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La guerra la fanno gli eserciti

(Domenico Quirico – La Stampa) – La guerra è una attività paradossale. Da un lato è la più assoluta forma di coercizione ed esige quindi disciplina, gerarchia, obbedienza. Dall’altro chiede ad ogni individuo fedeltà, devozione entusiasmo, tutti elementi altrettanto necessari per arrivare alla vittoria. La guerra in Ucraina, scatenata dalla aggressione russa, è stata presentata, con una enfasi forse eccessiva e talora strumentale, come lo scontro emblematico, quasi apocalittico tra le autocrazie e le democrazie. È naturale.

Poiché sono pochissime le cause che costituiscono uno scopo legittimo della guerra e per cui gli uomini sono disposti a morire ognuno crea le sue: gli ucraini rivendicano di esser la trincea avanzata e impavida contro l’avanzare delle tirannidi, Putin incita i russi a sgominare una eterna, subdola congiura occidentale che punta a strangolarli, privandoli del loro “posto al sole”.

Tra i paradossi della guerra allora constatiamo che proprio sul piano militare questa contrapposizione democrazia-tirannide trova un concreto riscontro: l’esercito russo è organizzato secondo una idea autocratica della società e quello ucraino invece sulla base di un principio più democratico. E questa differenza spiegherebbe molte sorprese di questo conflitto, ad esempio i successi nella prima fase dell’aggressione delle truppe di Kiev nel fermare e respingere il nemico.

Le guerre hanno molto a che fare con la politica delle identità, forse oggi ancor più di un tempo quando prevalevano obbiettivi ideologici o geopolitici. La guerra sta assicurando, dolorosamente, alla Ucraina una identità fino a ieri molto liquida e incerta.

L’esser democrazia e occidente contrapposto alla tirannide asiatica ne è la parte essenziale. L’identità che Putin cerca da 20 anni di cucire attorno al corpo russo è un misto di millenarismo e soddisfazione della potenza. Gli eserciti, perfino nel modo di combattere, ne sono il riflesso. Le identità del passato erano legate a un’idea di interesse nazionale o al sogno di un futuro. Oggi spesso non sono che rivendicazioni di potere in base a semplici etichette. Fomentare odio e paura, sbarazzarsi di chi ha una identità diversa.

Per questo non bisogna fare dell’antagonismo militare democrazia-tirannide una spiegazione assoluta e permanente. Non è detto che gli eserciti democratici, solo per questo, siano destinati a vincere.

Sparta alla fine dell’interminabile conflitto del Peloponneso, primo terribile modello di guerra infinita, annientò la democrazia ateniese e le sue imprendibili lunghe mura.

L’esercito, rifatto e rivisto dalle arroganze putiniane, assomiglia a quello zarista e poi sovietico-staliniano. Come potrebbe essere diversamente vista la natura assolutistica della società da cui è tratto?

Non bastano le armi nuove di zecca a cambiare le anime. È dunque basato sulla rigorosa centralità del comando, lo specchio di una oligarchia quasi patologica nella diffidenza verso gli inferiori, sospettosissima sulla autonomia di giudizio dei gradi più bassi della scala gerarchica. Pone rimedio a questi rischi con l’obbligo assoluto di una pianificazione matematica delle operazioni. Tutto deve essere stabilito in anticipo e controllato dai Capi; ufficiali e soldati, il popolo sempre disprezzato o potenziale traditore, devono soltanto eseguire senza discutere.

La guerra è come sempre una attività sociale. Comporta la mobilitazione e la organizzazione di uomini con lo scopo di infliggere una violenza fisica ad altri uomini. Esige sempre la regolazione di alcuni tipi di relazioni sociali. Su queste si modellano le sue forme, ovvero la tipologia delle forze militari, le tecniche e le strategie, i mezzi di combattimento, dalla Rivoluzione francese fino alle guerre totali della prima metà del secolo scorso e alla guerra immaginaria, ovvero la guerra fredda della seconda metà del novecento.

Autocrazia e democrazia erano le due forme di Stato centralizzato, razionalizzato, con un territorio e una gerarchia ordinata, che ha combattuto queste guerre feroci. Un modello sostanzialmente europeo ai cui margini gli uomini morivano per altri tipi di conflitti, definiti ribellioni, guerre coloniali, guerriglie, insurrezioni. La guerra in Ucraina è un conflitto classico, tra armate di due nazioni.

L’esercito russo ha una storia particolarmente intrisa di sangue: e di centralizzazione. Dunque grandi offensive pianificate su fronti vasti, poche manovre operative sofisticate che richiedono ai subordinati fantasia e autonomia di giudizio come, almeno in teoria, è richiesto negli eserciti occidentali. Si attende sempre l’ordine dall’alto, la firma e la controfirma perché in uno Stato assoluto l’errore può costare molto caro.

L’esercito russo è concepito come uno sterminato stabilimento metallurgico mobile, mille gru, mille castelli di acciaio, mille ruote dentate e ingranaggi che avanzano, una acciaieria distruttiva a cui una moltitudine di operai-soldato presta una attività automatica e anonima da catena di montaggio. Il piano è fissato in modo ferreo, bisogna tradurlo in produzione, ovvero rovine fumanti e nemici eliminati.

L’armata russa scarseggia di sottufficiali che la saggezza e l’esperienza militare indicano come la colonna vertebrale degli eserciti: vicini ai soldati, alle loro paure e ardimenti e con l’esperienza del terreno e delle nebbie della battaglia. L’esercito autocratico ha pagato caro queste sue caratteristiche nella prima parte della guerra, quella della avanzata su Kiev. A un certo punto, misteriosamente, i russi che sembravano inarrestabili con le loro colonne corazzate, si sono fermati. Forse non era stato fissato con chiarezza l’obiettivo: bisognava assaltare la capitale (ma mancavano gli uomini e i rifornimenti) o semplicemente si doveva fare pressione per far crollare il governo ucraino?

Nessuno ha osato. Si aspettavano gli ordini dalla gerarchia. Che non sono arrivati. E le vittorie si giocano sul tempo, spesso sulle ore, sugli attimi. Gli ucraini, che pure discendono dal meccanismo militare sovietico, hanno una struttura più agile, dispongono di più autonomia tattica e di molti sottufficiali giovani e vicini al campo di battaglia, ben addestrati dagli americani e dagli inglesi in questi otto anni. In più hanno sperimentato la guerra vera nel Donbass, aspra, spietata. Hanno approfittato con prontezza dell’occasione, inventato contro mosse, messo in crisi i russi.

I generali di Putin hanno allora cambiato tattica, cercando di adeguarla ai vantaggi che offre la loro struttura autocratica. Ora impongono la guerra integralmente industriale, quella dell’artiglieria: annientare tutto e poi avanzare. Si distrugge e si occupano i ruderi, gli uomini sono solo pedine che segnano il procedere in avanti. Gli ucraini perdono a poco a poco, giorno dopo giorno la presa sul Donbass. Le loro linee di rifornimento si sono allungate e sono sotto tiro dei russi, che al contrario combattono a ridosso del confine e dei loro depositi. L’esercito del tiranno avanza, lento e inesorabile nel deserto dell’uomo.

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