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La lunga notte di Calhanoglu

di Danilo Stefani

C’è chi ha nel destino di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Arrivato secondo col Milan l’anno scorso, quando lo scudetto lo ha vinto l’Inter, quest’anno confidava di essere lì a bissare il successo con i nerazzurri. Invece, esito invertito. Mi dicono abbia pianto dopo Inter – Sampdoria. Leggo che il regista Pupi Avati, grande tifoso rossonero, ha ‘goduto nel vederlo piangere’. Parlo di Hakan Calhanoglu. Il turco dell’Inter ha fatto una scelta di qualità, “perché voglio vincere tutto”, parole sue. Non è andata proprio male, con una Supercoppa e una Coppa Italia vinte. Il rinnovo contrattuale con il Milan ballava di un milione di euro, e ha ballato per un anno e mezzo (mentre ‘sballavano’ le sue prestazioni in campo): quisquilie per i calciatori di questo livello.

Non era un problema di soldi, di quei soldi. Se tieni al progetto e alla maglia puoi persino ridurlo lo stipendio (vedi Sandro Tonali). Con i conti rispettati, come una casalinga della classe media, (il Milan ha speso meno di Juventus, Inter, Napoli e Roma, in quest’ordine) i rossoneri hanno vinto il tricolore.

Ora, all’Inter, il “Chala” guadagna 5 milioni di euro netti, quindi la dichiarazione andrebbe riscritta: “Perché voglio vincere tutto, e con il doppio di quello che mi dava il Milan, magari mi verrà meglio”.

Poi ci sarebbe la speranza di vincere, e persino con classe. Non c’è da godere delle sue lacrime, perché le lacrime non hanno un’esclusiva del dolore. Basta e avanza quello che il giocatore provava dentro, e possiamo immaginarlo, caro Pupi. E c’è il tifo becero, quello che si lega al dito tutto e non la finisce più. Hakan, il “traditore”, si è preso insulti per tutto l’anno, famiglia e antenati compresi. Si chiamo “tifo”, è vero, non è un’‘associazione di fisica quantistica’ – un tifo a cui si sono addirittura aggiunti alcuni giocatori del Milan, con i soliti cori verso il ‘povero’ giocatore turco – ma dovrebbe esserci un limite dettato da una cultura sportiva che non avremo mai.

“Caro” Hakan, c’è un tempo per ogni cosa: il tuo è arrivato in fretta, in una lunga notte di maggio afoso. Adesso predomini l’indifferenza ad ogni palla che tocchi, il silenzio più rumoroso e civile. Scritto da un milanista, tradito da una maglia numero 10, ti puoi accontentare.

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