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L’appello di Kissinger sulla guerra: “Tornare allo status status quo”

Henry Kissinger, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, ha affermato lunedì che l’Occidente dovrebbe smettere di cercare di infliggere una sconfitta schiacciante alla Russia e ha suggerito indirettamente che l’Ucraina dovrebbe cedere i territori che Mosca controlla sin dal 2014.

L’ex segretario di Stato americano, colui che, sotto la presidenza Nixon, è stato fautore della distensione tra Stati Uniti e Cina in chiave anti-sovietica, ha dichiarato che l’Ucraina deve avviare i negoziati “prima che si creino sconvolgimenti e tensioni che non saranno facilmente superate”.

Secondo Kissinger “idealmente, la linea di demarcazione dovrebbe essere un ritorno allo status quo ante. Perseguire la guerra oltre quel punto non riguarderebbe la libertà dell’Ucraina, ma una nuova guerra contro la stessa Russia” aggiungendo anche che la Russia è stata una parte essenziale dell’Europa per 400 anni, agendo come potere di bilanciamento in tempi critici per il continente. Kissinger ha ricordato che i Paesi occidentali non dovrebbero dimenticare l’importanza della Russia in Europa e non farsi travolgere “dall’umore del momento”. Lo status quo ante a cui si riferisce lo statista significa tornare a “come erano le cose prima” ovvero, come commentato dallo stesso Kissinger, che l’Ucraina dovrebbe accettare un accordo di pace per ripristinare la situazione così com’era il 24 febbraio, cioè quando la Russia controllava formalmente la penisola di Crimea ed esercitava la propria influenza diretta su parte della regione del Donbass nell’Ucraina orientale.

La soluzione proposta dall’ex segretario di Stato non è concepibile per il governo di Kiev: il presidente Volodymyr Zelensky, sempre nel medesimo consesso internazionale, ha ricordato che “la forza bruta governerà ancora una volta il mondo se l’invasione russa dell’Ucraina non avrà risposta” e ha anche rimarcato ai delegati che il vertice diventerà inutile se a Putin verrà permesso di vincere la guerra perché “non è interessato ai nostri pensieri” e “la forza bruta… non parla, uccide”. Nessuna concessione territoriale quindi da parte di Kiev, che del resto ha sempre sostenuto che la condizione per poter effettivamente parlare di pace sarebbe non solo il ritiro russo dai territori conquistati in questo conflitto, ma anche dalla Crimea e dal Donbass: del resto se venissero riconosciuti ufficialmente come russi, sarebbe comunque la certificazione della vittoria di Mosca.

Today, any concession to Russia is not a path to peace, but a war postponed for several years. Ukraine trades neither its sovereignty, nor territories and Ukrainians living on them. It’s a pity that we have to explain such simple things to such reputable media as @nytimes. pic.twitter.com/NJdLm7fWOV

— Михайло Подоляк (@Podolyak_M) May 21, 2022

Da parte russa si è approfittato di questa narrazione intransigente per poter sottolineare come sia l’Ucraina a non accettare una tregua: il Cremlino ha dichiarato di essere aperto alla possibilità di riprendere i colloqui di pace se Kiev farà il primo passo, come annunciato lunedì dal viceministro degli Esteri russo Andrei Rudenko. “Saremo pronti a tornare alle trattative non appena l’Ucraina mostrerà una posizione costruttiva e fornirà almeno una reazione alle proposte presentate”, ha detto Rudenko parlando con i giornalisti a Mosca, ma non ha specificato quale sarebbe stata questa “posizione costruttiva” per l’Ucraina.

Kissinger ha sempre avuto una posizione molto realista in merito alla questione ucraina. In un editoriale del 2014 apparso sul Washington Post, affermò che “il dibattito pubblico sull’Ucraina riguarda il confronto. Ma sappiamo dove stiamo andando? Nella mia vita ho visto iniziare quattro guerre con grande entusiasmo e sostegno pubblico, tutte che non sapevamo come finire e da tre delle quali ci siamo ritirati unilateralmente. L’esame per la politica è come si finisce, non come si inizia”.

Dichiarazioni che già allora, ma soprattutto oggi, appaiono quasi profetiche. In quell’intervento sul Post, lo statista mise nero su bianco quello che oggi appare chiaro analizzando la cronaca quotidiana del conflitto, ovvero che “troppo spesso la questione ucraina viene presentata come una resa dei conti: se l’Ucraina si unisce all’Est o all’Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra: dovrebbe fungere da ponte tra di loro”.

Kissinger andò anche oltre, e la sua lungimiranza appare ancora una volta indiscutibile, quando scrisse che “la Russia deve accettare che tentare di costringere l’Ucraina a diventare un suo satellite, e quindi spostare di nuovo i confini russi, condannerebbe Mosca a ripetere la sua storia di cicli che si autoavverano di pressioni reciproche con Europa e Stati Uniti”. Sempre secondo l’ex segretario di Stato, la logica conseguenza dell’imporsi della Russia sull’Ucraina, costringendola a tornare a diventare un satellite, comporta la rinascita della politica della Guerra Fredda.

In quella occasione lo statista lanciò un avviso all’Occidente quando disse che “deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non può mai essere solo un Paese straniero. La storia russa iniziò in quella che fu chiamata Kievan-Rus. Da lì si diffuse la religione russa. L’Ucraina fa parte della Russia da secoli e le loro storie si sono intrecciate prima di allora. Alcune delle battaglie più importanti per la libertà russa, a cominciare dalla battaglia di Poltava nel 1709, furono combattute sul suolo ucraino. La flotta del Mar Nero, il mezzo della Russia per proiettare potenza nel Mediterraneo, ha sede a Sebastopoli, in Crimea, con un contratto di locazione a lungo termine. Anche famosi dissidenti come Aleksandr Solzhenitsyn e Joseph Brodsky hanno insistito sul fatto che l’Ucraina fosse parte integrante della storia russa e, in effetti, della Russia”.

Alla fine del suo editoriale, l’autore propose una soluzione in tre punti per risolvere la crisi ucraina: Kiev dovrebbe avere il diritto di scegliere liberamente le sue associazioni economiche e politiche, anche con l’Europa, non dovrebbe aderire alla Nato e dovrebbe essere libera di creare qualsiasi governo compatibile con la volontà espressa del suo popolo.

Kissinger quindi avanzò l’idea di una soluzione “finlandese” per l’Ucraina, ovvero di un Paese indipendente che collabora attivamente con l’Occidente pur evitando atti che potrebbero risultare ostili per la Russia.

Il 24 febbraio, con l’invasione russa, questa possibilità è sfumata, e proprio parlando di Finlandia, la guerra scatenata da Mosca ha spostato un Paese non palesemente allineato definitivamente nell’orbita dell’Alleanza Atlantica, al pari della Svezia, isolando ancora di più la Russia dal Vecchio Continente, ma anche nel consesso globale, dove i Paesi che schierati dalla parte del Cremlino in questo conflitto si contano sulle dita di una mano. Ora la soluzione di una crisi diventata conflitto aperto resta nelle mani dei belligeranti e degli Stati Uniti, e difficilmente, stante gli interessi che travalicano la semplice questione territoriale o quella riguardante “l’espansione a oriente della Nato”, sarà raggiungibile a breve termine.

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