato correre, nella consapevolezza di ciò che poi sarebbe successo, e che oggi osserviamo attraverso gli occhi e i racconti di chi è rimasto in prima linea: gli afghani. Infine, l’aspetto principale che non rappresenta un fallimento in quanto su di esso non si è mai davvero investito, né in termini di risorse, né in termini di visione futura: lo sviluppo economico. L’Afghanistan non ha un’economia che consenta allo Stato di sopravvivere e la prima economia nazionale – che di fatto consente alla maggior parte delle comunità rurali di poter sopravvivere – è illegale, poiché basata sulla produzione, lavorazione ed esportazione di oppiacei. Un’economia che rappresenta per i talebani almeno la metà delle entrate finanziarie totali. E Isaf, la Nato, la Coalizione e la Comunità internazionale hanno ufficialmente rinunciato alla lotta al narco-traffico nel 2006.

Una cosa mi ha particolarmente colpito. Quando è arrivato il momento di votare per sostituire Amid Karzai, il “sistema democratico” ha clamorosamente fallito per via di brogli e per altre dinamiche. Se nemmeno con la presenza militare occidentale in loco siamo stati capaci di garantire i valori della democrazia (tra cui la legalità), come si poteva pretendere di ottenere la fiducia di una popolazione divisa in tribù che da secoli lottano per il predominio e trovano l’unità solo per combattere gli invasori stranieri?

L’esperimento è fallito, lo dicono i fatti, lasciando stare le intenzioni e i metodi eterogenei e spesso incoerenti che sono stati applicati. In Afghanistan non c’è stata “democrazia” in questi anni, bensì una serie di tentativi di esercizi democratici scanditi dagli appuntamenti elettorali. Ma l’esperimento democratico in Afghanistan è fallito per due motivi sostanziali. Il primo è l’incontenibile tasso di corruzione che, sommato agli endemici episodi di brogli, ha reso il modello democratico di fatto non efficace. Il secondo è che la democrazia, così come la conosciamo noi, é difficilmente assimilabile e applicabile all’interno di un sistema tribale in cui vigono forme di rappresentanza considerate ben più valide e rappresentative. Pensiamo alle “jirga” o alle “shurà”, assemblee rappresentative di tutte le famiglie, i clan, le tribù ad ogni livello: non sono meno efficaci del modello democratico e, guardando ovviamente dalla prospettiva delle diverse popolazioni afghane, molto più trasparenti e condivise, al contrario del modello di democrazia imposto dall’esterno, mai ben compreso né assimilato.

Lei è stato per molto tempo un “uomo sul campo” occupandosi di counter-intelligence. Parliamo quindi di raccolta informazioni e di conquista “dei cuori e delle menti”. Quali sono state le metodologie più efficaci per quest’ultima parte e invece quali difficoltà ha riscontrato nella prima?

Ho avuto il piacere di discutere recentemente della questione con quello che è da tutti riconosciuto come il “padre” della moderna strategia contro-insurrezionale, il generale David H. Petreaus, che ho intervistato per la “Rivista Militare dell’Esercito” e per il think tank Start InSight che dirigo. Lo sconforto per quanto sta accadendo emerge dalle considerazioni fatte da chi ha comandato le missioni militari in Afghanistan – Isaf ed Enduring Freedom – e che ha creduto nella bontà dello sforzo fatto. Purtroppo le cose sono andate diversamente. Come ho avuto modo di scrivere più di dieci anni fa in un’analisi pubblicata dal Ministero della Difesa dal titolo “Afghanistan: la forza dell’insurrezione, i limiti della counterinsurgency”, dobbiamo mettere a confronto due modelli. Da un lato il modello contro-insurrezionale avviato dagli Stati Uniti a partire dal 2008/2009 all’interno del quale l’importante strategia della conquista dei cuori e delle menti (Wham – Whin Hearts And Minds) che di fatto ha fallito nel suo intento; dall’altro lato la presenza di un modello insurrezionale che, invece, è stato in grado di condurre una lotta di liberazione su quattro livelli – politico, militare, sociale ed economico – e che, di fatto, i cuori e le menti delle popolazioni rurali li ha conquistati sul serio, alternando la capacità politica ella repressione violenta. I talebani sono afghani mentre gli occidentali, per quanto “generosi” e armati di buona volontà sono sempre stranieri, destinati a lasciare il paese. Ed è quello che è avvenuto: a fronte di una parte delle popolazioni afghane che hanno guardato con favore al ruolo straniero, la maggior parte del paese – quello delle popolazioni rurali e periferiche – ha preferito mantenere un rapporto di convivenza e supporto a favore dei talebani. Noi ci siamo illusi che la “democrazia” – qualunque cosa voglia significare – potesse essere sufficiente per fare breccia nei cuori afghani; così non è stato.

