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La Svezia vuole più presenza navale Usa nel Baltico

Mercoledì scorso, il ministro della Difesa svedese Peter Hultqvist si è incontrato col suo omologo statunitense Lloyd Austin al Pentagono chiedendo che gli Stati Uniti siano più presenti con le proprie unità navali nel Mar Baltico.

I funzionari di Stoccolma vorrebbero da Washington una maggiore presenza statunitense in quello specchio d’acqua nel quadro dei colloqui diplomatici in corso riguardanti la possibile adesione di Svezia e Finlandia alla Nato, come ha riportato Usni News. In particolare è stato richiesto di aumentare le esercitazioni bilaterali e multilaterali con la U.S. Navy e il Corpo dei Marines.

Risulta che il Pentagono stia valutando come gli Stati Uniti potrebbero aumentare la propria presenza navale nella regione, in considerazione del fatto che la marina statunitense ha aumentato la sua presenza nello scacchiere europeo come non si vedeva da decenni, per via del conflitto in atto in Ucraina. Sappiamo infatti che il numero di cacciatorpediniere classe Arleigh Burke nel Mediterraneo è aumentato e contestualmente la marina Usa ha attivato un Task Group di queste unità navali presso la Seconda Flotta dell’Atlantico, un comando che è stato riaperto di recente.

A dicembre, il segretario Austin aveva ordinato al Csg (Carrier Strile Group) della portaerei Truman (Cvn-75) di rimanere nel Mediterraneo, e ci rimarrà fino ad agosto. Le unità navali della U.S. Navy spostate in Europa sono passate a 28 navi la scorsa settimana, rispetto alle 20 dell’inizio di gennaio.

In particolare nel Mar Baltico sono presenti le navi da guerra anfibie Uss Kearsarge (Lhd-3) e Uss Gunston Hall (Lsd-44) insieme a elementi del 22esimo Meu (Marine Expeditionary Unit) e al cacciatorpediniere Uss Gravely (Ddg-107).

In vista dell’attuale tentativo di adesione alla Nato dei due Paesi nordici, è cresciuta la presenza navale Usa in Europa e in particolare nell’Artico e nel Baltico: si ricorda, a tal proposito, il dispiegamento del 2018 del Csg della portaerei Truman in una missione artica, qualcosa che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda.

Mercoledì, il segretario della marina Usa Carlos Del Toro ha dichiarato alla sottocommissione della Camera dei Rappresentanti per gli stanziamenti della difesa che “non vedo l’ora che Svezia e Finlandia aderiscano alla Nato e prevedo il giorno in cui aumenteremo effettivamente le nostre operazioni marittime nel Mar Baltico”.

Il comandante del Corpo dei Marines, il generale David Berger, durante la stessa udienza ha affermato che militari della forza anfibia Usa probabilmente verranno schierati più spesso nel Baltico e nell’Artico in unità più piccole. Il generale ha infatti concepito la ristrutturazione del Corpo, snellendolo di tutte le componenti più pesanti – come quella carri armati – per recuperare la vocazione expeditionary dei Marines, che negli ultimi 20 anni, per via del loro impiego nei conflitti asimmetrici di counterinsurgency, sono stati usati esclusivamente come forza con proiezione terrestre.

Questo ritorno al passato è stato pensato per contrastare la Cina nello scacchiere indopacifico, ma può trovare applicazione anche in Europa soprattutto se il Mar Baltico diventerà un “mare chiuso” della Nato con l’ingresso nell’Alleanza di Svezia e Finlandia che hanno sovranità su alcuni arcipelaghi in quello specchio d’acqua.

La Russia, se questa possibilità si concretizzerà, vedrà le basi della sua Flotta del Baltico (Baltiysk, Kronstadt e San Pietroburgo) a pochi chilometri da Paesi ostili, con tutte le conseguenze in termini di percezione della minaccia del caso. Se guardiamo una carta geografica possiamo notare che già la sede della Flotta, a Baltisk nell’oblast di Kaliningrad, è praticamente circondata da territorio di Paesi dell’Alleanza Atlantica, ma andando verso il mare aperto incontra una sponda, quella svedese, ancora non formalmente ostile sebbene tra i due Paesi il deterioramento dei reciproci rapporti sia cominciato da almeno 15 anni.

Una Svezia nella Nato, ad esempio, significherebbe vedere la strategica isola di Gotland, posta in mezzo al Baltico davanti a Kaliningrad, probabilmente militarizzata con assetti dell’Alleanza in grado di installare una bolla di interdizione aeronavale (in gergo militare chiamata bolla Anti Access / Area Denial – A2/Ad). Secondariamente, se si dovesse arrivare a un ingresso rapido di Stoccolma ed Helsinki nella Nato, gli Stati Uniti potrebbero sfruttare la loro maggiore presenza nel Baltico per aumentare la pressione sulla Russia durante il conflitto, con conseguenze non prevedibili.

È ragionevole supporre che Mosca, infatti, reagirebbe aumentando la sua attività navale e aerea, che in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, potrebbe facilmente causare un incidente tra le parti che si fronteggiano. Kaliningrad è infatti una vera e propria “provincia militare”, stante la quantità di basi delle forze armate di Mosca, e il Cremlino potrebbe anche decidere di dispiegarvi nuovi assetti, come i sistemi missilistici da crociera Iskander-K che possono trasportare testate nucleari, per rispondere al nuovo schieramento di forze della Nato e degli Stati Uniti e quindi infrangere un tabù che perdurava dagli anni ’80, ovvero schierare un sistema missilistico nucleare a raggio intermedio in Europa, che provocherebbe a sua volta la reazione di Washington, probabilmente col rafforzamento dello “scudo antimissile” europeo, ma non è nemmeno da escludere che si possano vedere nuovamente missili da crociera a testata nucleare nelle basi della Nato.

Occorre però ricordare che la decisione di Svezia e Finlandia di entrare nell’Alleanza è il frutto di un processo lungo, durato più di un decennio, innescato proprio dalla percezione della minaccia russa che hanno i due Stati nordici: l’attuale conflitto in Ucraina è stato solamente la classica “goccia che ha fatto traboccare il vaso”, e se non fosse mai scoppiato è molto probabile che sia Stoccolma sia Helsinki non avrebbero rotto gli indugi, restando in quel limbo fatto di partenariato con l’Alleanza e di vigile indifferenza nei confronti della Russia.

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