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La rielezione di Trump non aiuterebbe a riunire il Paese

Anche chi aveva accolto con favore l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016 è costretto a porsi alcune domande. La principale è questa: siamo davvero sicuri che una sua eventuale rielezione gioverebbe agli Stati Uniti, e all’intero Occidente in generale?

Non è un quesito peregrino, anche se tale potrebbe sembrare ai suoi tanti ammiratori in Italia e altrove. Notiamo innanzitutto che, con il suo avvento, lo storico Partito Repubblicano Usa si è trasformato in qualcosa di molto diverso rispetto a un passato anche recente.

Un Gop isolazionista

Era, quello Repubblicano, un partito solidamente conservatore, attento alla salvaguardia dei tradizionali valori americani. Meno interventisti in politica estera rispetto ai Democratici, i rappresentanti del GOP (“Grand Old Party”), pur divisi anch’essi in correnti, si sono sempre caratterizzati per la difesa a spada tratta del primato americano nell’ambito dello schieramento occidentale.

Trump ha impresso una sterzata che potremmo definire “isolazionista”, ritenendo che gli Usa dovessero prima di tutto badare ai propri interessi, lasciando che gli alleati diventassero più responsabili nella soluzione dei loro problemi.

Sin qui nulla da eccepire. Vi sono buone ragioni per sostenere che gli americani debbano in primo luogo recuperare la loro forza anche sul piano interno. Per esempio cambiando la natura di una globalizzazione che ha favorito soprattutto la Cina, lasciando molti Stati Usa in cattive condizioni a causa delle eccessive delocalizzazioni, e di una politica industriale debole che ha condotto alla crisi di molti settori.

Il 6 gennaio

Trump, tuttavia, ha favorito strane sette di estrema destra come QAnon, di natura prettamente cospirazionista, e ha troppo incoraggiato i vari movimenti che predicano il suprematismo bianco. Non è detto che questa sia la mossa giusta per contrastare formazioni estremiste di natura opposta come Black Lives Matter.

Chi ha avuto modo di vedere i filmati dell’assalto al Campidoglio del gennaio 2021, ha inoltre capito che il tycoon newyorkese non ha fatto abbastanza per impedire il vulnus arrecato alle istituzioni Usa e che, anzi, lo ha in una certa misura incoraggiato.

Desta parecchia meraviglia il fatto che abbia dichiarato di voler concedere la grazia agli assalitori qualora venisse rieletto. Un ex presidente che intende farsi rieleggere non dovrebbe fare promesse di questo tipo, è in gioco la dignità della carica presidenziale.

Mi si risponderà che reagisce alle provocazioni democratiche, per esempio all’affermazione di Biden secondo il quale il trumpismo rappresenta un pericolo per la democrazia Usa, è “semi-fascist”. Vero, ma un candidato presidente dovrebbe cercare di svelenire un’atmosfera già troppo tesa.

“Giuseppi”

Preoccupa anche l’endorsement semiufficiale con il quale ha gratificato il capo del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte (da lui chiamato “Giuseppi”). Forse non conosce bene il panorama politico italiano, e questo sarebbe comprensibile. Oppure giudica davvero Conte uomo adatto a guidare il nostro Paese, e allora non ci siamo più. Se tali sono le sue preferenze, e se io fossi americano, non lo voterei.

Opposti estremismi

Il problema vero però è un altro ancora. Il Partito Repubblicano sembra tuttora dominato da Trump. Non si vedono all’orizzonte personalità in grado di recuperare la sua tradizione conservatrice classica.

Ma anche quello Democratico è in buona parte in mano ad estremisti di segno opposto, che accusano Biden – molto spesso con ragione – di essere troppo debole e incerto.

Si tratta di uno scenario senza dubbio preoccupante, per di più con una situazione internazionale di crisi profonda, nella quale gli Stati Uniti avrebbero bisogno di tutta la loro forza per contrastare l’aggressività di Russia e Cina. A costo di essere criticato, ribadisco tuttavia che non sarebbe l’eventuale rielezione di Trump a risolvere i problemi.

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