L’Afghanistan è un paese ricco di risorse minerarie molto importanti: litio, un metallo che si usa per le batterie, e alcune Terre Rare. Secondo l’Usgs, il prestigioso servizio geologico americano, nel suo sottosuolo ci sarebbero Terre Rare per un valore di circa 1000 miliardi di dollari. In un rilievo effettuato nel 2006, che ha anche individuato depositi stimati in 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 milioni di tonnellate di ferro, nel Paese ci sarebbero circa 1,4 milioni di tonnellate di Terre Rare come lantanio, neodimio e cerio. Per fare un esempio, nella sola provincia di Helmand, ben nota alla cronaca di guerra, nei depositi carbonatici di Khanneshin, si stima vi siano riserve per 89 miliardi di dollari. Il ritiro dell’Occidente aprirà definitivamente le porte di questo tesoro alla Cina?

L’Occidente in questo è partito svantaggiato fin da subito poiché si è concentrato sullo sforzo militare lasciando lo spazio agli investimenti estrattivi alla Cina che, in pochi anni si è aggiudicata la maggior parte delle licenze estrattive da parte del governo afghano: dalle immense miniere di rame di Aynak (provincia di Logar) ai primi pozzi petroliferi nel nord-ovest del paese. La Cina ci ha creduto e ci crede ancora, tanto da portarla ad interfacciarsi ufficialmente con i talebani a partire dal 2015, quando una delegazione del movimento talebano fu formalmente ospitata in Cina per discutere di sicurezza e interessi comuni. Pechino è preoccupata e per questo motivo insiste molto nell’attività diplomatica con i talebani: teme che l’ondata jihadista possa dare un’accelerazione in senso anti-statale alla già preoccupante (per il Politburo) situazione uigura nello Xinjiang; teme, inoltre, che gli investimenti fatti per accedere alle risorse minerarie afghane possano andare in fumo; e, infine, teme che l’insicurezza afghana possa condizionare la sicurezza degli investimenti cinesi in Pakistan dove Pechino ha di fatto avviato la costruzione di infrastrutture associate alla Nuova Via della Seta (o One Belt One Road) con sbocco marittimo a sud.

Ritiene che sia possibile, per un Paese come l’Italia che ha molto contribuito alla missione militare, riuscire ad avere un qualche tipo di ritorno economico proponendosi per avviare lo sfruttamento minerario di quei giacimenti ancora da coltivare?

L’Italia non avrà nessun ritorno di tipo economico. L’unico esperimento favorevole in tal senso fu avviato dall’allora ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Romani, che tentò di avviare un accordo commerciale nel settore del materiale edile di pregio: il marmo. Era il 2011. Da allora non è stato fatto più nulla, nel generale disinteresse nazionale pur a fronte di grandi sforzi e sacrifici. Né possiamo guardare a Eni che, per comprensibili ragioni di distanza e investimenti a fronte di un’incertezza in termini di sicurezza, non è interessata ad attività estrattive nel Paese.