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La tragedia di avere questi giornalisti

( Stefano Rossi ) – L’intervista di un giornalista Sky all’allenatore del Verona, Ivan Juric, ci deve far riflettere su come poi, argomenti più seri del calcio, vengono trattati e diffusi.
Si era da poco conclusa la partita di calcio Napoli-Verona, ultima giornata di campionato. Il Verona non doveva chiedere nulla alla classifica: niente retrocessione in B, niente qualificazione alle coppe. Invece il Napoli doveva vincere per accedere alla Champions League. E’ finita in parità.
Nella conferenza stampa, il giornalista comincia subito male dicendo che il Verona è stato “l’arbitro della qualificazione in Champions” e poi l’affondo: “Un Verona diverso da quello visto nelle ultime settimane”, come a dire che il Verona ha sempre giocato male e poi ha fatto la partita del secolo solo contro il Napoli. Frase che può anche scatenare le frange più estremiste del tifo.
Giustamente Juric si è molto arrabbiato ed ha evidenziato che solo in Italia possono succedere certe cose.
Per la cronaca, tutti quelli che hanno visto la partita hanno confermato che è stato il Napoli a giocare malissimo, sbagliando anche le cose più facili; giusto e legittimo lo sfogo dell’allenatore.
Inqualificabile la provocazione del giornalista.
Questo fatto ci porta al problema più importante: che livello di giornalismo abbiamo in Italia.
Ci sono fatti che gridano vendetta.
Come quando si chiede ad una persona, che si è visto uccidere un figlio, l’ormai classica domanda: “Ha perdonato?”
Noi ci potremmo pure stare. Ma mai abbiamo sentito rivolgere questa domanda ai genitori di alcuni giornalisti uccisi.
Perché la domanda, già provocatoria per definizione, pone chi la riceve in una difficile posizione: un si, risolverebbe tutto. Ma se la risposta fosse negativa, ecco che l’immagine che si restituisce all’osservatore è quella di una persona rancorosa, quasi cattiva, che serba dopo tanti anni un non so ché di livoroso. E lascia intendere che medita financo una vendetta.
Da vittime di un reato si diventa l’autore di quel reato.
Si tratta in definitiva di una domanda che riguarda la sfera più intima e personale che non deve mai essere posta senza un accordo preventivo con l’intervistato.
Il signor Maurizio Campagna, fratello di Andrea, poliziotto, ucciso da Cesare Battisti a Milano, più volte me lo ricordo intervistato è costretto a dire “Non perdono” e fateci caso, spesso non viene messa in onda la domanda ma solo la risposta.
Facezie, direbbe qualcuno.
Ma ecco cosa cela la questione sul perdono.
Su Il Riformista del 30 aprile 2021, troviamo questo titolo “Nell’Italia degli odiatori per fortuna c’è il perdono della vedova di Calabresi”.
Chi non perdona è odiatore.
E lo dice chi ci tiene a definirsi “garantista”.
Piero Sansonetti, direttore di questo giornale e sicuro autore del titolo, visto che ha scritto lui l’articolo, è quello che continuava a difendere il terrorista e assassino, Cesare Battisti, anche dopo che aveva confessato gli assassini e continuava a scrivere che aveva subito un processo politico.
Ed ecco che questo discorso, purtroppo, porta addirittura a mettere su piani diversi le vittime, quei superstiti di vedove, figli, mariti, genitori di gente che è stata uccisa brutalmente. Secondo quelli come Sansonetti sono bravi solo quelli che hanno perdonato; gli altri sono odiatori, quindi, cattivi, non meritano la nostra pietà.
Anche il povero signor Alberto Torregiani che, dall’assassinio del padre, per l’attentato, è su una sedia a rotelle, non ha mai perdonato Cesare Battisti.
Anche lui è tra gli “odiatori”. Battisti, quello che ha sparato, per Sansonetti, invece, è una vittima della giustizia italiana.
Ecco perché non bisognerebbe mai chiedere se le vittime superstiti hanno perdonato.
E’ un affondo senza pietà a chi ha già subito tanto.
Poi ci sono altre sciagurate scelte che il giornalismo italiano persegue con perversa sagacia. Quando succede una tragedia spesso si scambia il carnefice con la vittima.
Mi rimarrà vivo nel ricordo questo particolare. A Roma, tanti anni fa, una volante intervenne dopo che grida agghiaccianti provenivano da una villa all’Eur. Il poliziotto scavalcato un cancelletto si trovò davanti un uomo con una roncola in mano tutta sanguinante. Aveva fatto a pezzi la sua compagna in giardino. Fu costretto a sparare e uccidere l’assassino perché si stava avventando contro di lui.
Chi c’era il giorno dopo su tutti i giornali? La sorella dell’assassino che piangeva e raccontava quanto era buono il fratello.
Nessun cenno al dramma del poliziotto costretto a sparare verso chi non aveva deposto l’arma e, anzi, voleva uccidere ancora. Nessun cenno ai problemi notturni e ai cattivi pensieri che possono venire ad un cristiano costretto a sparare per lavoro.
La tragedia dell’Ilva di Taranto. Tra le pesanti condanne vi è anche quella dell’allora governatore Vendola. In assenza delle motivazioni della sentenza abbiamo già due illustri casi. Stefano Fassina, a Tg2 Post, si è lanciato subito in difesa del collega.
Con un pensiero è riuscita a sbagliare due volte. Prima ha detto che in Cassazione sarà assolto, pensando che la Corte d’Assise giudichi in  secondo grado, poi ha parlato senza conoscere le motivazioni che ancora devono essere depositate, quindi, ignorando del tutto le prove a carico di Vendola.
Il giorno dopo tutti i giornali e tutti i tg hanno dato ampio spazio a Vendola che si è dichiarato perseguitato.
Meritano essere ricordati alcuni titoli.
Su tutti troneggia, e come poteva non esserci lui? Il Riformista “Sistema magistratura prosegue il killeraggio: è la volta di Nichi Vendola, folle sentenza su Ilva”; La Stampa “Questa sentenza è un eco-mostro”, citando Vendola.
Noi auguriamo a tutti di dimostrare la propria innocenza, anche a Vendola ma ancora una volta lo spazio è dedicato a chi è stato condannato, cioè ai colpevoli, agli innocenti, alle vittime superstiti di chi è stato ucciso dal cancro, non vi è traccia oggi.

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