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La possibile conquista cinese di Taiwan: un’invasione “in tre fasi”?

Xi Jinping ha sfruttato al meglio il 100esimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese per ribadire un paio di concetti fondamentali. Primo tra tutti: la questione di Taiwan, da risolvere realizzando la completa riunificazione dell’isola alla Cina. È sostanzialmente questa la “missione storica” del partito, chiamato, assieme al popolo cinese, a “difendere la propria sovranità nazionale e integrità territoriale”. Inutile girarci troppo intorno: Pechino considera Taiwan niente meno che una provincia ribelle e, presto o tardi, farà di tutto per sciogliere lo spinosissimo nodo che da tempo attanaglia i dibattiti di geopolitica asiatica (e non solo).

Già, perché ad aumentare ulteriori tensioni c’è un aspetto non da poco: gli Stati Uniti, pur aderendo al principio di “una sola Cina”, sostengono fermamente la causa indipendentista e democratica di Taipei. Non è da escludere che in caso di forzatura da parte del Dragone (leggi: azione decisa per inghiottire Taiwan), il governo americano possa scendere militarmente in campo per difendere l’isola presieduta da Tsai-Ing Wen. Ma il dilemma di fondo è proprio questo: quanto conviene a Cina e Stati Uniti impegnarsi in un conflitto armato in un momento del genere? Ben poco, ed ecco perché la sensazione è che nessuno, almeno per ora, abbia intenzione di forzare la mano.

“Attacco in tre fasi”

Secca la risposta di Taiwan alla riunificazione evocata dalla Cina. In una nota diffusa dal Consiglio per gli Affari con la Cina continentale, il governo di Taipei ha sottolineato che difenderà la propria sovranità nazionale e la propria democrazia, rifiutando al contempo il principio dell’unica Cina e il consenso del 1992 tra i due lati dello Stretto, in base al quale Pechino considera l’isola parte integrante del proprio territorio nazionale. “Democrazia, libertà, diritti umani e Stato di diritto sono i valori fondamentali a cui la società di Taiwan aderisce e c’è una grande differenza istituzionale rispetto all’altra parte dello Stretto”, si legge nel comunicato.

La Cina, a detta dei taiwanesi, dovrà pure “abbandonare l’intimidazione militare”, ma una rivista cinese ha nel frattempo pubblicato un articolo emblematico, una sorta di “guida” su come potrebbe avvenire la presa di Taiwan. Come ha sottolineato il South China Morning Post, il magazine Naval and Merchant Ships ha parlato di un’invasione in tre fasi, senza tuttavia considerare le eventuali – quanto probabilissime – reazioni da parte della comunità internazionale, in primis Stati Uniti e Giappone.

Missili, obiettivi strategici e atterraggio d’assalto

A detta della rivista, in una prima fase gli attacchi balistici sferrati da Pechino sarebbero in grado di distruggere le capacità di raccolta dati di Taiwan. In che modo? Colpendo direttamente aeroporti, radar di preallarme, basi missilistiche antiaeree e i centri di comando sparsi in tutta l’isola. In questo frangente la Cina potrebbe utilizzare varie armi, tra cui il DF-16, un missile balistico a corto raggio che avrebbe buone chance di eludere il sistema di scudo missilistico usato da Taiwan. Gli attacchi contro gli aeroporti continueranno finché le truppe cinesi non avranno effettuato un atterraggio d’assalto nel cuore della provincia ribelle.

A conclusione della prima fase, la rivista ha sottolineato anche un altro fatto: i porti dovrebbero essere attaccati da bombardieri H-6 e dai caccia J-16, anche se sarebbe meglio sospenderli momentaneamente – per poi farli riutilizzare dall’esercito cinese – anziché distruggerli del tutto. La seconda fase prevede intensi attacchi missilistici da crociera (YJ-91 e CJ-10) lanciati da navi, sottomarini e terra, mirati a basi militari, infrastrutture comunicative, incroci stradali e depositi di munizioni. A quel punto – terzo step – la Cina potrebbe impiegare i droni per valutare il danno, anche se ogni ostacolo dovrebbe essere rimosso. Fantapolitica o ipotesi reale, la Cina ha comunque intenzione di riannettere Taiwan alla Mainland.

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